|
Le visioni passate
Vinischia 2005 IRPINIAWINE A spasso per Vitigno Italia Novità campane al Vinitaly Pallagrello bianco o coda di volpe... Metti una sera a cena "Grandi e piccoli" vini della provincia di Napoli L'altro Taurasi I piccoli artigiani del Cilento La Falanghina del metodo Frojo Recenti assaggi campani L'industria del vino del Sud Mega off-line di Agosto in Alto Adige! Vinalia 2004 In archivio
|
Non si arresta il fervore di nuove iniziative in campo vitivinicolo nella mia Campania felix! Cogliendo l'occasione di presentare alcune cantine esordienti ho deciso di recensire anche i vini di aziende collaudate ed, ormai, ben note agli appassionati che sono in uscita proprio in questo periodo sul mercato. Cominciamo, però, dalle novità assolute! Gennaro "Rino" Di Maggio e Tiziana Teodoro sono i due giovani che hanno dato vita al progetto "combinationwine". Un'immagine molto curata e studiata fin nei minimi particolari per questo vino che nasce, come dice la parola stessa, dalla "combinazione" di due passioni: quella di Rino per la grafica e il design e quella della sua compagna per il buon bere ed il buon mangiare. Dando uno sguardo all'ubicazione dei vigneti siamo non lontano da dove nasce un mito dell'enologia campana, quel piccolo capolavoro di Silvia Imparato che risponde al nome di Montevetrano. Qui sui Monti Picentini il merlot con il cabernet ed un pizzico di aglianico sono di casa. Questa affiatatissima coppia ha scelto, rinunciando al cabernet, di dedicarsi a merlot ed aglianico, vinificati ed affinati separatamente e solo alla fine assemblati in "combination". Per il merlot vengono utilizzate solo barriques di Allier (1/3 nuove e 2/3 di secondo passaggio) mentre per l'aglianico un 50% di barriques di Allier ed un 50% di barrique di Troncais (sempre 1/3 nuove e 2/3 di secondo passaggio). Dopo dodici mesi trascorsi in rovere francese il vino viene ulteriormente affinato in bottiglia per otto mesi. Al naso si avvertono intensi aromi di frutta rossa matura (prugna e ciliegia marasca), erbe aromatiche con lievissimi accenni vanigliati ed una nota calda di cioccolata alla liquirizia. Si tratta di un vino, comunque, ancora giovanissimo, che ha tutto il tempo dinanzi a sé per arricchire il proprio profilo terziario. Al palato è decisamente secco, piuttosto alcolico. Si avverte tutta la struttura dell'aglianico con i suoi spigoli di acidità e tannino, così come la morbidezza e le rotondità apportate dal vitigno francese. Sconta, al momento, una eccessiva semplicità espressiva. Vien da reclamare una maggiore complessità minerale. Accorto mi pare l'uso del rovere. Ciliegina sulla torta un prezzo molto accessibile (sotto i dieci euro in enoteca). "Peccato gravissimo è quello di stare senza vino e senza amante" recita lo slogan sulla bottiglia. Bravo Rino, allora, che ha saputo "combinare" egregiamente le due cose... Ci spostiamo ad Ariano Irpino dove Cantina Giardino rappresenta l'altra nuova realtà emergente del vino campano. Questa cantina, nata da un gruppo di amici che, come spesso accade, già producevano vino per autoconsumo, si è presentata al pubblico degli appasionati in occasione della prima edizione del Critical Wine di Veronelli a Milano. Si tratta, è bene dirlo subito, degli ennesimi vin de garage. Inutile girarci intorno! Lo scorso anno, però, a quanto pare, ha avuto luogo il trasferimento in un garage più ampio in attesa di trasferirsi, definitivamente, in una vera e propria cantina. I vigneti non sono di proprietà anche se è stato instaurato un rapporto di collaborazione ed assistenza tecnica con gli unici due viticoltori-fornitori. Le etichette sono allo stato attuale tre. Le fole 2003 proviene da un vigneto di aglianico di oltre 30 anni ed è ottenuto attraverso un sistema di vinificazione sperimentale: criomacerazione prefermentativa e fermentazione differita. E' l'etichetta meno pretenziosa dell'azienda sia in termini di prezzo che in termini di facilità di beva. Gli eccessi si limitano, in questo caso, solo ad una leggera sovraestrazione che mi chiedo se frutto del particolare sistema di vinificazione. Nel complesso il vino risulta abbastanza piacevole e godibile. Frutta rossa matura: ciliegie macerate nell'alcol e sciroppo di amarene. Quasi impercettibili le nuances minerali o speziate che una vigna così "vecchia" aspetteremmo regalarci. Forse bisogna solo aspettarlo un pò. Seppure si trattasse di un campione di botte, mi ha lasciato molto perplesso il Nude 2003, proveniente da un vigneto ancor più vecchio (di circa 80 anni) con alcune piante ancora a piede franco. Per questo ci si è avvalsi di una vinificazione tradizionale con fermentazione di circa 20 giorni. Il vino, ripeto, dovrebbe essere attualmente in barriques (uso il condizionale visto che alcuni amici dicono di averlo assaggiato già un mesetto fa?!). Comunque nel caso che non sia stato già fatto, secondo me, sarebbe proprio il caso di imbottigliare. Sia il prezzo che