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I titoli


In una situazione difficile per l'Asti spumante, alcuni aspetti positivi. La Coldiretti organizzerà incontri. Accordo Moscato: adesso si paga anche la qualità

Con un'estenuante trattativa durata tutta la notte, venerdì mattina, sotto la determinante mediazione dell'assessore regionale all'Agricoltura Ugo Cavallera, l'Associazione Produttori Moscato e la parte industriale hanno raggiunto un accordo per il ritiro delle uve e dei mosti. L'intesa, siglata esclusivamente per l'annata 2001, prevede una riduzione delle rese produttive per ogni ettaro: per le uve rivendicate DOCG Asti nella tipologia spumante la resa massima è di 72 quintali, pari a 54 ettolitri di mosto; per le uve rivendicate DOCG Moscato d'Asti («tappo raso») la resa massima raggiungibile è di 90 quintali, pari a 67,5 ettolitri di mosto. Il prezzo delle uve DOCG è variabile da un minimo di 16 mila lire + Iva al miriagrammo a un massimo di 17.400 + Iva secondo una scala di parametri qualitativi riferita al grado e all'aspetto visivo, che si traduce a 2.400-2.600 lire al chilogrammo più Iva per i mosti secondo le valutazioni qualitative definite da un'apposita commissione. I prodotti eccedenti le rese massime stabilite potranno essere destinati all'elaborazione dei prodotti aromatici fino a 28 quintali per ettaro per la DOCG Asti spumante e fino a 10 quintali per ettaro per la DOCG Moscato d'Asti. Il prodotto eccedente, ricompreso fra i 100 quintali e i 120 quintali per ettaro, potrà essere rivendicato esclusivamente come vino bianco. Il prezzo delle uve eccedenti (aromatico e vino bianco) è di lire 4.500 al miriagrammo. La trattenuta per la promozione dell'Asti è stata fissata a 100 lire più Iva al miriagrammo per la DOCG e 700 lire più Iva al miriagrammo per le eccedenze di entrambe le denominazioni. La Coldiretti, che ha assistito a tutta la trattativa, pur verificando le estreme difficoltà attraversate dall'Asti spumante, rileva alcuni aspetti positivi dell'Accordo: lo scampato pericolo di un imminente tracollo della redditività dei produttori; il mantenimento, a 90 quintali per ogni ettaro di vigneto, della resa produttiva della tipologia Moscato d'Asti con deroga al grado minimo di 9,5 % Vol., da vedersi come un incentivo ai produttori di «tappo raso» verso la trasformazione e la commercializzazione diretta del prodotto; l'introduzione dei parametri qualitativi; l'impegno, da parte delle industrie, di ritirare una quantità di prodotto stoccato sufficiente a garantire lo svolgimento delle operazioni vendemmiali alle cantine sociali. Dopo il raggiungimento dell'accordo e l'avvio della vendemmia con pesatura da martedì 4 settembre, la Coldiretti promuoverà una serie di incontri sul territorio per analizzare la situazione complessiva del comparto Moscato e discutere le modifiche strutturali indispensabili.

(La Stampa, 2/9/2001)


L’intesa sul Moscato fa figli e figliastri tra uve della stessa vite Invece di ridurre le rese per ettaro i vignaioli hanno preferito concludere con l’industria un accordo economico in cui si impongono due fasce di prezzo per il medesimo prodotto


