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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
A spasso per Vitigno Italia

di Fabio Cimmino

Finalmente Napoli ha (ri)trovato un "suo" evento degno del divino nettare di Bacco. E' bene dirlo subito: non tutte le ciambelle riescono col buco e sicuramente, nonostante i proclami entusiastici dell'organizzazione, più di un qualche semplice migliorativo potrà essere apportato in futuro. Non sono convinto fino in fondo, ad esempio, che la scelta di puntare sul vitigno autoctono (opzione sempre più inflazionata) sia stata la migliore possibile. Sarebbe, ad esempio, stata una valida alternativa cercare di organizzare un fiera unica dei vini del sud cercando di accorpare le varie manifestazioni regionali che proliferano, ormai, un pò ovunque, dal Salone dei vini di Puglia a Sicilia en primeur, con un duplice obbiettivo: da un lato di dare spazio a realtà quanto più eterogenee possibili, da quelle più significative a quelle meno conosciute, del nostro meridione di Italia (naturalmente isole comprese) e dall'altro dare un solo punto di riferimento a buyer e stampa specializzata (sempre più stanchi e confusi dal moltiplicarsi di questi eventi) che vogliono avvicinare e conoscere meglio queste realtà nello specifico!

Altra scelta poco felice quella di aver dovuto ripiegare su date non facili, in concomitanza con il lungo ponte del 2 giugno, e rinunciando al lunedì che in un periodo di intenso lavoro (soprattutto nei week end) per i ristoratori diventa l'unica via di fuga per potersi allontanare dalla propria attività. La semifinale di ritorno dei play-off del Napoli poi non ha potuto che peggiorare questo stato di cose.

Molto valida, in ogni caso, l'organizzazione, che pur dovendo scontare il noviziato se l'è cavata piuttosto bene, ed i pochi sporadici episodi di disservizio, seppur accompagnati da qualche malumore, possono considerarsi gli inevitabili incidenti di percorso in una manifestazione al suo esordio. Nonostante luci ed ombre, i vertici, come già detto, si sono dichiarati ampiamente soddisfatti e già si pensa alla prossima edizione.

Tra le novità, oltre agli stand dei singoli produttori, sono stati organizzati alcuni wine shop dove era possibile degustare tutte le etichette (o quasi) presso un unico banco d'assaggio gestito dai bravi e giovani sommellier campani. In tutto 3 wineshop: nord, centro e sud posizionati seguendo il percorso virtuale (dal Piemonte alla Sicilia) con il quale era stata ideata ed allestita l'intera fiera. Un'innovazione adottata dalla direzione tecnica della manifestazione e molto apprezzata dai visitatori.

Molto attese, poi, sia le degustazioni organizzate dall'Ais che, soprattutto, quelle gratuite offerte dalla Regione sui vitigni autoctoni più importanti e diffusamente coltivati in Campania. Molto interessanti anche i laboratori del gusto di Slow food, in particolare l'emozionante verticale di Amarone della Valpolicella di Bertani e quella sorprendente del Pietramarina di Benanti, alle quali ho preso parte.

E vorrei proprio cominciare da questa ultima verticale per segnalare quello che, secondo il mio modesto parere, è il vino bianco più longevo ed interessante d'Italia in questo momento. Non è certamente un vino facile e bisogna saperlo aspettare come ha dimostrato il primo bicchiere, un 2000, ancora scomposto ed in via di definzione al palato. L'incredibile mineralità e l'acidità sferzante sono i tratti distintivi di questo bianco. Un mineralità non banale che in alcune annate più potenti e strutturate (vedi 2000 & 1999) ricorda i teutonici riesling tedeschi ed in altre (il 1997, il mio preferito) quella più rupestre e selvaggia della Loira, che fa pensare ad alcuni Vouvray, quelli di Domaine Huet, interpretati magistralmente da personaggi incredibili del calibro di Noel Pinguet. Talvolta poi le note affumicate e tostate prendono il sopravvento (è il caso del 1998) lasciando spiazzato il degustatore che sa di star bevendo un vino che non vede legno e se non fosse per la vulcanicità dei terreni non si saprebbe spiegare altrimenti certe sensazioni. Peccato, invece, per il 1995 ed il 1996 non del tutto a posto. Sicuramente non ci troviamo di fronte al classico vino del sud né tantomeno allo stereotipo di bianco siciliano, almeno come siamo abitutati ad intendere questi vini. Sarebbe meglio dire che si tratta di un vino del sud molto atipico. Siamo, innanzitutto, sull'Etna, a quasi 1000 metri sul livello del mare, su suoli vulcanici altamenti vocati alla viticultura (e non solo) d'eccellenza! Gli anni che il vino solitamente attende prima di esordire sul mercato, dopo un lungo affinamento in vetro, servono a smussare le spigolature acide ed a sviluppare quegli aromi particolarissimi e caratteristici che lo contraddistinguono.

Archiviato il Pietramarina passiamo a Bertani. Siamo in un area diametralmente opposta rispetto alla Sicilia di Benanti eppure il miracolo si ripete! In questo caso siamo andati indiero fino a due commoventi bottiglie targate 1968 e 1967, ancora in splendida forma. La partenza è stata di quelle da togliere il fiato con un 1997 che farà, secondo me, ancora a lungo parlare di sè (rimane uno dei migliori amarone che abbia mai assaggiato), quindi un 1994 interlocutorio, con note di confettura in evidenza, per scivolare fino al 1980 che a mio parere è stata la bottiglia meno entusiasmante della serie ed un 1975 caratterizzato, invece, da note più decise di goudron e caffè. Quindi il gran finale con le etichette di cui sopra, direttamente dagli anni sessanta.

