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"Grandi e piccoli" vini della provincia di Napoli
di Fabio Cimmino

I vini prodotti nella provincia di Napoli rivendicano sempre più
prepotentemente un ruolo da protagonista nel variegato e complesso panorama produttivo della mia Campania Felix. Le Doc interessate sono molteplici e rappresentano un vero e proprio viaggio alla scoperta di vecchie tradizioni e storie affascinanti. Si parte dai Campi Flegrei, a nord del capoluogo partenopeo (abbracciando l'isola di Ischia) fin dentro i confini del centro cittadino, per arrivare nel cuore della Penisola Sorrentina, a sud di Punta Campanella fino a confini con la Costiera Amalfitana, passando attraverso le vigne che affondano le proprie radici nei terreni lavici all'ombra del Vesuvio.

I Campi Flegrei rappresentano una superficie vitata di tutto rispetto, anch'essa di natura vulcanica (siamo nella terra della Solfatara, vulcano ancora attivo, temuto e cantato sin dall'antichità) che vede alternarsi produttori di dimensioni medio-grandi a piccoli ed intraprendenti artigiani. Da un lato troviamo, così, le cantine Grotta del Sole della famiglia Martusciello che da sempre cercano di coniugare ai grandi numeri anche un'elevata qualità, dall'altra personaggi come Luigi di Meo dei Vini della Sibilla, che custodisce ancora vigneti a piede franco coltivati con antichi sistemi quali l'allevamento a spalliera puteolana (molto più bassa dell'alberata aversana ma non di meno suggestiva). Ho assaggiato le ultime edizioni delle due selezioni più importanti di Grotta del Sole: Quarto di Luna 2002 e Quarto di Sole 2001. Il primo è un blend di falanghina e coda di volpe che nonostante una maggiore concentrazione di materia ed aromi e l'uso del rovere mantiene un andamento sobrio conservando ed esaltando le caratteristiche di freschezza e bevibilità della falanghina. Il secondo è, invece, un blend di aglianico e piedirosso, che strizza l'occhio al consumatore moderno senza perdere di vista i caratteri varietali dei due vitigni autoctoni da cui nasce, cercando di realizzare un'armoniosa integrazione. La ciliegia fresca e la nota pepata del piedirosso si fondono così, elegantemente, con la prugna matura e le note balsamiche dell'aglianico. Più semplice ed immediato l'approccio con i Vini della Sibilla. La Falanghina 2003 continua ad affrontare egregiamente lo scorrere del tempo, conservando la freschezza e la sapida mineralità che l'hanno contraddistinta sin dall'esordio. Il vero capolavoro dell'annata 2003 Luigi di Meo lo ha, però, conseguito con il suo rosato Baios, un piedirosso che non ha nulla da invidiare, per intensità e persistenza, ad un vero e proprio rosso. Le particolarissime condizioni climatiche dell'annata 2003 hanno permesso di ottenere un rosato di incredibile concentrazion,e che regala un frutto succoso arricchito da venature speziate, il tutto sostenuto da una vivace e fresca acidità.

Ad Ischia il confronto tra Davide e Golia si ripete. Questa volta ha per protagonisti Casa D'ambra da un lato e la famiglia Cenatiempo dall'altro. I numeri di Casa d'Ambra sono di tutto riguardo e bisogna rivolgere l'attenzione al cru Frassitelli per ritrovare l'atmosfera isolana più vera e contadina. I bianchi da queste parti non sembrano aver gradito la siccitosa estate 2003 ed anche questo cru di biancolella in purezza non sembra mostrare la solita verve minerale. Rimane un vino fine ed elegante, appena sussurrato... forse un pò troppo sussurato. Le sfumature floreali si innestano, infatti, su di un corpo fruttato senza, però, raggiungere la persistenza e la profondità alle quali ci ha abituato. Anche i bianchi di Cenatiempo sembrano aver sofferto la calda estate 2003 ed allora ecco fare la sua apparizione il Per'e Palummo a tenere alto il blasone di famiglia. Un vino decisamente concentrato, caratterizzato da un frutto rosso maturo e da una spruzzata di pepe bianco senza rinunciare alla proverbiale freschezza e sapidità.

Dai Ischia ci spostiamo alle falde del Vesuvio dove ancora non sembra trovarsi un protagonista di primo piano che possa fare da traino all'intero territorio. Ci prova da qualche anno Villa Dora con l'aiuto dell'enologo Roberto Cipresso. I vini, tutti targati 2001, appaiono ancora "work in progress" dibattendosi tra il raggiungimento di un giusto equilibrio con il legno ed una migliore felicità espressiva. Il bianco Vigna del Vulcano 2001 ed i rossi Gelsonero e Forgiato appaiono ancora richiusi su se stessi: se da un lato fanno presagire una certa longevità, dall'altro sorgono dubbi su quanto ancora possa perdurare questa fase di chiusura, piuttosto severa e penalizzante, soprattutto, nei rossi. Molto più semplice decifrare i Lacryma Christi di Scala (rosso 2003) e di Sorrentino (bianco 2003). Il primo appare ancora imbrigliato in un impostazione rustica e approssimativa, gioca le sue carte sull'immediatezza del frutto e la freschezza acida. Meno scontato l'approccio alla coda di volpe di Sorrentino. Il vino sembra offrire il meglio di sé nella parte finale per via retrolfattiva. Il primissimo impatto è influenzato piuttosto negativamente da una prevaricante nota alcolica. Al palato, invece, il vino si dispiega con maggiore precisione raggiungendo il suo apice dopo la deglutizione quando regala piacevolissimi ricordi di nocciola.

A traghettarci verso la Penisola Sorrentina troviamo l'azienda De Angelis che, pur avendo la propria base operativa nel centro di Sorrento, produce soprattutto Lacryma Christi, in tutte e tre le versioni: bianco, rosso e rosato. L'intensità e la peculiarità degli aromi colpisce e, non posso nascondere, insospettisce. Un Lacryma Christi bianco così profumato non l'avevo mai provato e non basta un saldo di falanghina né la vulcanica mineralità dei terreni a poter da sola regalare aromi "da Sauvignon"... Discorso diverso per la versione in rosso che sembra più rispettosa ed in linea con il varietale.

Dulcis in fundo, è proprio il caso di dire, la presentazione della seconda annata del "vino da conversazione" (io direi, meglio, da dessert!), Giardini Arimei, prodotto in quel di Ischia dai Fratelli Muratori. Al naso si susseguono odori di erbe mediterranee, agrumi, albicocca matura, confettura di fichi e miele. Completano il quadro note di cera ed incenso mutuate dal legno. L'approccio al palato è contraddittorio: pur dotato, infatti, di notevole freschezza, proprio in virtù della stessa chiude, di contro, un pò troppo velocemente e asciugante. Da seguire.

Campania felix a tutti

14 febbraio 2005

Immagini:
La solfatara, Ischia e una vista di Napoli (da http://www.agraria.unina.it)

 

   

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