Carlo Petrini
OGNI anno è la stessa storia, cambiano soltanto i protagonisti. Per la vendemmia 2001 personaggi ed interpreti, in rigoroso ordine alfabetico, sono: Bernardino Bosio, sanguigno sindaco leghista di Acqui Terme; Emilio Barbero, industriale vitivinicolo, persona mite nei modi, ma determinato nelle contrattazioni; Ugo Cavallera, assessore regionale all’Ambiente con delega all’Agricoltura e Giovanni Satragno, presidente dell’Assomoscato, sindaco di Loazzolo, attivista dei Cobas. Le contrattazioni sul Moscato d’Asti, concluse da poco, sono paragonabili a una lunga telenovela che si ripete periodicamente secondo un copione ben definito, a dieci giorni dalla vendemmia. L’uva è lì, sulle piante, che aspetta di essere raccolta e si presenta la necessità di chiudere le trattative nel più breve tempo possibile, trovando una soluzione che soddisfi le parti in causa. Un lettore disincantato, che viene messo di fronte agli aspetti economici e produttivi alla base dell’accordo interprofessionale appena siglato, rimane sconcertato: la resa per ettaro del raccolto (discriminante per la qualità di un vino) viene spinta orgogliosamente a 120 quintali per ettaro, e non sono pochi quelli che osano fino a 140 quintali. Una resa ragionevole, per ottenere un prodotto che garantisca standard qualitativi di buon livello, dovrebbe assestarsi sui 70-90 quintali. Attualmente le parti s’impegnano a pagare bene le uve fino alla quota di 72 quintali (tra le 16.000-17.400 lire al miriagrammo), mentre le eccedenze (i 50 quintali che fanno 120) sono vendute a due fasce di prezzi più bassi, per fare altri vini che non sono Moscato. Il consumatore ha di che rimanere esterrefatto, sono le stesse uve e sono valutate diversamente sulla base d’un artificio! Alcune settimane fa, il sindaco Bosio ha lanciato una proposta che ha creato scalpore: riconvertire le aree non vocate alla coltivazione del Moscato, le quali rappresentano circa il quindici per cento della produzione complessiva. Forse la sua voce griderà nel deserto, tra l’indifferenza generale, ma il fatto che abbia ragione è indiscutibile. La salubrità produttiva e di mercato, visto lo stato delle cose, si riconquisterà soltanto attraverso un piano pluriennale e con una politica coraggiosa. Da questo punto di vista il compito di mediazione è strategico. Il garante dell’operazione, l’assessore Cavallera, ha davanti a sé un’opportunità irripetibile: essere il catalizzatore di un accordo dalla portata epocale. Se le parti decidono di ipotizzare seriamente una resa per ettaro non superiore ai 90 quintali, dovranno svolgere un grande lavoro di sensibilizzazione verso i contadini, i quali hanno diritto a una giusta remunerazione: non sulle eccedenze, ma sulla qualità delle uve. Chiusa questa trattativa pateracchio per la vendemmia in essere, si apra immediatamente un piano che nei prossimi anni stabilisca una redditività garantita di 14.000.000 di lire all’ettaro per i coltivatori. La parte contadina, sotto la guida di Giovanni Satragno, dovrà convincersi a contenere la produzione entro 85-90 quintali per ettaro e a eliminare le vigne in zone non vocate (attraverso incentivi o la possibilità d’impianti in zone adatte): chi produrrà oltre la quota stabilita non dovrà trovare per le eccedenze alcuna disponibilità da parte del mercato. Su questo terreno Emilio Barbero, in nome e per conto di una classe industriale che avverte le attuali difficoltà del comparto e che è pienamente cosciente che soltanto la qualità può garantire investimenti e profitti, è una delle parti contendenti che possono diventare artefici, con quella viticola e quella istituzionale, di una grande rivoluzione culturale e colturale. Una rivoluzione difficile: chi ha visitato la Langa in questi ultimi mesi, ha potuto vedere la potatura rigogliosa per ridurre le rese e sa quanto questa operazione costi psicologicamente a chi lavora la terra da generazioni. Ma è un modo per migliorare la qualità, rinvigorire il mercato e affrancare dalle paure di scarsa mercede fomentate da ammassi d’uva e di mosto invenduti. Se tutto avverrà, personaggi e interpreti metteranno fine nel migliore dei modi a questa situazione insostenibile. Il Piemonte è una terra di grandi vini: non può stare sul mercato con una scarpa di lusso e una ciabatta. Il Moscato non merita di essere considerato il parente povero, può e deve diventare uno dei nostri orgogli.


(La Stampa, 2/9/2001)

Sicilia, al posto dei vigneti le piantagioni di marijuana. Il cuore del "Triangolo d'oro" è Partinico, fino a qualche tempo fa patria del vino adulterato. Finisce in carcere il figlio del boss Bonomo