l'idea del vino sono, per quello che ho assaggiato io, troppo difficili da afferrare. A metà strada il Drogone 2003, un taglio fra i due. In questo caso si è proceduto ad un affinamento in barriques di primo, secondo e più passaggi. Il rovere sembra meglio gestito ma pur sempre troppo lontano dai "miei" canoni di degustazione. L'azienda, per la cronaca, ha anche una piccola interessante produzione di olio, cultivar Ravece. Chiuso il capitolo "novità in cantina", passiamo, adesso, alle "new release" di volti, pardon etichette, che di presentazione ne hanno ben poco bisogno! Sono gli ultimi bianchi campani dell'annata 2003 che arrivano sul mercato in barba ad una tradizione commerciale, dettata dalle esigenze di una ristorazione, quella campana, troppo spesso miope ed impreparata, che li vuole spesso sacrificati ad un precoce e mortificante imbottigliamento. L'annata 2003 presentava, per di più, diverse incognite relative all'andamento decisamente siccitoso ed anomalo. Il caldo eccessivo faceva presagire uve dall'acidità insufficiente, ricche in zuccheri ma immature dal punto di vista fenolico, carenti sotto il profilo della complessità aromatica. Caratteristiche particolarmente negative soprattutto per le varietà a bacca bianca. A dir il vero i primi vini presentati già all'inizio di quest'anno avevano, immediatamente, fugato buona parte di questi dubbi. Dal mese scorso, poi, sono iniziate ad arrivare sul mercato, per rassicurarci definitivamente, le etichette più importanti, quelle dei produttori più quotati! Rientra sicuramente tra questi: il fiano Colli di Lapio di Romano Clelia. La vendemmia 2003 ha fatto sì che questo fiano (per la prima volta) perdesse parte della sua proverbiale finezza ed eleganza, del suo rigore e della sua sobrietà per concedersi, da subito, in una versione più pronta ed esuberante. La profonda mineralità che da sempre caratterizza l'accoppiata vincente del terroir di Lapio con la tradizione di Clelia (dal'94) si apre in questa versione 2003 verso note più estroverse di frutta gialla matura e nette nuances tropicali. La tipica nota di nocciola irpina non manca: si tratta però di una nocciola dolce, soffice e calda. L'unica indecisone al palato. Ad una bilanciata freschezza e ad una buona persistenza fa da contraltare un finale segnato da un leggera striatura amara (presente anche in altre annate ma qui più evidente) che non mi ha convinto fino in fondo. Una buona scusa per riprovarlo al più presto concedendogli, nel frattempo, un pò di tempo per assestarsi meglio in bottiglia. Rimaniamo in Irpinia per assaggiare un altro fiano, quello dell'azienda vinicola Struzziero, fondata nel 1920 dal sig. Elisario Struzziero in quel di Venticano, un altro piccolo centro della provincia di Avellino. Il figlio Giovanni cominciò, già nel 1976, in occasione del riconoscimento della denoninazione di origine controllata al Greco di Tufo e al Taurasi (nel 1970, mentre bisognerà aspettare il 1982 per il Fiano di Avellino) e dopo anni di sfuso, ad indirizzare tutta la propria produzione verso l'imbottigliamento. Attualmente l'enologo è Mario Struzziero, figlio di Giovanni. Il Fiano di Avellino Roseto 2003 proviene da uve coltivate sempre nel comune di Lapio. Alla vista si presenta di un colore giallo paglierino brillante. Al naso, intenso ed allo stesso tempo fine, si avvertono sentori di frutta gialla, pesca ed albicocca, il caratteristico aroma di nocciole ed una sincera espressiva mineralità. Al palato c'è piena corrispondenza con le sensazioni olfattive: entra morbido, sottile e, nonostante mostri una discreta persistenza ed una piacevole freschezza, mi è apparso leggermente troppo corto nel finale. L'azienda ne suggerisce un'invecchiamento di almeno 5 anni. Io sono sicuro che anche più tempo non potrà che rendergli giusto onore. Infine ultima sosta a Summonte per un altro produttore cult del Fiano di Avellino: Guido Marsella. Sono sempre troppo poche le bottiglie prodotte dal signor Guido rispetto ad una richiesta crescente e ciò nonostante sia sistematicamente ignorato dalle guide. Il suo Fiano rimane sempre fedele a se stesso, estremo, alla ricerca di colpi ad effetto e grandi complessità pur senza cercare le scorciatioie del legno (solo acciaio 100%!). Questo 2003 non delude regalando al naso una esplosione di frutta tropicale ed una calda mineralità. Al palato, rispetto ad altre annate, si avverte una certa pesantezza alcolica (14%vol.), pur bilanciata da una fresca vena di acidità. Come il Colli di Lapio di Clelia anche questo fiano chiude con una lieve striscia amara. Nell'insieme si percepisce una materia prima imponente, che abbisogna di altro tempo per smussare ed equilibrare alcune delle sue componenti che, allo stato attuale, sono in pieno divenire. Aspettando monsieur Gaita ed il suo Villa Diamante... Campania felix a tutti 16 novembre 2004
|
||
|
prima
pagina | l'articolo |
l'appunto al vino | la
parola all'agronomo | in
azienda |
|||