ROCCA DI MONTEGROSSI
"La disfida del sangiovese"

 
 

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La passione e l’impegno, l’esuberante partecipazione e la giovanile vigorìa, palpabili già dal primo approccio, sono i tratti essenziali di Marco Ricasoli Firidolfi, proprietario e one man band della altrettanto giovane e dinamica azienda agricola Rocca di Montegrossi, situata sulle splendide colline di Monti nel Chianti Classico toscano, in luoghi che gli appassionati, e non solo, sanno (e fanno) appartenere alla blasonata sotto-zona di Gaiole.

Il nome, o meglio i cognomi che il nostro Marco si porta appresso, non lasciano spazio a fraintendimenti chè l’origine è chiara, legata com’è a filo doppio con famiglie che del vino hanno fatto vessillo nel corso della loro pluri-centenaria storia, che è anche storia del territorio su cui ci troviamo e del quale calpestiamo oggi sentieri e borghi, noi di Acquabuona e Marco da Monti, in una serena mattinata del giugno 2000, a cercar di fare un punto, di indicare direzioni, soprattutto, di parlare di emozioni.

Sono passati appena ottocento anni o giù di lì da quando il capostipite Geremia fondò la Rocca di Montegrossi e insieme la dinastia dei fili di Ridolfo, poi tramutati in Firidolfi dalla volgare lingua. Però la Rocca di Montegrossi, che resta l’origine di tutto, non si trova nella sede della attuale omonima azienda agricola, lei resta più in alto, come si addice a una rocca importante.

Noi ci troviamo invece nelle secolari cantine del Castello di Cacchiano, importante realtà vitivinicola della zona, da una cui costola si è staccato il giovane Marco. Difatti prima del 1994 il nome Rocca di Montegrossi era legato ad un marchio, a una selezione di vini di Cacchiano scelti da un accorto importatore per soddisfare e incuriosire l’avido mercato americano.

Nel 1994 la decisione di Marco a favore della "carriera solista" ha portato ad un’azienda a se stante con vigne e vini suoi propri poi, finalmente, dal 1998, anche ad una cantina diversa da quella di Cacchiano.

Nella nuova cantina ora avvengono la vinificazione e l’affinamento dei suoi vini e noi lì ci dirigiamo: ci troviamo al Colle, esiguo e intimo borghetto, affascinante angolo di Chianti, immerso nelle vigne di San Marcellino, accudito e protetto dalla sua splendida pieve romanica, bella e sproporzionata nella sua abside circolare (di cui auspichiamo semmai un prossimo recupero).

L’idea fissa di Marco Ricasoli Firidolfi è chiara : "l’uva principe è e resterà il sangiovese", contro ogni ammiccamento al gusto internazionale. Scelta forte, neanche tanto alla moda, ma intrapresa con piglio e voglia di fare indiscutibili.

Ma a suggello o a fondamento delle idee ci devono stare i fatti e i fatti sono questi.

L’azienda lavora 18 ettari vitati di cui 10 datati anni ’70 , 4 impiantati da poco ed entrati in funzione dal 1999, ulteriori 4 non ancora in produzione. Su di essi trovano dimora principalmente sangiovese, canaiolo e malvasia, e già questo la dice lunga. I sesti di impianto preesistenti vedono 3300 ceppi/ettaro, aumentati a 5000-6000 nei reimpianti che via via si susseguono e nelle nuove vigne.

Ma che le idee siano "particolari" lo si vede poi quando Marco ti parla con grande partecipazione della selezione massale che da 5 anni sta conducendo, con i consigli del prof. Bandinelli del CNR, sul canaiolo presente nelle sue vigne e dotato di insospettabili virtù se è vero come è vero che ne discendono vini di struttura, con ottima carica antocianica, di buona longevità, in barba a chi pensa che quest’uva sia un "vegetale da estinzione".

Infatti, così come per il canaiolo, diciamocelo pure, il cuore della ricerca esasperata verso l’essenza del sangiovese sta ancora nella vigna, per Marco il più importante banco di prova per tastare il polso al futuro.

È qui che il lavoro, dopo 5 anni, incomincia a dare i frutti tanto attesi: ricerca dell’equilibrio vegetativo, inerbimenti continui, estrema parsimonia nelle concimazioni e poi il terreno, sassoso come non mai, che ci mette sempre del suo...

Il giro in vigna, nelle sue vigne attorno alla pieve del Colle a San Marcellino, è appassionante e Marco non sta letteralmente nella pelle per mostrare la risposta delle piante alle sollecitazioni avute dall’uomo: potature verdi e diradamenti successivi (lo "stress" apportato) stanno conducendo le piante ad un equilibrio che comporta una selezione naturale, una limitazione dei grappoli di per sé, una resa per pianta ottimale, una concentrazione di frutto mai raggiunta prima.

E i vini, i tanto amati vini da uve autoctone stanno andando nella direzione voluta: fortemente marcati dal territorio e come tali pura espressione di uve sangiovese che, pur continuando a insistere sull’eleganza e sulla struttura tannica levigata, anche essenziale, che li hanno caratterizzati fin dalla nascita, si stanno via via arricchendo in peso e concentrazione.

Presentiamoli dunque questi primi attori, o se vogliamo, comprimari di lusso.

Sono il Chianti Classico Rocca di Montegrossi, da uve sangiovese e canaiolo (fino al 10%), che con le sue 25.000 bottiglie rappresenta il corpo della produzione.

Sono il Chianti Classico Riserva Vigneto San Marcellino, da uve sangiovese e canaiolo (fino al 5%), le migliori però, provenienti dai vigneti disposti intorno alla pieve del Colle, che nasce solo nelle annate ritenute meritevoli per una produzione che si aggira sulle 12.000 bottiglie.