FRANCESCO VIVIANO

MENFI (AGRIGENTO) - Meglio l'erba che il vino. Soprattutto quando l'erba è «pregiata» e sul mercato si vende 3040 mila lire al grammo. L'erba migliore cresce nelle immense distese della Valle del Belice.
Lo chiamano il triangolo d'oro della marijuana. Un triangolo con un'area di migliaia e migliaia di chilometri quadrati al confine tra le province di Palermo, Trapani ed Agrigento, dove, mimetizzati tra ulivi nani e distese infinite di vigneti, nascono e muoiono, dopo alcuni mesi, centinaia di serre nelle quali crescono piante di marjuana alte fino a tre metri.
Il cuore del triangolo è Partinico, a 20 chilometri da Palermo, una volta patria del vino sofisticato e, fino ad alcuni anni fa, titolare del record di maggior consumo di zucchero d'Europa, materia prima necessaria per trasformare l'acqua in vino.
La via del vino sofisticato non è più redditizia, i controlli e i sequestri di stabilimenti enologici e navi cisterne hanno «costretto» tanti contadini a dedicarsi ad altre colture. Quella della cannabis appunto che in poco tempo rende miliardi e miliardi. Anche perché la cannabis che cresce in quel triangolo, nelle campagne tra Partinico, Menfi, Alcamo è di ottima qualità per le ideali condizioni climatiche.
L'ultima «produzione», oltre 14 mila piante che avevano già raggiunto l'altezza di più di due metri dalle quali si sarebbero ricavati oltre 2 tonnellate di marijuana che sul mercato avrebbero reso 80 miliardi di lire, è stata sequestrata il 7 luglio scorso. L'intuito di un maresciallo all'antica, Vincenzo Bonsignore, ha portato alla scoperta della più grossa piantagione di canna in Italia negli ultimi anni. Le piante, estirpate dai militari e dagli operai del Comune, sono state stivate nei magazzini della caserma dei carabinieri di Menfi, un paese della Valle del Belice dove i produttori di canna avevano impiantato una delle loro «serre volanti».
Fra qualche giorno, appena si troverà un capace inceneritore, la canna andrà in fumo. I «contadini» che in quelle serre coltivavano marjuana anziché meloni e podomorini, sono stati arrestati. Uno di loro, Antonio Bonomo, è un nome noto, figlio di un grande boss di Cosa nostra, Giuseppe, capo della famiglia mafiosa di Partinico, da anni inutilmente ricercato e che recentemente ha avuto sequestrato un patrimonio di oltre dieci miliardi di lire.
Il sequestro della piantagione di Menfi è la conferma ai sospetti che gli investigatori dell'antidroga dei carabinieri, della polizia e della Guardia di finanza avevano da anni, da quando Partinico è diventata la «patria» della marijuana con un'interminabile sequenza di serre, tecnologicamente avanzate e attrezzate di tutto punto, in cui si produce cannabis.
Da allora i «contadini» della marijuana, come li chiamano qui, mutuando le esperienze dei vecchi produttori di eroina in Sicilia, hanno cominciato a installare nelle campagne del triangolo d'oro, piccoli e grandi appezzamenti di terreni e serre che in poco tempo vengono trasformati in vere e proprie industrie di cannabis. Il tempo necessario per la crescita della pianta (cinque - sei mesi) e poi le serre ed i terreni vengono abbandonati per ritornare a produrre pomodori, meloni e zucchine. Ma per una serra sequestrata, tante altre continuano a rimanere in attività, mimetizzate tra le sterminate campagne di vigneti ed uliveti.
Soltanto nel 2001 le forze dell'ordine hanno sequestrato oltre dieci serre e sei tonnellate di marijuana pronte ad invadere il florido mercato siciliano e d'oltre stretto. Settantadue i «coltivatori» di erba arrestati.
«Per dirla in termini imprenditoriali - spiega un investigatore dell'antidroga - gli uffici e la sede centrale dell'azienda marjuana, sono sempre a Partinico, ma le coltivazioni di canna sono ormai sparse nelle campagne che confinano con Partinico, San Giuseppe Jato, Borgetto ed i paesi della valle del Belice e del trapanese. E' lì che i produttori di cannabis riescono facilmente a convincere a suon di milioni, piccoli e grandi proprietari di terreni e di serre ad affittarglieli per alcuni mesi. Il contadino, di fronte al rischio di una coltivazione di meloni e pomodorini che potrebbe andare a male, accetta subito di affittare la propria campagna. Rende di più, si fatica e si rischia di meno» .

