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Non ce ne vogliano gli
altri cento e cento produttori per il titolo di questo articolo, ma come
non riconoscere una così chiara primogenitura? Fu infatti il Barone
(di Ferro) Bettino Ricasoli che nella seconda metà del diciannovesimo
secolo definì la formula di quell'assemblaggio di uve che sarebbe
diventato il Chianti, indicando la necessaria presenza del Sangiovese,
e, si badi bene, solo nel caso in cui si fosse desiderato un vino
più "leggero", la possibile aggiunta dei vitigni
a bacca bianca.
Il
Castello di Brolio, residenza di famiglia dal dodicesimo secolo,
fu per lungo tempo il simbolo del vino toscano in Italia e nel mondo.
Tanto da suscitare appetiti così forti da provocare una crisi dell'azienda.
Crisi che riflesse e fu riflessa in quella più generale dei prodotti
chiantigiani.
Mentre infatti l'indiscusso
successo del vino Chianti spingeva sempre più produttori a imbottigliare
il proprio vino e ad aumentare la produzione con fini di lucro immediato
senza badare troppo alla qualità, prima degli inglesi, poi degli
australiani e infine una multinazionale decidevano di acquistare il marchio
dalla famiglia Ricasoli e di iniziare una produzione in grande serie dei
vini dell'azienda. Investimenti miliardari e grandi progetti che hanno
lasciato un segno indelebile nell'azienda, come avremo modo di notare
nella nostra visita, ma senza una chiara idea di cosa volesse dire fare
vino, tanto che la storia dei decenni successivi è una storia di
peggioramento qualitativo e di problemi economici, fino alla liquidazione
del 1992 (alla quale seguì addirittura una occupazione da parte
dei lavoratori). E fu allora che Francesco Ricasoli, fino
ad allora attivo nel mondo della fotografia e della pubblicità,
prese la decisione di riacquistare il marchio (le vigne erano rimaste
sempre di proprietà della famiglia) e di ricominiciare a far vino
in prima persona, partendo non dalle pubbliche relazioni, ma dalla vigna
e dalla cantina.
Da allora una brusca inversione
di tendenza, una breve rincorsa, per riprendere il tempo perduto rispetto
agli altri produttori che ormai già godevano del rilancio qualitativo
della produzione toscana, e il raggiungimento di un traguardo che vede
nuovamente l'azienda come motore trainante del marchio Chianti Classico.
Arrivando alle cantine
del Castello di Brolio si ha subito l'impressione di entrare in un grande
complesso industriale. Intorno alla vecchia casa colonica che ospitava
le cantine nel secolo scorso infatti sorge una lunga fila di edifici che
contornano un immenso piazzale in cemento. Lucia Franciosi, responsabile
commerciale dell'azienda, ci accoglie preparandoci alla sorpresa che ci
attenderà nel sottosuolo, sorpresa che spiegherà il perché
di questa piazza d'arme in mezzo alle dolci colline chiantigiane.
La
visita inizia da una bella vinsantaia che già ci sembra di dimensioni
notevoli, ma Lucia ci dice di aspettare a meravigliarsi, quello che vediamo
è solo il piano seminterrato. E infatti un vero e proprio bunker
si apre alla fine sotto i nostri piedi. Man mano che scendiamo, visitando
anche la bella bottiglieria privata dell'azienda, che contiene campioni
dal 1841 ad oggi!, ci rendiamo conto di trovarci in ambienti immensi.
Cantine imponenti, lunghi corridoi con file di vinificatori in vetroresina,
una capacità totale di 300.000 ettolitri... 40 milioni di bottiglie!
Ma che ci fate? "Poco,"
è la risposta, "anzi rappresentano un problema, sono i resti
della cantina costruita dagli americani. Figuratevi che per disfarci
di questi vinificatori ogni tanto ne facciamo a pezzi uno visto che interi
non escono da qui!"
