| La Tenuta di Ghizzano e il "piglio" di Ginevra | ![]() |
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Nell'ambito di una Toscana che agli occhi dell'Italia, e diremmo del mondo, viene vista come una realtà compatta, esistono al contrario diverse situazioni ben distinte fra di loro: c'è la Toscana delle denominazioni di origine forti, "blindate", che hanno il mercato in pugno e che stanno cominciando a coordinarsi fra di loro (basti pensare alla tre giorni di presentazione dei nuovi vini da parte dei Consorzi di Chianti Classico, Vino Nobile di Montepulciano e Brunello di Montalcino). C'è la Toscana sulla bocca di tutti, dove molti stanno investendo, e ci viene subito in mente la Maremma. C'è infine una Toscana di cui non si riesce a mettere a fuoco il valore, se non avendone presente le caratteristiche del terreno e climatiche, e soprattutto verificando sul campo i risultati e i successi ottenuti dagli sforzi isolati di una minoranza di aziende. Su questo riflettiamo (ad alta voce) mentre percorriamo la provincia di Pisa per raggiungere una di queste aziende, una delle più rappresentative e antiche, la Tenuta di Ghizzano.
Di antica famiglia nobile (oltre al pisano altri tre rami: fiorentino, romano e spagnolo), seconda di tre figlie, un passato nel campo dell'editoria (prima a Londra e poi a Milano), adesso Ginevra vive a Firenze ma praticamente ogni giorno viene a Ghizzano di Peccioli, "in the middle of nowhere", come dicono gli americani quando vengono qui. I possedimenti di famiglia in questa zona ammontano a 350 ettari; di questi 10 sono vigneti in produzione, che diventeranno 16 a regime. Poi ci sono 39 ettari di ulivi (undicimila piante di tipo monocono da cui si produce un buonissimo olio), undici case coloniche in via di ristrutturazione per farne agriturismo, e altro ancora, come gli importanti allevamenti di fagiani (di cui Ginevra non si dichiara però troppo contenta). Ma dov'è che sta questo "nowhere"? Siamo in Toscana, provincia di Pisa, una quarantina di chilometri a sud-est del capoluogo. Prendendo dalla città della Torre la strada statale "Volterrana" (SS439), quasi nello stesso stesso punto si incontrano, a destra e a sinistra, due deviazioni verso zone particolarmente vocate per la vitivinicoltura: l'area di Terricciola e quella di Peccioli. Ghizzano, sorto attorno alla torre Venerosi Pesciolini del 1370, si raggiunge da Peccioli attraversando splendidi scorci naturalistici, equa distribuzione, su dolci colline, di boschi e prati dove il segno della presenza umana si dirada sempre più. "Portate gli stivali!", ci era stato detto al momento dell'invito. Anche se poi gli stivali non sarebbero serviti, questa frase doveva essere presa a suggello della visita: partiamo infatti dal posto dove nasce tutto, e da cui dipende tutto: le vigne! Quelle che c'erano, quelle nuove e quelle nuovissime, non ancora in produzione. Poi si parlerà dell'azienda e si assaggeranno i suoi vini, ma cominciamo da qui.
Mentre camminiamo, cerchiamo di capire e chiediamo: cosa significa impegnarsi a fare vino di qualità in questa zona della Toscana, ossia, contro quali difficoltà ci si deve cimentare? La sfida che deve essere sostenuta, spiega Ginevra, è sicuramente quella di dover avere a che fare da una parte con un territorio dalle grandissime potenzialità e che con impegno, passione (e investimenti) consente di raggiungere risultati davvero importanti. Ma che, d'altra parte, soffre per la presenza di denominazioni d'origine molto deboli (il bianco pisano di San Torpè e il Chianti Colline Pisane) che non aiutano, anzi, si può dire che arrivano a danneggiare l'immagine dei vini prodotti che si vogliano fregiare di tali marchi. E, più in generale, c'è la triste consapevolezza dell'assenza di un "contesto", oltre che legislativo, anche organizzativo adeguato, primo effetto del fatto che, bisogna ammetterlo, i produttori di qualità della zona sono una forte minoranza in un panorama ancora piuttosto arretrato, in numero non certo sufficiente per riuscire a far godere a questa parte della regione la fama di altre e a convincere il mercato della propria importanza se non a costo di grandi sforzi promozionali e risultati di primissimo livello. Naturale conseguenza di questo stato di cose è l'appoggio da parte di Ginevra all'idea di una DOC complessiva toscana (il Grande Vino di Toscana di cui parliamo in altro articolo) che raduni i grandi vini che per ora sono paradossalmente "solo" Vini da Tavola (i cosiddetti Supertuscan) dando un suggello legislativo alla qualità di prodotti richiesti in tutto il mondo. Ma torniamo alla storia dell'azienda. La sua attività e il suo vino più prestigioso, il Veneroso, iniziano assieme la loro vita con l'aiuto di Pierluigi Meletti Cavallari (Grattamacco, Bolgheri) che dà una mano al conte Pierfrancesco agli inizi della sua attività di viticultore. La prima vendemmia è del 1984 e del 1985 è il primo Veneroso, frutto dell'assemblaggio di Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Malvasia Nera. Dunque non c'è, come sarebbe naturale pensare, una produzione iniziale di Chianti a cui poi si aggiunge il prodotto superiore, ma si sceglie di iniziare con un vino di alto livello e nome "di fantasia" a cui solo dopo si aggiungerà il prodotto "base" che rientra nella denominazione d'origine. Il Veneroso, come ci tiene a sottolineare Ginevra, è il vino la cui vita è indissolubilmente legata a quella dell'azienda e ne rimane comunque il simbolo, anche se ultimamente si vede un po' rubata la scena dal Nambrot, un merlot in purezza di cui parleremo fra poco. Ad un certo punto Meletti Cavallari si rende conto di non riuscire più a seguire il conte e gli consiglia un giovane e promettente enologo della zona, che risponde al nome di Luca D'Attoma: siamo nel 1992. E così il Veneroso, che non era uscito nell'89 per l'annata disastrosa e nel 1992 per questo passaggio di consegne, diventa nel 1993 il "nuovo" Veneroso, versione D'Attoma, con Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot, che non tarda ad apparire nelle principali guide dei vini italiani. Successivamente, frutto di un'idea comune di Ginevra e D'Attoma nasce il Nambrot, come si diceva un merlot in purezza. Ma non c'è il rischio
di fare uno dei tanti Merlot che sono di gran moda oggi? Dunque, riassumiamo il panorama dei vini prodotti dall'azienda, seguendo le parole di Ginevra: "Ci sono i due prodotti di punta, che sono il Veneroso, la cui storia è la storia dell'azienda, e il Nambrot, giovane che tende a rubargli la scena. Poi c'è il Chianti, e qui sinceramente non so bene che fare. Data la sua denominazione lo devo vendere ad un prezzo così basso che, per l'impegno che ci mettiamo e la qualità del risultato, sicuramente ci rimetto. Sono sicura che se non lo chiamassi più Chianti, ne facessi un IGT e gli dessi un nome di fantasia lo venderei meglio...". E poi, aggiungiamo, un Vin Santo di grande qualità, unica evasione dal dominio dei vini rossi.