(La Repubblica, 3/9/2001)

È piena e sigillata. Trovata in Cina una giara di vino dell’epoca di Cristo

PECHINO Gli archeologi cinesi hanno scoperto nel Sud Ovest del paese una giara antica e sigillata che potrebbe contenere del vino vecchio di 2000 anni, cioè l’epoca di Cristo. L'agenzia Nuova Cina riferisce che la giara è stata trovata in un sito funerario appartenente all'antico e misterioso popolo Ba nella provincia del Sichuan. La giara contiene un liquido che molto probabilmente è vino. Gli esperti la apriranno per accertarsene solo quando avranno trovato un metodo che garantisca che il contenuto non ne venga danneggiato. La scoperta è stata fatta in una zona che sarà inondata quando l'immensa diga delle Tre Gole, attualmente in costruzione, entrerà in funzione. [Ansa-Afp]

(La Stampa, 3/9/2001)

Intanto scompaiono gli innestatori: l'ultimo di loro propone una scuola


di LUIGI JOVINO
Gli effetti della globalizzazione si fanno sentire anche sull'agricoltura dei Castelli Romani. Nella patria del vino, infatti, mancano gli innestatori. La denuncia viene da Antonio Cugini, agricoltore doc di Marino, nominato cavaliere per meriti di lavoro. "Nei Castelli - dice Cugini, 71 anni ben portati - sono rimasti meno di dieci innestatori. A Marino eravamo in tre, ma due persone hanno abbandonato per motivi di salute. E non mi sembra che ci siano altri operatori del genere a Frascati, tanto è vero che mi viene richiesta di continuo la consulenza. Un innestatore è rimasto di sicuro a Grottaferrata e pochi altri a Velletri".

E gli agricoltori dei Castelli non avendo altri a cui rivolgersi devono comprare gli innesti da una ditta di Pordenone che produce a livello industriale al costo di 3500 lire la "barbatella". E' pensare che un bravo agricoltore in una giornata di lavoro con la spesa di 120 mila lire riesce a fare almeno 600 innesti. Il guadagno quindi sarebbe netto per non parlare, poi, della differenza di qualità. "Per fare gli innesti - dice Cugini - ci vuole conoscenza, mano ferma e precisione. Importante è anche la legatura con la raffia. Il miglior innesto è quello all'inglese che ha una grande tradizione nel territorio dei Castelli Romani. Gli innesti che si comprano al Nord, invece, sono lavorati al tornio, hanno scarsa consistenza, fanno la "cipolla" e poi la vigna non dura più di quindici anni".
Alcuni dirigenti delle ditte produttrici del Nord hanno provato a chiedere il segreto a Cugini, chiedendo di visitare una vigna in piena efficienza da circa settant'anni, ma la risposta è stata sempre "picche": scarpe grosse e cervello fino.

Una battaglia il cavalier Cugini si sente di combatterla a favore della tradizione. In tutte le riunioni in cui partecipa, infatti, il vecchio agricoltore di Marino lancia l'appello di istituire una scuola per innestatori, offrendo la propria personale conoscenza. L'ultima volta è stata al Vinitaly, ad un convegno organizzato dalla Regione Lazio circa due anni fa. La risposta ancora si fa attendere. "Massimo quindici anni - dice ancora il cavalier Cugini - e degli innestatori sul nostro territorio non resterà nemmeno il ricordo. Se vogliamo continuare la nostra tradizione millenaria che ha fatto la storia dell'agricoltura in Italia dobbiamo ricorrere ai giovani. Io ho avviato mio figlio al lavoro da innestatore da almeno dieci anni, ma ha ancora da imparare. I segreti sono veramente tanti".


(Il Messaggero, 4/9/2001)

