Presa diretta

Trittico bolgherese
prima tavola: Tenuta dell'Ornellaia

seconda tavola: Tenuta Guado al Tasso
terza tavola: Michele Satta

Barolo Luigi Arnulfo 1997 Costa di Bussìa

Una visione di Costantino Charrère

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Francesco Maria Martinetti e il suo primo Barolo

Tenuta Bonzara

Claudio Gori: il mio progetto si chiama "Vino-Vigna"

Tenimenti Luigi d'Alessandro
I Giusti e Zanza Vigneti

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Intervista a Giacomo Mela, esperto in analisi sensoriale
Luca D'Attoma: "L'enologo è come un sarto"
Carlo Ferrini: "Sono un uomo di vigna"

 
Trittico bolgherese: prima tavola, Tenuta dell’Ornellaia
di Riccardo Farchioni


Lo zaino se ne sta lì, inutilmente poggiato su uno dei divani blu del faraonico Grand Hotel Tombolo di Marina di Castagneto Carducci (ex colonia marina, oggi proprietà Antinori), abbandonato accanto al tavolo dove i e le sommelier ci hanno servito le batterie dei Bolgheri, dei Montescudaio, dei Val di Cornia, degli Elba nel “cuore tecnico” della bella manifestazione “Castagneto a Tavola”, curata dal Consorzio Strada del Vino Costa degli Etruschi e dal suo presidente Paolo Valdastri. Ma c’è il “passaggio” per la Tenuta dell’Ornellaia che non può più aspettare. Un attimo di distrazione, lo zaino rimane là, e la macchina fotografica pure. Insomma, tutto questo per dire: niente foto.

Via Bolgherese (SP 16), Castagneto Carducci alle spalle, direzione Bolgheri, ai lati un susseguirsi di vigne minute e fitte: ecco sulla sinistra Caccia al Piano (emergente); di fronte, le vigne della Ca’ Marcanda di Angelo Gaja; più in là, Le Macchiole. Poi poco prima che la strada, improvvisamente tortuosa e immersa nel verde, porti al Viale dei Cipressi, un grande cancello ed una scritta: Tenuta dell’Ornellaia.

Il cancello si apre e ci fermiamo in un piazzale con un edificio adibito all’accoglienza degli ospiti; da qui si vede una parte del vigneto dove prima si raccoglieva il sauvignon del Poggio alle Gazze. Avendo a suo tempo dedicato un piccolo pezzo alla vicenda, non resistiamo e chiediamo a Leonardo Raspini, agronomo e manager dell’azienda, se per caso sia arrivata qualche telefonata di protesta... “Diciamo che forse una telefonata me la sarei fatta anche da solo...”.

Fattostà che ora lì ci sono cabernet franc e merlot, il merlot più in basso. “Sì, perché il merlot migliore viene a quote più basse, dove c’è minor insolazione: è quello che viene vendemmiato a metà settembre e non quello di fine agosto”. Parliamo di merlot e immediatamente si materializza nella nostra mente un nome: Masseto.

Il “progetto Ornellaia” è vicino al suo compimento: dei cento ettari previsti siamo a quota novanta. E se dal 1982 al 1992 i vigneti erano quasi tutti qui, ora sono in prevalenza sopra Bolgheri: “Quest’anno qui abbiamo avuto diciamo tre o quattro temporali e 40 millimetri di pioggia in più, ed è sorprendente considerati i soli tre chilometri di distanza...” Gli impianti più recenti hanno una densità di 12mila piante per ettaro; pare non ci sia stato bisogno di accorgimenti per prevenire eventuali stress idrici.

Mentre ci trasferiamo verso la cantina ci sorprendiamo improvvisamente circondati da un imponente anfiteatro di macchia mediterranea: sì, non potremmo essere in nessun altro luogo: siamo qui. Si vede, sulla sommità di una alta collina, la “casa Bazzini”, il casolare dove abitava il fornaciaio di Bolgheri. Sotto, una striscia candida, che si staglia distinta dal contesto cromatico: eccola, la vigna del Masseto, messa su di una argilla bianchissima.

Arriviamo alla cantina: colonne, trompe l’oeil, pavimento fatto di grandi lastre di granito verde e marrone innervato da inserti bianchi. Dall’alto di una lunga balconata guardiamo i tini di acciaio; i tempi di macerazione sono molto variabili (dai sette ai venti giorni); per l’Ornellaia le singole componenti stanno in barrique diciotto mesi, ed il blend altri sei; il Masseto affina sei mesi di più, cioè trenta complessivi. La barriccaia (esclusivamente rovere francese) è tutta una fuga prospettica. Qui risiedono 35-38 “vini base”, provenienti da 23 vigneti e da vendemmie temporalmente separate.

Per l’Ornellaia possono essere fissati degli anni-chiave: l’84, primo esperimento; ’85, la prima annata; il periodo ’90-’96, con l’arrivo dell’enologo Michel Rolland, caratterizzato da ottime vendemmie (grande la ’90, buone le ’94,’95,’96) e dal rinnovamento dei legni; il ’97 è stato importante per la nascita di Le Serre Nuove, consentita dall’ampliamento della superficie vitata. Questo vino, prodotto con le uve che non vanno a finire nell’Ornellaia, ha consentito anche di produrre una quantità minore del “primo vino”, e farlo da uve più scelte: basti pensare che se nel 1985 il numero di bottiglie di Ornellaia era 200mila, nel 1997 è stato di 150mila.

Al momento di andare via ritroviamo all’ingresso il busto di André Tchelistcheff, il mitico enologo che fuggì dalla russia bolscevica, e ne squadriamo da vicino il profilo deciso. È qui perché fu lui che disse ad un Lodovico Antinori deciso ad investire negli Stati Uniti dove vedeva la nuova frontiera del vino mondiale: “ma dove vai, che l’Eldorado ce l’ha qui...”

8 maggio 2003

 

   

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