E visto che si parla di vitigni autoctoni vorrei solo anche accennare ad un terzo laboratorio slow food cui ho partecipato, che ha cercato di affrontare il tema dei vitigni minori. In questo caso la scelta delle etichette, però, mi è sembrata poco felice avendo selezionato alcune versioni affinate in rovere con le quali è molto difficile, secondo me, approcciare e farsi un'idea di uve praticamente sconosciute o quasi.

Prima di passare ad altro ritorno a parlare dei vini dell'Etna per iniziare una sorta di viaggio virtuale da sud a nord così come l'ho vissuto nei tre giorni in cui ho frequentato la fiera. Inizio, dunque, con il Gurna bianco 2003, da carricante, minnella ed altre uve minori, e l'Outis rosso 2002, nerello mascalese in purezza, di Biondi. Due esempi affascinanti di come vecchissime vigne ad alberello riescano ad esprimere un carattere del tutto speciale su questi particolarissimi terreni facendo letteralmente respirare l'aroma delle ceneri vulcaniche quando si porta al naso il bicchiere. Vini sottili, eleganti che dimostrano di possedere, altresì, anche un notevole potenziale di invecchiamento. Dalla Sicilia ci spostiamo sull'altra isola magica, la vicina Sardegna, per provare il Biddas Arrubas, blend di cannonau, bovale e cagnulari dei Feudi della Medusa, un vino lavorato solo in acciaio che esprime tutta la potenza dei vitigni e del territorio. Parlando del "non uso" del legno mi viene in mente la produzione di Michele La Luce che presentava, presso il consorzio Qui Vulture, due interessanti versioni di Aglianico, entrambe dell'annata 2003, vinificate totalmente in acciaio, con l'unica differenza data dalla diversa selezione delle uve. Vini puri, essenziali, in cui si respira la matrice contadina e terragna di chi li produce. Prossimamente ci sarà (forse?) una limitata produzione in legno affidata comunque a botti di grande capacità!

Anche nella mia Campania felix non sono mancate novità interessanti e scoperte inaspettate. Come, ad esempio, la Falanghina di Pasquale Di Meo, semplice, un pò rustica ed allo stesso tempo originale. Ha risvegliato me e l'amico di Enodelirio, Francesco Agostini, dal torpore in cui eravamo caduti seduti, al tavolo del consorzio Campi Flegrei, degustando una serie di falanghine fin troppo corrette, lobotomizzate e appiattite dalla "paura dell'acidità"! La falanghina è un vitigno che ha un'acidità elevata che fa parte del suo DNA: perchè invece di preoccuparsi di come arginarla in tutti modi (attraverso gradazioni alcoliche improbabili e/o fermentazione malolattica) i produttori non si decidono una volta per tutte di rispettare e di esaltare proprio questa caratteristica per farne il tratto distintivo del vino ?!

Spostandoci sul versante opposto nell'entroterra irpino ha, invece, presentato i suoi vini La Molara. Si tratta di una nuova azienda di Luogosano che, nonostante la giovane età delle vigne, ha portato in degustazione un Taurasi, il Santa Vara 2001, che già dimostra carattere ed una certa personalità. Peccato per il prezzo proibitivo. Molto buono anche il Vigna Claudia, un blend di aglianico (80%) e merlot (20%) in duplice versione, sia 2000 che 2001. Nella provincia di Caserta, invece, anche i Viticoltori del Casavecchia presentavano due nuove etichette: l'Erta dei Ciliegi 2004, un rosso da uve casavecchia in purezza, succoso e pimpante, ed il Pallagrello bianco 2004, una bella interpretazione fresca e minerale dell'ormai definitivamente rinato vitigno di origine borbonica.

Dalla Puglia una conferma con il Guado San Leo 2002 di D'Alfonso Dal Sordo, uva di troia in purezza. La stessa uva è protagonista assoluta anche nel Vandalo 2003 delle Tenute Cocevola, piacevole sorpresa (entrambi vini sono firmati da Luigi Moio). Sono, quindi, risalito verso il centro alla scoperta delle suggestioni della Tintilia molisana mentre in Umbria ritrovavo quelle, già note, del Sagrantino di Montefalco (2001) di Antonelli San Marco.

C'è tempo, ancora, per fermarsi a riscoprire alcuni produttori storici del panorama nazionale come Isole & Olena, dove insieme al sempre disponibilissimo Paolo De Marchi ed al suo Cepparello 2001 ho potuto riassaporare lo struggente fascino del Sangioveto. E nello stesso stand ho potuto scambiare due chiacchiere con quel signore del vino che risponde al nome di Aldo Vajra che non significa solo Barolo (il suo Bricco Viole '99 è un piccolo capolavoro) ma anche Dolcetto Coste & Fossati 2003 e Freisa Kyè 2001, due fulgidi esempi di come possano essere nobilitati dei vitigni cosìddetti minori. E sempre in Piemonte, spostandomi un pò più a nord, arrivo nella Docg Gattinara per conoscere meglio "l'altro nebbiolo" attraverso l'acidità, nervosa e scattante, e la sapidità, minerale e rugginosa, dell'Osso San Grato 2000 di Antoniolo.

Infine, sull'altro versante, quello Veneto, incontro la semplicità non banale di un Bardolino come il Tacchetto 2004 di Guerrieri Rizzardi, dal frutto croccante e speziato, e prima di andar via, ancora un sorso per rinfrescare l'esausto palato: mi concedo, così, un calice del re dei prosecco millesimati, il Giustino B (2003) di Ruggeri. Tre giorni intensi in giro per l'Italia degli autoctoni rimandendo nella mia Napoli, sempre così incredibilmente bella e contradditoria...

Campania felix a tutti

20 giugno 2005

 
 
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