Vino, esclusa la crisi del settimo anno

ALESSANDRIA Della «vendemmia in anteprima» si è discusso ieri all’Unione provinciale Agricoltori, presenti il direttore Lelio Fornara, il presidente Bartolomeo Bianchi e il responsabile del settore vinicolo Walter Massa con i produttori dell’Alessandrino. Dall’incontro sono emerse previsioni positive per una vendemmia di alta qualità in tutta la provincia e c’è ottimismo anche sul rendimento in peso (possibile un incremento del 10% rispetto allo scorso anno), a differenza di altre realtà nazionali dove s’ipotizza un consistente calo del raccolto. Ma, prima di brindare ad una grande annata, si fanno gli scongiuri: «Naturalmente, la cautela è d’obbligo. Tutto dipende dalle condizioni atmosferiche delle prossisme settimane. Aspettiamo di avere l’uva in cantina, prima di esultare». Le ragioni delle previsioni di un’annata record per il vino, la settima consecutiva, sono state individuate da Walter Massa, che rileva: «La natura ci sta dando una mano: anche la vite per fortuna ha ’’imparato’’ ad adattarsi, a sopportare lo stress dovuto agli ormai cronici periodi di siccità». Il presidente Bartolomeo Bianchi aggiunge: «Ma, soprattutto, è importante riconoscere che la professionalità e la preparazione dei viticoltori e dei tecnici è cresciuta. Il vino prodotto nell’Alessandrino ha raggiunto ormai una grande qualità e non teme più alcuna sudditanza di altre province o regioni». «Certo - sottolineano i produttori -, garantire standard qualitativi di alto livello, è fondamentale. Ora bisogna definire un programma globale di valorizzazione, individuando nuovi mercati, affrontando l’assurdo problema delle eccedenze e pensare a prezzi e competitività». L’Unione agricoltori di Alessandria ha pertanto richiesto la convocazione degli «Stati generali della vite e del vino», per discutere della valorizzazione del vino in provincia. Sarà uno degli impegni sindacali del prossimo autunno. L’incontro all’Unione agricoltori è stato anche un’occasione per fare il punto sulla flavescenza dorata. La diffusione della malattia che infesta i vigneti sembra essere contenuta dai trattamenti obbligatori, fatti filare per filare. Ma i controlli sono ancora insufficienti, specie negli incolti e nei vigneti abbandonati. Scongiurati gli incubi siccità e parassiti, la vendemmia, che pareva anticipata, si svolgerà pertanto nei tempi soliti. Al via, già in settimana, la raccolta delle uve moscato e chardonnay; poi, entro la fine di settembre, toccherà alle altre bianche e alle classiche nere: barbera, grignolino, dolcetto, freisa e brachetto. [g. l.]

(La Stampa, 4/9/2001)

Alba. Le enoteche regionali controllano la vendemmia

Da oggi si vendemmia il 2001. Gli ultimi scampoli d’estate hanno giocato brutti scherzi tra la siccità e l’improvvisa ondata di maltempo. Ora l’allarme sembra rientrato e ieri sera agli eventi di Canale e Guarene i produttori protagonisti lanciavano segnali positivi. A vegliare sull’andamento della vendemmia quest’anno c’è anche «Eno-Monitor», il sistema di raccolta dati ed analisi della produzione vitivinicola piemontese ideato e realizzato dall'Enoteca regionale del Piemonte, che utilizza come campione le oltre 600 aziende associate alle dieci Enoteche Regionali che costituiscono il Consorzio. Il grado zuccherino, il quadro acido, lo stato sanitario, il colore e l'aroma dell'uva saranno i parametri attraverso i quali sarà possibile esprimere una previsione sulla qualità della vendemmia in corso. Saranno inoltre richiesti una stima della quantità di prodotto e un confronto con quello che è stato l’andamento dell'annata passata. «L'Enoteca del Piemonte - commenta il presidente Pier Domenico Garrone - assolve il ruolo offertole dalla legge regionale 20/99 relativo alla valorizzazione vitivinicola partendo dall'analisi preventiva della qualità della vendemmia 2001. Il metodo utilizzato, che prevede il coinvolgimento delle oltre 600 aziende dislocate in tutte le zone Doc e Docg della nostra regione, consentirà di ricevere risposte sull’andamento della vendemmia direttamente dalle realtà produttive ed è uno strumento che mancava, rispondente in concreto alle esigenze di promozione del vino piemontese». [l. f.]

(La Stampa, 4/9/2001)

