Che brutto titolo hanno scelto gli organizzatori per mettere su una
tavola rotonda sui progressi del comparto vinicolo nelle regioni del
meridione di Italia. Quando ho ricevuto l'invito non ho potuto fare
a meno di storcere il naso. Un titolo che, tra l'altro, non sempre mi
è parso calzante vista la natura di talune delle interessanti
storie poi raccontate durante la manifestazione e la qualità
di molti dei protagonisti chiamati ad intervenire. Sia delle une che
degli altri con il termine "industria" non sono riuscito proprio
a vedere il nesso.
Secondo me, sotto questo aspetto, alla fine dei giochi si è fatta
solo un bel po' di confusione e non so gli altri spettatori quali siano
le conclusioni che ne abbiamno potuto trarre. Artigiani del sidro di
mele come il bravo Baldino e chef straordinari come Gennarino Esposito
vicino a grossi gruppi come GIV ed Arcipelago Muratori, che parlavano
delle loro iniziative al sud, non mi hanno per nulla convinto! Soprattutto
il progetto dei F.lli Muratori ha qualcosa di aberrante che non riesco
a metabolizzare: sbarcare in zone vocate ed impiantare nuovi vigneti
in terreni che mai vigna hanno visto solo perché analizzati e
selezionati come altamente idonei alla coltivazione delle varietà
autoctone locali... Ho capito bene !?
Caro Sig.Iacono se ho capito male le chiedo scusa fin da adesso ma la
prossima volta si spieghi un pò meglio. Io vi lascio solo immaginare
i vini che hanno appena presentato sul mercato (da tutte vigne che non
hanno più di 8 anni) di cui preferisco nel prosieguo di questo
mio resoconto evitare le note di degustazione... Ad ogni modo l'unica
cosa che alla fine dell'incontro è stata chiara a tutti è
che il numero di aziende produttrici di vini, di impostazione industriale
o meno che sia, è letteralmente schizzato alle stelle passando
da due a tre e quattro cifre nel volgere di poco più di dieci
anni. Non credo ci volessero 2 ore abbondanti per venirlo a raccontare
ad una platea molto nutrita e qualificata.
Mi dispiace per l'amico Luciano Pignataro del Mattino di Napoli che
a chiosa della tavola rotonda presentava la sua interessantissima "Carta
dei vini di Campania & Basilicata" offrendo al pubblico un
buffet ed un numero notevole, sia per qualità che per assortimento,
di etichette selezionate dalla sua ricca "carta". Passiamo
pertanto alle note della serata che ho avuto il piacere di stilare con
la simpaticissima e preparatissima giornalista-sommelier-importatrice
giapponese Mayumi Nakagawara.
I top wines della serata sono stati sicuramente il Taurasi 1999
di Lonardo e l'Aglianico del Vulture Riserva Vigna Caselle
1998 di D'Angelo. Due aglianico, dunque, provenienti da aree
molto diverse entrambe particolarmente vocate. Il Taurasi 1999 di Lonardo
è sicuramente un Taurasi della tradizione, un Taurasi austero
che poco concede alle moderne suggestioni. Eppur stupisce per una immediatezza
espressiva che lo rende godibile e accessibile anche al neofita. Al
naso si avvertono sentori di prugna matura e fiori appassiti, con un
insistente nota di tabacco inglese veramente molto fine. Completano
il quadro olfattivo note animali, di cuoio e selvaggina. In bocca è
caldo, abbastanza morbido e soprattutto lungo grazie ad una combinazione
riuscita tra tannini ed acidità. Non stanca anzi, la voglia di
riassaggiarlo a fine serata era tanta ma chissà perchè
è stata una delle poche etichette a terminare velocemente...
Il Vigna Caselle ha una maggiore potenza di frutto ed è ancora
giovanissimo nel suo incedere sia al naso che al palato. Un "classico"
dal Vulture, intriso di minerale ricchezza, da aspettare e meditare
negli anni a venire. Il Canneto 2001 segue con passo meno austero
più aperto alle concessioni modaiole di muscoli e rovere senza
perdere però pulizia e correttezza d'esecuzione. A modo suo un
altro classico. Più difficile l'approccio al Re Manfredi 2000
di Terre Degli Svevi: appare come un monolita restio a concedersi
anche se rispetto ad un assaggio di qualche mese fa sembra aver fatto
qualche progresso, speriamo non doverlo attendere in eterno. Ancora
non mi convince La Firma 2002 del Notaio Giuratrabocchetti che
mi appare ancora scollegato nelle sue componenti e troppo segnato dagli
accenti vanigliati e speziati del rovere. L'annata avrebbe forse dovuto
indurre a maggiore coraggio e fare un passo indietro.
Carato Venusio 2001 delle Cantina di Venosa preferisce,
invece, volare basso ed evitando di strafare ci regala una prestazione
di assoluto valore e di grande equilibrio: più frutto che spezie
con un buon potenziale evolutivo. L'esordiente Pallagrello Serole
2003 di Terre del Principe di Manuela Piancastelli e Giuseppe
Mancini oscura un altro volto nuovo, alla seconda annata, l'Acquavigna
di Fattoria Selvanova. Quest'ultimo mi appare piuttosto sopravvalutato
nel prezzo rispetto ad una qualità direi nella media. Entrambi
giocano sulla delicata florealità del vitigno, su note di frutta
e miele fini ed eleganti. Quello di Manuela mi sembra avere tutto un
altro passo!.
Ci sono, poi, il Fescine di Caputo, asprinio strutturato ed ambizioso,
il Greco ed il Taurasi Riserva 1998 di Colle
di San Domenico che scontano ancora delle lievi imperfezioni olfattive
e realizzative, il Fiano di Avellino e l'Ausculum, aglianico
d'Irpinia, di Renna, più rusticognoli che terragni, come qualcuno
li ha definiti, l'Emè 2000 di Capitani che sembra aver sofferto
la calda annata più del dovuto, i semplici ma succosi piedirosso
e pere'e'palummo di Vigne di Parthenope e D'Ambra. Sempre di D'Ambra
c'è il cru Frassitelli 2003, biancolella giocata sulla
semplicità, delicatamente fruttata e floreale.
Ci sono, ancora, i cru-novità di Agnanum, al secolo Raffaele
Moccia, che dalle sue vigne di città, ad Agnano (Napoli),
nei pressi del cratere degli Astroni, produce falanghina e piedirosso
dei Campi Flegrei. Meglio sicuramente le due versioni 2003 (base e Vigna
del Pino) di falanghina, minerali ed avvolgenti, rispetto al Vigna
delle Volpi 2002, piedirosso irreversibilmente segnato dal rovere
e dall'annata. Idem dicasi per il Capri Bianco 2002 della Vinicola
Tiberio così come indecifrabile il Vigna del Vulcano 2001
Lacryma Christi di Villa Dora e Roberto Cipresso.
Allora mi viene spontaneo interrogarmi sul perché,... perché
continuare a sperimentare il rovere su vitigni (piedirosso e coda di
volpe nel caso di specie) che esprimono il meglio delle proprie caratteristiche
nella semplicità e nella piacevolezza. Sveglia! E' finita l'era
dei blockbuster da degustazione, il mercato del vino chiede altro. Per
chi ancora non se ne fosse accorto, è in piena crisi. I vini
la gente vuole tornare a berli e soprattutto pagarli poco... Anche alcuni
giornalisti, leggendo le classifiche di alcune guide, sembrerebbero,
seppur molto lentamente, iniziare ad accorgersene... Meglio tardi che
mai!
Campania felix a tutti