Mentre
camminiamo nell'immensa cantina, dove agli obsoleti vasi in vetroresina
seguono ampi saloni in cemento colmi di file e file di barrique, Lucia
ci spiega gli sforzi fatti da Francesco Ricasoli in questi sette anni.
"La situazione al suo arrivo era tremenda, sia in cantina che in
vigna. La metà dei vigneti sono stati reimpiantati e le tecniche
di vinificazione e coltura totalmente rivoluzionate. D'altra parte era
un peccato aver trascurato un'azienda con un così grande nome e
su un territorio così vocato. Ma il coraggioso passo di riprendere
in mano la produzione non è stato dettato solo da ragioni economiche,
anzi gran parte la avuta l'orgoglio familiare: è vero che la proprietà
non era più dei Ricasoli, ma il vino portava sempre il loro nome."
Il nostro viaggio nel sottosuolo
sembra interminabile, ci vengono in mente tutta una serie di film americani,
da quelli su Forth Knox ai più recenti e propagandistici sulle
mitologiche basi sotterrane da cui si potrebbe scatenare la prossima e
definitiva guerra, si vede che il bunker è una idea assillante
per gli abitanti dell'oltremare. Fortunatamente quello che stiamo visitando
è assai più pacifico e rilassante di quelli hollywoodiani.
Alla
fine iniziamo a risalire per sbucare alla luce, nella grande area di imbottigliamento,
da cui usciamo di nuovo all'aperto dove ci aspetta la risposta alla curiosità
iniziale: siamo all'estremo opposto del grande piazzale su cui avevamo
parcheggiato, che non è altro che il soffitto delle immense cantine.
Per contenere le grandi ambizioni dela multinazionale che aveva acquistato
un così celebre marchio fu sbancata un'intera collina! "E
pensate che la vinificazione, in vasche di cemento termocontrollate, non
la facciamo qui, ma in una costruzione poco lontana," conclude Lucia.
Lasciamo definitivamente
il passato per parlare della produzione attuale, sempre ragguardevole
e differenziata. Dai quasi 230 ettari di vigneto, oltre che da uve acquistate,
vengono prodotti circa due milioni di bottiglie: dai prodotti a marchio
DOCG, a prodotti da tavola per grande pubblico ai supertuscans. Per parlarne
meglio passiamo alla sala di degustazione. Intorno a un grande tavolo
ovale ci aspetta una invitante apparecchiatura con un set di bicchieri
"da grandi occasioni". Lucia Franciosi ci presenta i prodotti
e li lascia paziente al nostro assaggio.
Il
primo vino che assaggiamo è il Formulæ 1998, in prevalenza
sangiovese, pensato come prodotto giovane e gradevole a un prezzo limitato.
Il vino, che invecchia in parte in barrique americane, è di colore
rubino chiaro e sprigiona aromi freschi e penetranti, leggermente aciduli,
vegetali e pepati. L'impatto in bocca è mediamente intenso, il
frutto è vivace ma non molto fine. Un buon finale, anche se non
persistentissimo, con tannini evidenti
ma non eccessivi e una leggera vena speziata. Inferiore al bel 1997, ci
resta in mente più per la freschezza dei profumi che per l'impressione
gustativa.
Con una sequenza che al momento ci meraviglia, Lucia ci presenta il Chianti
Classico Rocca Guicciarda Riserva 1997, ci saremmo aspettati il Chianti
"base", ma ci lasciamo guidare. Il vino è di colore più
intenso del Formulae e sprigiona aromi più dolci di ciliegia con
evidenti e persistenti screziature di vaniglia. Al gusto è morbido
inizialmente, ma a centro bocca si nota un leggero squilibrio in cui i
toni dolci sono rimpiazzati da altri più asprigni. Sensazione momentanea
che scompare per lasciare spazio a un lungo e piacevole finale. Questo
vino è invecchiato parte in barrique e parte in tonneau ed è
prodotto in prevalenza con sangiovese che viene però acquistato.
La produzione di uva, in questa fase di rinnovamento, non è sufficiente
al mercato dei prodotti Ricasoli.