Montefiascone, gli studenti forza-lavoro della vendemmia


di DI GIUSEPPE RICCI
Studenti di tutte le età, specie quelli delle scuole superiori e universitari, costituiscono la maggior parte di mano d'opera per l'imminente vendemmia nei vigneti di Montefiascone che si estendono per migliaia di ettari. L'uva coltivata è in grande quantità e va dal Trebbiano toscano procanico, alla Malvasia bianca toscana e al Rossetto. Sono questi i vitigni selezionati dai quali, nelle percentuali rigorosamente stabilite, rispettivamente del 65, 20 e 15 per cento, si ricava il famoso vino bianco Est! Est!! Est!!!, a denominazione di origine controllata, esportato in tutto il mondo. Per quanto riguarda la forza lavoro per la raccolta delle uve, i viticoltori falisci ricorrono, come si accennava in apertura, ma non senza difficoltà, ai giovani studenti di ambo i sessi. Molto meno la mano d'opera viene reperita tra i disoccupati tradizionali, i quali non se la sentono di perdere l'anzianità di iscrizione nelle liste del collocamento. Per gli studenti si tratta di raggranellare un discreto gruzzolo che permetterà loro di togliersi qualche soddisfazione. Il compenso giornaliero è vario e le assunzioni di personale sono fatte in maniera regolare. Si parla di 50 mila ma anche di 70 mila al giorno. Quest'ultima cifra è quella che si guadagna per la raccolta del kiwi. Comunque è una mano d'opera di non facile reperibilità visti anche i tempi ristretti e contingentati della vendemmia. In Toscana, per esempio, nelle zone del Chianti, i produttori per la vendemmia si avvalgono degli studenti ed anche dei giovani laureati dell'Università di Siena e di Firenze. Un esempio, questo, che potrebbe essere seguito anche dai viticoltori di Montefiascone e dell'intera Tuscia.


(Il Messaggero, 5/9/2001)

Vendemmia a più voci

Sergio Miravalle
Ci siamo, si raccoglie l'uva. La vendemmia sta entrando nel vivo. E' presto per dire quante stelle conquisterà l'annata in Piemonte, ma i segnali che arrivano dalle vigne sono positivi, sia per qualità che per quantità. Si vedrà, e intanto c'è da sperare nel sole, dopo le piogge e i nubifragi di fine agosto. Tra i filari oggi si lavora, in una varietà di lingue. Un tempo, mica poi tanti anni fa, l'idioma ufficiale della vendemmia era il piemontese. Anche gli attrezzi erano indicati solo in dialetto: gli «arbi» in legno sono ormai quasi scomparsi, sostituiti dalle cassette in plastica (ideali per una raccolta dell'uva più delicata) e dai rimorchi dei trattori con i teli impermeabili. Sono rari anche i portatori con la «brenta», capaci di rovesciare i grappoli facendoli passare sopra la testa tra le spalle e la nuca (ed era lo stesso movimento che i più bravi compivano anche con il vino, durante i travasi in cantina: ecco perchè i «negozi», cioè i contratti, si facevano in «brente» e non in ettolitri o litri). E' un mondo in evoluzione, che cambia di anno in anno come uno spettacolo che ad ogni replica modifica a poco a poco il copione. Oggi, oltre all'italiano nelle vigne si sentono richiami in albanese, arabo, slavo, perfino polacco. E non manca il tedesco, quello degli svizzeri che sulle colline di Langa e Monferrato coltivano la vite. E' una vendemmia a più voci, con apporti nuovi, spesso indispensabili. E settembre è anche il mese delle feste dell'uva, la stagione dei grandi richiami per gli enoturisti che quest'anno, a dire il vero, hanno percorso curiosi le colline anche durante l'estate, trovando non sempre aperti cantine e ristoranti. Anche qui siamo di fronte a mentalità e abitudini che debbono adeguarsi. A settembre invece, tutto aperto, in attesa del clou di ottobre e novembre quando ai richiami del vino si aggiungerà l'afrore dei tartufi. Ma torniamo alla vendemmia e ai richiami delle feste contadine. Asti con il Festival delle Sagre propone ogni anno un secondo fine settimana di settembre eccezionale, che anticipa di sette giorni i colori e i riti del Palio. Il Festival ha una macchina organizzativa oliata e abituata ai grandi numeri, ma al di là degli aspetti commerciali e folcloristici (cinquecentomila porzioni non sono uno scherzo) le 42 Pro loco che quest'anno animeranno il villaggio contadino, allestito in Campo del Palio, sono le rappresentanti di un mondo che pareva destinato ad estinguersi e invece sta trovando nuova linfa. La sfilata della domenica mattina con i suoi trattori «a testa calda», gli animali da cortile, i vecchi attrezzi, ha il sapore di una carrellata didattica unica dove gli attori-comparsi spesso interpretano sé stessi, e sono i più convincenti. Lo sforzo di recupero delle memorie è stato enorme. E a proposito di vino, da quest'anno la Camera di commercio di Asti ha voluto una selezione delle varietà enologiche proposte in piazza dove domina la barbera (non dimentichiamo che negli stessi giorni fino al 16 settembre si svolge la Douja d'or con la possibilità di «far cantina» attingendo da 299 vini doc e docg di tutt'Italia). Con mille lire si avrà diritto ad un bicchiere in vetro che servirà da lasciapassare per assaggiare i vini che accompagnano i piatti.

