Presa diretta

Trittico bolgherese
prima tavola: Tenuta dell'Ornellaia

seconda tavola: Tenuta Guado al Tasso
terza tavola: Michele Satta

Barolo Luigi Arnulfo 1997 Costa di Bussìa

Una visione di Costantino Charrère

Lorenzo Fabiano: cosa fare di Custoza e Bardolino?

Francesco Maria Martinetti e il suo primo Barolo

Tenuta Bonzara

Claudio Gori: il mio progetto si chiama "Vino-Vigna"

Tenimenti Luigi d'Alessandro
I Giusti e Zanza Vigneti

Giulio Salvioni e Giancarlo Pacenti:  confronto ilcinese
Intervista a Giacomo Mela, esperto in analisi sensoriale
Luca D'Attoma: "L'enologo è come un sarto"
Carlo Ferrini: "Sono un uomo di vigna"

 
Barolo Luigi Arnulfo 1997 Costa di Bussìa
di Mario Crosta

Avevo quasi smesso di bere Barolo da alcuni anni, lo confesso, sono una di quelle persone che si sono allontanate un po’ dal re dei vini per via di un prezzo impazzito e che non corrispondeva più alla qualità, almeno per la maggior parte delle bottiglie in commercio.

Parlo degli anni delle cantine chiuse, cioè dei barolacci massacrati in tutte le maniere, prima dal mercato clandestino di fatture false che allora giravano intorno a Narzole a pacchi interi, poi dai furbastri che aggiungevano Raboso del Piave per ammorbidirli ed infine dall’aggressione dei primi ayatollah della barrique. Quindi sono proprio il meno indicato a scrivere di questo vino con competenza e cognizione di causa, anzi mi vergogno un po’ di fronte a quegli autentici amanti del Barolo che scrivono e leggono queste stesse pagine e che si battono lancia in resta per la sua rivitalizzazione.

Ma voglio raccontarvi alla buona quello che mi è successo quando, dopo tanto tempo, sono tornato a Grinzane Cavour e giù a Gallo ho ritrovato a memoria la Locanda del Centro, chiusa ed in procinto di essere abbattuta. Tanti bei ricordi mi legano ancora alla sua onesta cucina langarola, ed anche un po’ di affetto per la mamma del prof. Cabutto (ora esimio Sindaco in quel gran bel paese), che è stata molto generosa con me e con tutti gli amici che le mandavo da Milano. Quante fettine di tartufo fresco ci metteva sui primi piatti senza nemmeno contarle, che bei vini potevamo bere senza poi doverci svenare per pagarli e quanti consigli e indicazioni per insegnarci le strade giuste per raggiungere le vigne dei migliori Barolo...

I colleghi che questa volta mi accompagnavano hanno capito subito la mia malcelata emozione per questo luogo che ha dimostrato al mondo quanto la cucina sia un vero atto d’amore e mi hanno caricato in macchina quasi di peso per andare a vedere cos’altro fosse cambiato da un’altra parte, un altro mito della mia gioventù, la Bussìa. I Barolo, si sa, sono dei vini molto espressivi del territorio e del suolo dove nascono, in tutto soltanto 1.200 ettari di vigne distribuiti in ben 168 aree viticole diverse. Ogni comune, ogni collina, ogni costa, ogni cru dà un vino suo, esclusivo, particolare. Anche se oggi sto imparando di nuovo a conoscerli meglio e ad apprezzare le doti stupende che ognuno di essi possiede in modo differente, ciascuno con la sua personalità, in gioventù preferivo i monfortini ed in particolare quelli della Bussìa, una ripidissima costa d’oro dai terreni di marna argillosabbiosa che confluiscono in un incantevole anfiteatro naturale.

Oggi come allora, il vitigno nebbiolo delle varietà michet, lampia e rosé su queste terre fornisce un Barolo ben strutturato ed armonico, ricco di sapore e di qualità nel tempo, un vino rinomato da un secolo e mezzo. Il cav. Luigi Arnulfo, uno dei primi imprenditori nel campo dell’enologia albese, nel febbraio del 1874 comprò la cascina Bertoroni con i famosi vigneti circostanti, tra cui il Campo dei Buoi ed il Campo del Gatto. I locali della cantina sono stati scavati nel tufo secondo il suo progetto originale, un edificio che è crollato in parte e che ha rischiato di crollare totalmente qualche anno fa, quando si sono demolite due grandi botti di cemento vetrificato, tanto che si è poi deciso di non toccare assolutamente la terza, non si sa mai, inserita anch’essa nella struttura portante ed oggi saggiamente destinata ad ospitare i bagni.

Carla è il nome della signora che, insieme al marito Beppe, conduce oggi i vigneti della tenuta Arnulfo e tiene cura della casa e della cantina, oggi acquistate e gestite dall’azienda Costa di Bussìa della famiglia Sartirano. Sono in totale circa tredici ettari posti ad un’altezza variabile da 270 a 330 metri sul livello del mare, a circa tre chilometri dal comune di Monforte e a circa sette chilometri dal comune di Castiglione Falletto, sulla provinciale Alba-Castiglione-Monforte. Costa di Bussìa è sede di pregiati vigneti che garantiscono vini con spiccate caratteristiche organolettiche. I terreni risalgono all'epoca terziaria (elveziano, tortoniano tipico) e sono di sedimento marino, la cui componente fondamentale è rappresentata da marne calcaree bianche e bluastre e sabbie grigiogiallastre, con particolare presenza argillocalcarea, che ne evidenzia la compattezza. Non c’è quindi da aver paura a scendere con l’auto per l’erta stradina in mezzo ai vigneti, fino alla cantina.