Il
Chianti Classico Brolio 1998 rappresenta il prodotto d'annata dell'azienda.
Contiene sangiovese e canaiolo. E' anch'esso un tipico chianti fresco,
dal colore vivo e profumi floreali, ma a nostro avviso più elegante
del Formulæ e più vivo della Riserva. Morbido e beverino.
Ed
eccoci al Chianti Classico Castello di Brolio 1997, il simbolo
del rilancio dell'azienda che vuol essere anche il rilancio della denominazione.
Infatti il Castello di Brolio è un semplice Chianti Classico.
Né riserva né supertuscan, ma sicuramente il vino di punta.
Di colore rubino intenso e olfatto austero si annuncia subito come un
prodotto molto elegante. Riconosciamo i tipici sentori chiantigiani, iris
e mammola che si affiancano a riconoscimenti di amarena, sherry, liquirizia
e caffè. Ci stupiamo per un ingresso in bocca che è solamente
di media intensità, ma lo stupore dura poco visto che poi il vino
esplode, coerente col naso, caldo e concentrato, e si allarga, con un
frutto ben delineato e sentori di sherry su una base decisamente secca,
un lungo finale elegante e una giusta tannicità. Un prodotto che
proviene dalla selezione delle migliori uve della tenuta e che invecchia
in botti piccole, solo in parte nuove.
Casalferro
1997. "Come considerare ora questo vino che prima del lancio
del Castello di Brolio era la punta di diamante della produzione Ricasoli?"
ci chiediamo. "Come un vino laboratorio," risponde Lucia, "un
vino senza una formula fissa, che di anno in anno sarà fatto seguendo
le indicazioni dell'annata e l'inventiva del produttore. Sangiovese, cabernet
e merlot sono comunque le uve che lo compongono, in percentuali diverse
di anno in anno. Quello che assaggiamo contiene sangiovese e un 4% di
merlot. Il colore è rubino ma quasi impenetrabile. L'olfatto ci
dice subito che siamo di fronte a una diversa filosofia di vino, le note
decise di cuoio e cioccolato denotano l'uso massiccio di barrique nuove.
Bevendolo lo troviamo morbido e ben concluso da tannini vellutati, caffeoso
e con un lungo retrogusto terziario. Una serie di aromi decisamente interessanti,
che però ci sembrano arrivare ai sensi un po' disordinatamente,
quasi a confermarci l'attitudine sperimentale del vino.
Abbiamo
concluso, il Torricella, chardonnay fermentato e affinato in botte piccola
è completamente esaurito, ma dopo i grandi rossi assaggiati la
cosa non ci dispiace più di tanto. Ci spingiamo quindi fino al
vicino castello, meditando sui vini assaggiati e gustandoci il bel panorama.
Sicuramente la sfida di
Francesco Ricasoli ha avuto successo, il suo chianti è un vino
con pochi rivali anche al di fuori della denominazione di origine ed a
noi non fa che piacere che il vino toscano possa di nuovo essere rappresentato
da un prodotto che porta il nome dell'area vinicola più conosciuta
d'Italia. Degli altri prodotti conserviamo ugualmente un buon ricordo,
specialmente del Chianti Classico Brolio, che in retrospettiva regge il
confronto con Casalferro e Castello di Brolio meglio che la riserva Rocca
Guicciarda.
Una conclusione di fronte
a un'azienda in così rapido miglioramento qualitativo non può
che essere positiva, ma sinceramente non ci sentiamo neanche di pensare
a trarre conclusioni, tanto potrebbero rivelarsi effimere. Il Chianti
Classico Castello di Brolio è un prodotto nuovo e sarebbe ingenuo
ritenere che abbia già raggiunto un equilibrio definitivo; sicuramente
nei prossimi anni cambierà e, probabilmente, migliorerà.
(la redazione)
Barone Ricasoli,
Località Brolio, 53013 Gaiole in Chianti (SI)
Tel. 0577/7301
16/6/2000
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