(La Stampa, 6/9/2001)

Castelli Romani. Rischio fuga dei produttori dai vigneti. Guglielmi, dell'Unione agricoltori: "Così si spinge a sfruttare i terreni in maniera diversa" "Uva, il prezzo non è giusto". Viticoltori in agitazione: quotazioni in calo, costi in salita


di DARIO SERAPIGLIA
L'uva, grazie alle favorevoli condizioni atmosferiche degli ultimi anni, mantiene il suo stato di ottima qualità, i prezzi rimangono fermi su livelli minimi, mentre le spese di produzione aumentano. L'equazione, ovviamente, per chi deve trovare sostentamento dalla lavorazione dei vigneti non può più essere risolvibile ed i quintali di uve coltivate sono drasticamente destinate a subire ulteriori diminuzioni per i viticoltori che trasformano la propria azienda o, addirittura, fuggono letteralmente dalla campagna. L'intero settore rischia la crisi e le organizzazioni di categoria sono pronte a scendere in campo, annunciando lo stato di agitazione.

"Le previsioni che attualmente si traggono da un mercato libero, peraltro pressoché fermo - afferma Carlo Guglielmi, responsabile dell'Unione Agricoltori castellana - portano a far pensare che il prezzo delle uve dei Castelli romani dovrebbero attestarsi su quote oscillanti tra le 25 e le 30 mila lire. In alcuni casi si tratta di una valutazione ancora inferiore rispetto a quella spuntata lo scorso anno e che già si rivelava niente affatto remunerativa". Quindi i prezzi, a differenza di quanto era stato sperato nel corso dell'estate, non solo non aumenteranno, ma sono destinati a calare. Nell'estate, tra l'altro, c'era anche chi, come De Santis e Notarnicola, presidenti rispettivamente dei produttori delle uve Frascati doc e del Consorzio di tutela della denominazione vino Frascati, avanzava proposte di sostegno, come quella di valutare le uve caso per caso, in base al grado zuccherino, anche se si è sempre sostenuta soprattutto l'assoluta necessità di regole certe nel calcolare il giusto prezzo del prodotto. In estate si ipotizzava un aumento dei prezzi, che poteva raggiungere anche il 20 per cento, rispetto a quello pagato lo scorso anno, facendo prospettare, finalmente, un andamento più confortevole. Invece adesso, mentre la vendemmia si appresta ad entrare nel vivo, tra gli addetti ai lavori si è costretti a parlare di nuovo di crisi e agitazione.

"Non può essere diversamente - continua Guglielmi - perché a fronte di un prezzo che rimane invariato o che diminuisce addirittura, va messo in evidenza che la produzione è diminuita del dieci per cento, mentre i costi, come quelli per l'assicurazione contro la grandine, l'acquisto degli antiparassitari e le contribuzioni per i lavoratori, sono aumentati. Quindi l'incasso complessivo per ciascun produttore di uva risulta essere quest'anno ancor meno remunerativo del passato. In questo modo e se gli enti non si decidono ad intraprendere una valida azione di sostegno, si tradirà anche quella tanto auspicata difesa dell'ambiente, spingendo i produttori a sfruttare i terreni in maniera diversa".
E mentre si studiano le forme di lotta, le organizzazioni di categoria rivolgono raccomandazioni ai viticoltori. "Noi - rivela infatti Guglielmi - invitiamo intanto i produttori a non svendere il prodotto ed a conferire l'uva alle aziende che assicurano un prezzo maggiore, come possono essere le cooperative, così come dimostrato negli ultimi anni". Il braccio di ferro con i commercianti di vino è appena iniziato e si è sicuri che l'argomento sarà certamente al centro dell'attenzione specialmente durante le prossime sagre e feste dell'uva in programma in diversi centri dei Castelli romani.