Qui siamo stati accolti con molta simpatia dal giovane Massimo Bracco, che con grande orgoglio ci ha mostrato una delle bottiglie del Barolo del cavaliere, che faceva parte di una partita esportata in California a fine ‘800. Secondo i documenti è stato il primo Barolo ad essere esportato, per giunta con un veliero attraverso l’oceano, perciò la bottiglia era stata fatta produrre apposta ed è spessa, nera come l’antracite e pesante come un lingotto d’oro; sono gli stessi colori dell’etichetta che ritroviamo ancora pari pari su ogni bottiglia del Barolo Luigi Arnulfo. Questo vino è dedicato proprio al fondatore, l’azienda Costa di Bussìa ha volutamente utilizzato la stessa etichetta, riportando le stesse antiche diciture per rimarcare come questo Barolo, che ha visto la luce nel 1874, sia ancora tanto attuale e come quel grande pioniere avesse ben chiara l’idea di identificazione del territorio e di quanto questa tipicità fosse davvero importante per il consumatore. Come descrive Massimo, c'è da dire che, a differenza del Barolo Campo dei Buoi, il Barolo Luigi Arnulfo non è una selezione di una singola vigna o cru, bensì una selezione dei migliori grappoli lasciati ancora sui ceppi dei diversi vigneti durante la prima vendemmia.

Mi spiego meglio: tutte le particelle della tenuta coltivate a nebbiolo da Barolo (ossia quelle di cui al Foglio 7 part. 45, 74 e 170 del Comune di Monforte d’Alba – Regione Bussìa) vengono normalmente vendemmiate in epoca autunnale tra il 10 e il 20 Ottobre a seconda delle annate.
In sede di raccolta si lasciano, volutamente, i grappoli migliori sulla pianta, i quali verranno poi vendemmiati, previo monitoraggio giornaliero dello stato di maturazione, con un ritardo di una decina o dozzina di giorni rispetto alla normale epoca vendemmiale. Questo comporta una sovramaturazione dei grappoli ed una conseguente grande espressione di carattere nel prodotto finale vino. Secondo me comporta anche qualche rito magico o religioso contro la pioggia e le bufere che possono sopravvenire proprio in questo breve periodo...

La selezione è molto accurata, circa un grappolo ogni tre piante. Questa pratica viene adottata anche per avere una maggiore armonia nel carattere del vino, cosa che contraddistingue tipicamente il Barolo Luigi Arnulfo rispetto alla normale produzione di altri Barolo. I vigneti hanno una densità d’impianto di circa 4.000 piante per ettaro, allevate a guyot basso (un solo tralcio ed uno sperone che sarà il tralcio per l’anno successivo) con una carica di gemme per pianta da 9 a 11 a seconda della pianta. L’età media dei vigneti è 27 anni e l’esposizione è verso sud/sud-est. I principali interventi annuali sono la cimatura per tre volte (di cui la prima in postfioritura e l'ultima in preinvaiatura) e la pulizia del terreno sull'interfilare, che viene fatta tre volte l'anno per mantenere la zona sotto i grappoli priva di erbacce e di focolai di malattie fungine.

Vendemmia, ovviamente, manuale. È difficile stabilire una resa effettiva per ettaro e comunque non è certamente significativa in quanto c’è stata la selezione dei grappoli. Questa pratica in vigneto, unita ad una lunga macerazione sulle bucce, viene adottata per ottenere un vino più concentrato e più ricco di frutto e per avere un maggior equilibrio gusto-olfattivo. È vino di lunga durata, che si produce in quantità variabili a seconda delle possibilità derivate dalla qualità delle uve in base agli andamenti climatici dell’annata. L’invecchiamento è in botte grande capace di circa 3.000 litri per circa 25 mesi, poi si passa all’affinamento in bottiglia per almeno altri 6 mesi. Dell’eccezionale annata 1997 sono state prodotte 12.116 bottiglie, per i fortunati che riusciranno a comprarle ce n’è ancora qualche migliaio in giacenza.

Colore rosso granata con riflessi aranciati. Bouquet etereo, gradevolmente intenso, prevale l’amarena in confettura sulle note classiche di violetta. Sapore asciutto, senza asperità, proprio vellutato, molto armonico, di grande pulizia, da buon monfortino, ma ricco, pieno e robusto. Lasciata la bottiglia aperta tutta la notte, il giorno dopo il bouquet è ancora più espressivo, l’aroma si è fatto di amarena sotto spirito e si sente la rosa appassita, con una lunga permanenza in gola, nel cavo orale e in tutta la stanza. Sarà magari l’aria frizzante del mattino a stimolare meglio le papille, alle 6 siamo tornati da un appostamento fotografico per immortalare da Castiglione Falletto l’alba dietro il castello di Serralunga, ma questo Barolo Luigi Arnulfo 1997 è senz’altro un vino straordinario.

Complimenti davvero agli enologi, tra cui il simpatico Pederiva, scuola di Conegliano. Ha per nome Fabio, ma sarebbe meglio chiamarlo Fortunato, poichè sta in un gruppo di persone, con Paolo Sartirano, che fanno veramente la Storia del nostro Paese e del nostro Vino. Umili, semplici, dal cuore grande e dalla capacità indiscussa di interpretare la natura come sanno fare solo i veri artisti, trasformando il vino in una musica, un prodotto della cultura, una filosofia di vita. Questi uomini ci hanno restituito un monfortino da leggenda.

6 maggio 2003

 

   

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