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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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| Pallagrello bianco o coda di volpe di Fabio Cimmino ....questo è il dilemma ! Quando, su questo stesso sito, è stato pubblicato il mio ultimo articolo, "Metti una sera a cena...", ho prontamente ricevuto la mail di un attento e preparato produttore della provincia di Caserta, che mi chiedeva di rettificare la parte in cui si lasciava intendere l'identità tra i due vitigni: pallagrello e coda di volpe. Nulla di più giusto ed abbiamo, così, subito provveduto a modificare il testo. Sappiamo bene quanto è importante comunicare correttamente oggi, soprattutto sui vitigni autoctoni. Eppure è stato il pretesto per pubblicare questo nuovo articolo non tanto per dare un chiarimento ai lettori ma piuttosto per fare qualche ulteriore riflessione sull'argomento e, perchè no, sollevare alcuni miei interrogativi. La stragrande maggioranza dei siti internet che si occupano di vino confondono le due uve all'interno delle schede ampelografiche considerandoli, spesso, sinonimi. Gli esami del DNA (ed altri importanti studi scientifici) hanno però, ampiamente, dimostrato che si tratta di due vitigni completamente diversi e con caratteristiche del tutto diverse. Come è potuto allora accadere un tale macroscopico equivoco se dal punto di vista ampelografico non è (e non sarebbe dovuto essere) possibile cadere nell'errore di confondere questi due vitigni. Si tratta di grappoli di forma molto diversa (quello della coda di volpe ha, appunto, la forma da cui prende nome, mentre il pallagrello ha un grappolo più corto e ad una sola ala) e di uve con epoche di maturazione diverse, aventi caratteristiche diametralmente opposte. A maturità il pallagrello raggiunge un notevole livello zuccherino, molto più elevato che nella coda di volpe ed un'acidità, di contro, più bassa. A lungo, proprio per questa compensazione dei loro caratteri, nelle campagne in provincia di Caserta è stata portata avanti la coltivazione di entrambi i vitigni, senza distinzione, e da qui è nata la confusione! Ora non voglio entrare in polemica con nessuno perchè non conosco di ogni singola azienda età e composizione dei vigneti (a che punto sono i reimpianti e con quali criteri si stanno effettuando) ma devo presumere che ci siano ancora un numero piuttosto diffuso di piante e, dunque, di uva coda di volpe. Tra l'altro si deve presumere che le prime annate prodotte con queste uve fossero "fuori legge a priori" visto che il pallagrello non era incluso nel Catalogo Nazionale delle Varietà di Vite e che, in questa primissima fase, la confusione con la coda di volpe (..."detta localmente pallagrello bianco") sia risultata "transitoriamente" comoda. E' ovvio che c'è voluto del tempo ed indagini, non sempre facilissime, per poter fare chiarezza. Mi chiedo, allora, quale sia la situazione attuale, considerato che si parla sempre più di tracciabilità e di garantire, con il massimo della trasparenza, il consumatore. Quello che noi beviamo quando sull'etichetta è scritto Pallagrello sappiamo che non sempre è (né deve esserlo) 100% pallagrello. Il limite del 15% di altri vitigni previsto dal disciplinare Terre del Volturno IGT viene rigorosamente rispettato oppure dobbiamo aspettarci la coda di volpe essere presente nel vino in proporzioni maggiori? Dobbiamo immaginare che tutte le eccedenze vengano etichettate come Coda di Volpe o con nomi di fantasia come semplici vini da tavola e con molto meno appealing commerciale (nonostante, infatti, siano entrambi vitigni autoctoni, il pallagrello ha l'unicità del legame vitigno territorio, che con la coda di volpe viene meno) rispetto al Pallagrello Bianco. Quanto, infine, l'organolettica del vino è influenzata (anche positivamente, non lo metto in dubbio!) dall'eventuale presenza dichiarata o meno del vitigno "intruso", alias la coda di volpe?? Sono tutte domande a cui penso ogni produttore avrà, probabilmente, una sua risposta, diversa a seconda della propria realtà, della propria situazione in vigna ma anche dell'idea di vino che si è prefisso di realizzare. Secondo me solo la nascita di una Doc che preveda semmai il 100% delle uve in etichetta potrà segnare una netta linea di demarcazione con la IGT ed una maggiore chiarezza per il consumatore. Pensare a controlli sulle uve per riscontrare che quanto dichiarato "storicamente" nella composizione dei vigneti (che, teoricamente, non dovrebbero essere stati iscritti come pallagrello!?) corrisponda alla realtà è un lavoro, forse, improbabile ed improponibile. Dobbiamo, dunque, augurarci che tutte le aziende sul territorio collaborino fattivamente nella stessa direzione, unite nella ricerca di una riconoscibilità varietale inequivocabile di questa nobile uva. Chiunque voglia intervenire a fare maggiore chiarezza è benvenuto. Io, nel frattempo, mi scuso anticipatamente per qualche altro strafalcione in cui sarò, sicuramente, incappato e mi congedo come sempre... Campania felix a tutti! 24 marzo 2005
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