(Il Messaggero, 7/9/2001)
Addio al vino di Cosa nostra. Abbattuta la cantina dei Salvo

MICHELE SCIME

AGRIGENTO - Quell'enorme cubo di cemento a un tiro di schioppo dal lago Arancio, a Sambuca di Sicilia, nella Valle del Belice, che era la cantina vinicola dei cugini Nino e Ignazio Salvo adesso non c'è più. Due cariche di tritolo fatte esplodere nel primo pomeriggio di ieri hanno raso al suolo quello che era ormai l'ultimo simbolo dell'impero degli esattori di "Cosa nostra". Dalle macerie rimaste in contrada Portella Misilbesi, nel bel mezzo di una tenuta di 260 ettari, sorgerà ora una nuova cantina che il gruppo trentino Mezzacorona, leader in Italia nel settore vitivinicolo, farà realizzare entro l'agosto del 2002 secondo i canoni del classico baglio siciliano ma utilizzando quanto di più sofisticato offra oggi la tecnologia, investendo complessivamente circa 50 miliardi di lire. Saranno 220 gli ettari in cui saranno impiantati i nuovi vigneti. «Il nostro obiettivo - spiega Fabio Rizzoli, amministratore delegato di Mezzacorona - è creare una realtà forte che sia utile anche alla Sicilia». La scelta dell'azienda trentina di far saltare in aria la cantina che fu dei Salvo costituisce un evento ricco di simboli positivi. Intanto, quello della rottura col passato. «E - aggiunge Rizzoli - porta un messaggio di speranza e di fiducia nel futuro e nelle opportunità non solo della Sicilia ma di tutto il Mezzogiorno».


(La Repubblica, 7/9/2001)

Quel diradamento tra i filari. Vinchio, la pratica di selezionare i grappoli non sempre convince ma garantisce la qualità.

Per i viticoltori più anziani, è un metodo di lavorazione che «fa male al cuore», ma ormai visti i risultati, il diradamento delle uve è diventato parte integrante delle tecniche agronomiche nell'Astigiano. E se ne sono convinti tutti, anche perché, vantaggio dimostrato dai fatti, «fa bene al portafoglio». Maggiore qualità per le uve che restano, grappoli più pieni e ricchi di succhi preziosi, per dare un vino (basta analizzare le ultime annate), con requisiti di eccellenza. Nei vigneti dove stanno completando la maturazione (si profila un'ottima vendemmia, con alte gradazioni zuccherine), le grandi uve nere dell'Astigiano, è stato completato il taglio dei grappoli in più, quelli che la pianta non potrebbe nutrire a sufficienza. «E' una pratica importante - annota l'enologo Lorenzo Giordano, sindaco di Vinchio - ma è comprensibile che venga fatta a malincuore». Così sulle colline care a Davide Lajolo, accade che i viticoltori più anziani, un po' per scherzo un po' seriamente, abbiano propposto di «fare il diradamento l'uno a casa dell'altro, per non assistere allo scempio dei propri grappoli a terra». Prosegue Giordano: «Come nel caso di due coltivatori amici, Antonio Laiolo e Secondo Oldano che, pur convinti della necessità dell'operazione, pativano troppo a metterla in pratica». Ma tant’è: quasi ovunque il diradamento è stato messo in pratica. Per la selezione «Vigne Vecchie», della Cantina sociale ad esempio, ad ogni ceppo di vite sono stati lasciati cinque grappoli. Stessa operazione anche nei vigneti del Nicese. Spiega Franco Bussi, presidente della Cantina di Nizza: «Le basse produzioni per ceppo, insieme alla vendemmia programmata a seconda dello stato di maturazione delle uve sono concetti in antitesi con la vecchia gestione del vigneto. In realtà, per valorizzare il prodotto, le cantine hanno già da anni iniziato selezione delle uve ma il grosso salto di qualità lo hanno realizzato ultimamente con il lavoro nei vigneti». Aggiunge Bussi: «I punti di forza di questa tipologia di prodotto sono di potere attingere da un'ampia zona ad alta vocazione alla coltivazione della Barbera, di selezionare vigneti e viticoltori idonei, mitigare l'effetto che l'annata meno positiva potrebbe avere sul risultato finale ed infine esaltare le caratteristiche di complessità a fronte della variegata provenienza delle uve». La Cantina di Nizza, insieme alla Sei Castelli di Agliano, è tra la produttrici di Barbera d'Asti per «La luna e i falò» del gruppo Terre da vino, un vino di buon successo sui mercati: «Le cantine sociali - commenta il tecnico Daniele Eberle, delle Vignaioli Piemontesi - si sono conquistate uno spazio anche grazie a scelte agronomiche precise ed innovative come queste». [e. ce.]

(La Stampa, 8/9/2001)


 

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