La barriccaia è contraddistinta da grande ordine, tutte le piccole botti hanno la loro scheda stilata con grande precisione. "Anche questo fa parte dello stile Ferrini!". E il rapporto con l'enologo è fatto di continui contatti e consulti: "Devo dire a Carlo che questo Sangiovese non va", sentiamo dire in corrispondenza di una delle barrique. Assaggiamo il sangiovese che proviene da due vigneti: il sangiovese "Paretaio", che mostra grande ricchezza di frutto (si sente nettamente l'amarena), un carattere molto espressivo e fresco e un bel corpo. Il sangiovese "Chiesina", che ci appare più marcato da profumi terziari. Ma non è detto, veniamo avvertiti, che in futuro, con la maturazione, non si vedrà invertita questa scala di valori. Ecco poi un taglio di cabernet sauvignon (70%) e merlot (30%), saporito, lungo al palato e con un finale che sentiamo "piccante". Passiamo ad un campione di cabernet sauvignon in purezza, di una concentrazione impressionante, densissimo, dai sentori spiccati di ciliegia nera, lungo e screziato appena da una vena amarognola. Saremo stati influenzati, ma dall'assaggio dalla botte il Nambrot 1999 non ci sembra essere il classico merlot dolce, denso, magari "caffeoso" o "cioccolatoso" ma piuttosto ci sembra si faccia già notare per una interessante e peculiare nota olfattiva che ci ricorda le spezie orientali, oltre a più classiche note di vaniglia e liquirizia in bocca, con un frutto ancora un po' nascosto dal legno, ma comunque ben presente ed una discreta acidità ad equilibrare la bocca.Immaginiamo che questo vino sia il favorito di Ferrini, data la sua nota predilezione per il vitigno... "Al contrario! Lui lo vorrebbe eliminare, ce ne sono così tanti, di Merlot... ma poi il successo del '98 non poteva essere ignorato." Terminato l'assaggio in cantina siamo ormai curiosi di assaggiare (o meglio riassaggiare) i risultati in bottiglia. Passando attraverso lo stupendo giardino all'inglese, entriamo nella casa dei genitori di Ginevra, dove ci aspetta il Chianti 1999 e poi due annate di Veneroso, accompagnati da qualche prodotto locale e da un bel vassoio di lardo! Lasciamo a malincuore il
bicchiere di Chianti (ma ci torneremo poi per verificare come regge)
per passare al Veneroso. Il 1997 (c'è solo "un briciolo"
di merlot), gratificato del 90/100 di Wine Spectator, sta attraversando
un momento straordinario: i profumi sono Il Veneroso 1998 è meno spontaneo, in quanto figlio di una annata meno immediatamente pronta ed estroversa quale è stata il 1997: dunque è più chiuso, ma anche più concentrato. Anch'esso lungo e vellutato, ci sembra avere più corpo del fratello maggiore e ci pare abbia con questa versione acquisito quel surplus di potenza che era una delle poche cose che mancavano in alcune delle "edizioni" passate. Giunti alla fine di questa cronaca non vogliamo più nascondere e, anzi, concludiamo affermandolo chiaramente, che Ginevra Venerosi Pesciolini è un'amica che, con grande simpatia, si è subito incuriosita a questa nostra avventura corsara nel mondo del vino. E questo suo atteggiamento di curiosità un po' divertita ha accompagnato e sostenuto l'AcquaBuona fin dai primi tempi di vita. Questo non ci fa comunque temere di apparire troppo partigiani nel giudicare i suoi vini, la cui classe è a disposizione di chi voglia misurarla, e i cui successi sono ormai stabili presso la critica nostrana e internazionale. Piuttosto, come augurio e chiosa vorremmo sottolineare come, avendo assaggiato spesso negli ultimi anni i prodotti della Tenuta di Ghizzano, ci sia parso comunque inequivocabile un miglioramento qualitativo dei prodotti, miglioramento che non potrà non portare con sé il lancio definitivo di questa area enologica della Toscana. E il merito sarà stato anche del "piglio" di Ginevra. [rf & lb] Tenuta di Ghizzano |
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