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La Falanghina del metodo Frojo
di Fabio Cimmino

Troppo spesso mi dimentico, sbagliando, di come mi sono avvicinato e, da subito, così tanto appassionato al vino. Addirittura sempre più di frequente mi sento arrivato ad un punto di saturazione (anche fisico), tale da domandarmi se sia venuto il momento di prendermi una pausa di riflessione, per poi ricominciare con ritrovato entusiasmo, ricercando gli stimoli e, soprattutto, lo spirito che mi animava agli inizi. Poi mi capita, a metà mattinata di un giovedì di novembre, di prender parte, presso l'azienda agricola della famiglia Mustilli, in quel di Sant'Agata dei Goti, alla presentazione di un libro esclusivo sulla Falanghina (edito per i Tipi di Di Mauro Editore) e di riscoprire, così, per caso, quella parola magica che sembravo, ormai, aver dimenticato: "fascino". Il vino che mi appassiona è il vino che mi affascina!

Fascino non inteso come una parola astratta, vuota ed inafferrabile, ma bensì pregna di significato. Fascino che diventa e si traduce, nel vino, in occasione di cultura, specchio di un territorio, condivisione di passioni, riflesso liquido di storie e di personaggi. Gli ingredienti, quel giovedì, a Palazzo Mustilli, c'erano proprio tutti!

Innanzitutto la storia, molto interessante, da cui prende spunto il libro che è una ristampa ragionata (in serie limitata, 999 copie numerate a mano) di una parte del testo del Cavalier Giuseppe Frojo: "Il Presente e l'Avvenire dei Vini d'Italia" (stampato nel 1876 a cura del Reale Istituto di Incoraggiamento alle Scienze Naturali, Economiche e Tecnologiche di Napoli).

Il personaggio è, invece, proprio e sicuramente lui, Leonardo Mustilli, cui si deve l'idea di ristampare quella parte del testo, di questo libro ormai introvabile, riguardante la Campania ed i suoi vitigni. Ricordo che Leonardo Mustilli, per chi non lo sapesse, è noto al mondo del vino, e scherzosamente da qualcuno definito l'Ingegner Falanghina, per aver riscoperto (e salvato) questo vitigno autoctono ed averlo portato al meritato successo.

La passione è quella della figlia di Leonardo, Anna Chiara, e della professoressa Antonella Monaco, ricercatrice presso la Facoltà di Agraria dell'Università Federico II di Napoli, che insieme hanno fatto in modo che il progetto prendesse vita e si materializzasse. Eh sì!...perchè al libro è stata abbinata una bottiglia veramente speciale di vino prodotto da uve Falanghina (della vendemmia 2003), ottenuta scrupolosamente con il singolare metodo proposto dal Frojo nel suo libro. Peccato che il libro (così come del resto la bottiglia) non siano in vendita. Mi dispiace, naturalmente, per il libro, interessantissimo, mentre ritengo, invece, assolutamente giusta la decisione di non commercializzare la falanghina per non confondere un momento squisitamente culturale con l'ennesima occasione commerciale.

Un modo nuovo dunque di comunicare il vino, come ha sottolineato, attentamente, il noto giornalista ed esperto di vino campano Luciano Pignataro. Non più la semplice (tanto inflazionata quanto meritoria) sponsorizzazione di eventi a sfondo culturale ma la realizzazione di un qualcosa di ancor più concreto e tangibile: un libro di sapere scientifico e di valore storico destinato a divenire un punto di riferimento per la conoscenza di questo vitigno, per tutti gli appassionati e studiosi, presenti e futuri. "Nulla di commerciale, dunque, solo la voglia di recuperare le radici disperse dalla società." E' lo stesso Pignataro a tracciare nel libro le motivazioni del successo della falanghina: uva a bacca bianca in terra di elezione per i vini bianchi (Greco di Tufo, Fiano di Avellino, Pallagrello bianco e Coda di Volpe), uva poliedrica in grado di ristorare con la sua freschezza dalla calura estiva ed amica della buona tavola.

Il vino è stato realizzato seguendo, pedissequamente, il protocollo Frojo: pigiadiraspatura delle uve, dapprima appassite, con torchio rigrosamente manuale, separazione dalle bucce e fermentazione del mosto in botti usate (inerti) per un periodo di circa un anno. Durante tutto il periodo nulla è stato aggiunto se non un velo di alcol, come prescritto da Frojo, che avrebbe dovuto proteggere il vino durante tutto il periodo. L'aggiunta di alcol, per la cronaca, avrebbe impedito, secondo la legislazione odierna, a questo prodotto di essere vino. I lieviti indigeni hanno smesso di lavorare molto presto ed il vino ha raggiunto una gradazione piuttosto bassa che non supera i sette gradi con un notevole residuo zuccherino (oltre 120 gr./lt.) che ne ha fatto, a finale, una sorta di "vino da meditazione".

La degustazione tecnica, ovviamente, lascia il tempo che trova trattandosi di un prodotto assolutamentre particolare. Sarebbe ingiusto voler giudicare un vino prodotto esattamente come 128 anni fa con criteri odierni. Il risultato è stato, indipendentemente da ciò, interessante soprattutto al palato. "...al naso l'odore è antico deciso dolce ma poco ruffiano (sarà solo una coincidenza ma ricorda lo Strega, la cui formula risale neanche a farlo apposta allo stesso periodo)." Se, infatti, il naso ha risentito della presenza di acidità volatile piuttosto elevata ed evidente, limitandosi a rivelare una nota eterea in grado di veicolare poco più che ricordi di fiori e frutta secca, è, invece al palato, dove si sprigiona una dolcezza zuccherina in grado di equilibrare e bilanciare la freschezza acida, che il vino dà il meglio di sè, regalando una buona persistenza e, per via retrolfattiva, una piacevole nota di frutta fresca matura (pera e mela). Insomma è stato bello esserci e soprattutto riscoprire il fascino del vino, alfiere di cultura e del territorio, narratore di storie e di persone! Non dimentichiamolo troppo facilmente: "per continuare insieme a coltivare con passione il vizio della memoria."

Campania felix a tutti

2 dicembre 2004

 

   

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