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L'industria del vino del Sud

di Fabio Cimmino

Che brutto titolo hanno scelto gli organizzatori per mettere su una tavola rotonda sui progressi del comparto vinicolo nelle regioni del meridione di Italia. Quando ho ricevuto l'invito non ho potuto fare a meno di storcere il naso. Un titolo che, tra l'altro, non sempre mi è parso calzante vista la natura di talune delle interessanti storie poi raccontate durante la manifestazione e la qualità di molti dei protagonisti chiamati ad intervenire. Sia delle une che degli altri con il termine "industria" non sono riuscito proprio a vedere il nesso.

Secondo me, sotto questo aspetto, alla fine dei giochi si è fatta solo un bel po' di confusione e non so gli altri spettatori quali siano le conclusioni che ne abbiamno potuto trarre. Artigiani del sidro di mele come il bravo Baldino e chef straordinari come Gennarino Esposito vicino a grossi gruppi come GIV ed Arcipelago Muratori, che parlavano delle loro iniziative al sud, non mi hanno per nulla convinto! Soprattutto il progetto dei F.lli Muratori ha qualcosa di aberrante che non riesco a metabolizzare: sbarcare in zone vocate ed impiantare nuovi vigneti in terreni che mai vigna hanno visto solo perché analizzati e selezionati come altamente idonei alla coltivazione delle varietà autoctone locali... Ho capito bene !?

Caro Sig.Iacono se ho capito male le chiedo scusa fin da adesso ma la prossima volta si spieghi un pò meglio. Io vi lascio solo immaginare i vini che hanno appena presentato sul mercato (da tutte vigne che non hanno più di 8 anni) di cui preferisco nel prosieguo di questo mio resoconto evitare le note di degustazione... Ad ogni modo l'unica cosa che alla fine dell'incontro è stata chiara a tutti è che il numero di aziende produttrici di vini, di impostazione industriale o meno che sia, è letteralmente schizzato alle stelle passando da due a tre e quattro cifre nel volgere di poco più di dieci anni. Non credo ci volessero 2 ore abbondanti per venirlo a raccontare ad una platea molto nutrita e qualificata.

Mi dispiace per l'amico Luciano Pignataro del Mattino di Napoli che a chiosa della tavola rotonda presentava la sua interessantissima "Carta dei vini di Campania & Basilicata" offrendo al pubblico un buffet ed un numero notevole, sia per qualità che per assortimento, di etichette selezionate dalla sua ricca "carta". Passiamo pertanto alle note della serata che ho avuto il piacere di stilare con la simpaticissima e preparatissima giornalista-sommelier-importatrice giapponese Mayumi Nakagawara.

I top wines della serata sono stati sicuramente il Taurasi 1999 di Lonardo e l'Aglianico del Vulture Riserva Vigna Caselle 1998 di D'Angelo. Due aglianico, dunque, provenienti da aree molto diverse entrambe particolarmente vocate. Il Taurasi 1999 di Lonardo è sicuramente un Taurasi della tradizione, un Taurasi austero che poco concede alle moderne suggestioni. Eppur stupisce per una immediatezza espressiva che lo rende godibile e accessibile anche al neofita. Al naso si avvertono sentori di prugna matura e fiori appassiti, con un insistente nota di tabacco inglese veramente molto fine. Completano il quadro olfattivo note animali, di cuoio e selvaggina. In bocca è caldo, abbastanza morbido e soprattutto lungo grazie ad una combinazione riuscita tra tannini ed acidità. Non stanca anzi, la voglia di riassaggiarlo a fine serata era tanta ma chissà perchè è stata una delle poche etichette a terminare velocemente...

Il Vigna Caselle ha una maggiore potenza di frutto ed è ancora giovanissimo nel suo incedere sia al naso che al palato. Un "classico" dal Vulture, intriso di minerale ricchezza, da aspettare e meditare negli anni a venire. Il Canneto 2001 segue con passo meno austero più aperto alle concessioni modaiole di muscoli e rovere senza perdere però pulizia e correttezza d'esecuzione. A modo suo un altro classico. Più difficile l'approccio al Re Manfredi 2000 di Terre Degli Svevi: appare come un monolita restio a concedersi anche se rispetto ad un assaggio di qualche mese fa sembra aver fatto qualche progresso, speriamo non doverlo attendere in eterno. Ancora non mi convince La Firma 2002 del Notaio Giuratrabocchetti che mi appare ancora scollegato nelle sue componenti e troppo segnato dagli accenti vanigliati e speziati del rovere. L'annata avrebbe forse dovuto indurre a maggiore coraggio e fare un passo indietro.

Carato Venusio 2001 delle Cantina di Venosa preferisce, invece, volare basso ed evitando di strafare ci regala una prestazione di assoluto valore e di grande equilibrio: più frutto che spezie con un buon potenziale evolutivo. L'esordiente Pallagrello Serole 2003 di Terre del Principe di Manuela Piancastelli e Giuseppe Mancini oscura un altro volto nuovo, alla seconda annata, l'Acquavigna di Fattoria Selvanova. Quest'ultimo mi appare piuttosto sopravvalutato nel prezzo rispetto ad una qualità direi nella media. Entrambi giocano sulla delicata florealità del vitigno, su note di frutta e miele fini ed eleganti. Quello di Manuela mi sembra avere tutto un altro passo!.

Ci sono, poi, il Fescine di Caputo, asprinio strutturato ed ambizioso, il Greco ed il Taurasi Riserva 1998 di Colle di San Domenico che scontano ancora delle lievi imperfezioni olfattive e realizzative, il Fiano di Avellino e l'Ausculum, aglianico d'Irpinia, di Renna, più rusticognoli che terragni, come qualcuno li ha definiti, l'Emè 2000 di Capitani che sembra aver sofferto la calda annata più del dovuto, i semplici ma succosi piedirosso e pere'e'palummo di Vigne di Parthenope e D'Ambra. Sempre di D'Ambra c'è il cru Frassitelli 2003, biancolella giocata sulla semplicità, delicatamente fruttata e floreale.

Ci sono, ancora, i cru-novità di Agnanum, al secolo Raffaele Moccia, che dalle sue vigne di città, ad Agnano (Napoli), nei pressi del cratere degli Astroni, produce falanghina e piedirosso dei Campi Flegrei. Meglio sicuramente le due versioni 2003 (base e Vigna del Pino) di falanghina, minerali ed avvolgenti, rispetto al Vigna delle Volpi 2002, piedirosso irreversibilmente segnato dal rovere e dall'annata. Idem dicasi per il Capri Bianco 2002 della Vinicola Tiberio così come indecifrabile il Vigna del Vulcano 2001 Lacryma Christi di Villa Dora e Roberto Cipresso.

Allora mi viene spontaneo interrogarmi sul perché,... perché continuare a sperimentare il rovere su vitigni (piedirosso e coda di volpe nel caso di specie) che esprimono il meglio delle proprie caratteristiche nella semplicità e nella piacevolezza. Sveglia! E' finita l'era dei blockbuster da degustazione, il mercato del vino chiede altro. Per chi ancora non se ne fosse accorto, è in piena crisi. I vini la gente vuole tornare a berli e soprattutto pagarli poco... Anche alcuni giornalisti, leggendo le classifiche di alcune guide, sembrerebbero, seppur molto lentamente, iniziare ad accorgersene... Meglio tardi che mai!

Campania felix a tutti

14 ottobre 2004

 

   

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