Sono il "vino da Tavola" Geremia, 10.000 bottiglie circa da uve 100% sangiovese ricavate da un unico vigneto, che, con il riserva San Marcellino, è il vero e proprio cru aziendale.

Della centralità del terreno e della vigna abbiamo già detto mentre in cantina, nella nuovissima cantina del Colle, dove dal 1998, insieme ai consigli di Attilio Pagli, arrivano i grappoli in cassetta, Marco Ricasoli Firidolfi predilige contenitori in vetro cemento e vasi vinari tronco-conici in legno termo-controllati per far svolgere le prime fasi di vinificazione.

Questo per favorire un controllo più "tranquillo" della fase "tumultuosa" che nel caso dell’acciaio invece abbisognerebbe di maggiori attenzioni .

Qui si associano sempre poi lunghe macerazioni accompagnate da frequenti follature e délestage .

Seguono gli affinamenti che vanno dalle botti di rovere di Allier per il Chianti Classico ai tronco-conici da 50 hl e ai tonneaux di media tostatura per il Riserva San Marcellino fino alle barriques per il Geremia.

Ricordando infine che non esistono lieviti selezionati e che non si fa più filtraggio passiamo all’assaggio in cantina, che in una fresca mattina di giugno ci regala il Riserva San Marcellino 1999 non ancora spogliato da una striscia di acido malico ma sicuramente vestito di straordinario colore (rubino scuro e carico) e di rimarchevole contenuto polifenolico, che ne fanno un vino concentrato e caldissimo, dalla trama tannica ancora in parte da fondersi ma di notevole caratura, elegante e di bel portamento che si compiace nel finale sul frutto molto lungo e senza asperità.

Caratteristiche portate "all’eccesso" queste dal secondo assaggio, di Geremia 1999 che è quasi nero, densissimo e sviluppa profumi complessi e profondi, estremamente fitti, che portano ai frutti di bosco e al rovere, ma anche alla china e alla liquirizia, in amalgama da equilibrarsi ma di sicuro avvenire, macchiati, come è ovvio, da una nota pungente dovuta a una striscia acida ancora da assorbirsi. La bocca si mostra coerente e potentissima, densa e tendente al pastoso, di bella avvolgenza e notevole souplesse, che va ben più aldilà del momento della deglutizione: contenuto in estratto alto come non mai, unione di bel portamento e potenza, vero e proprio esprit de terroir (spirito di terra, per intenderci).

Assaggiando queste "novità" si comprende, per chi come noi fin dagli esordi ha seguito questi vini, la strada percorsa e quella che si vuol percorrere.

La strada percorsa vede alcune suggestioni e dei freschi ricordi personali: il Riserva San Marcellino 1995, a parer nostro il vino del salto di qualità, ha mostrato lo standard e lo stile di questa cantina: frutto sangiovese purissimo, tannini forse essenziali, non fruttatissimo ma elegante, ben contrastato nella sapidità e soprattutto finemente speziato.

Per chi possiede oggi questo vino un consiglio è quello di stapparlo e berselo che da sei mesi a questa parte l’apogeo è stato raggiunto e superato (leggera asciugatura del rovere).

Il Geremia 1996 è stato, e lo sarà ancora per un po’, un colpo al cuore: in pieno stile Rocca di Montegrossi, rivela gamma aromatica intensa e speziata su tappeto non invadente di frutti rossi e vaniglia, e al palato regala morbidezza e peso straordinari che lo elevano a miglior vino aziendale di sempre, e parliamo di vini in commercio.

Con il 97 e il 98 infatti il lavoro in vigna si fa sentire in maggiori concentrazione e densità che si uniscono alla tipica eleganza: particolarmente evidenti in un assaggio in anteprima del Riserva San Marcellino 98, dal frutto dolcissimo, e del profondo Geremia 1997 .

Ma non ci dimentichiamo del Chianti Classico,

che segue le orme dei fratelli maggiori, con un 1997 che forse non ha sfruttato appieno le caratteristiche dell’annata (un po’ stilizzato) ma con un 1998 che ha riacquistato peso e sapore.

E non dimentichiamo certo il Vin Santo che, per esempio nella vendemmia 1993 , ha trovato piglio e struttura da grande vino.

Certo che stare in vigna o in cantina con Marco Ricasoli Firidolfi fa proprio volare il tempo.

Noi cerchiamo di farlo bastare parlando della strada da percorrere: lungo questa strada incontriamo un nuovissimo vigneto da poco impiantato, disposto a sud, molto bello, a San Marcellino, dove troverà dimora il canaiolo (quello "super" della selezione massale) e, udite udite, merlot.

Più giù, nel senso di più in basso, nascerà cabernet sauvignon. Che dire: in casa Montegrossi prossimamente vi sarà un nuovo vino a base di uve merlot e cabernet, solo e soltanto merlot e cabernet. Costituirà l’atto di forza di questa cantina e di questo territorio giocato proprio sul campo dei vitigni internazionali che, vedete bene, non hanno da mischiarsi con le uve del posto per ottenerne un omologante ibrido: in puro uvaggio bordolese, sta qui la piccola sfida.

Però se questo è il divertissement, il cuore (e il futuro) della strada che verrà starà tutto e ancora nel sangiovese: Marco Ricasoli Firidolfi e Rocca di Montegrossi hanno lanciato a suo nome la loro personale disfida.

Noi raccogliamo il guanto, nel senso che stiamo (e staremo) dalla loro parte.

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