Visite in azienda
Heinrich Plattner e la 
"Lega dei liberi vignaioli dell'Alto Adige"
 
 

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Ansitz Plattner Waldgries
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L’Ansitz Waldgries della famiglia Plattner vanta una storia plurisecolare: costruito nel 1270 fu dimora baronale, convento di suore e infine fu acquistato dal padre dell’attuale proprietario. 
L’imponente casamento, contornato dai vitigni dell’azienda, spicca tra gli edifici circostanti, anche per la piccola torretta con orologio che ne orna la facciata. Siamo a poca distanza dal centro di Bolzano, ma il panorama è decisamente agreste e già collinare. Arriviamo in azienda un po’ tardi, verso mezzogiorno, e ci riceve Heinrich Plattner, che al telefono si era raccomandato di non tardare troppo visto che l’ora di pranzo si stava avvicinando. Iniziamo la visita dalle cantine della villa dove, sotto belle volte a crociera, stanno numerose barrique, moderni vinificatori in acciaio e anche alcune botti del 1901, ancora usate! 

Il signor Heinrich ci racconta gli inizi della sua azienda: "Il vino lo vendevamo tutto in Svizzera, e lì lo imbottigliavano. Allora mi decisi, passai un anno in Svizzera per imparare e nel 1969 iniziai ad imbottigliare."
L’azienda produce prevalentemente vini rossi, ma anche un pinot bianco e un pinot grigio che passa un anno in barrique. Le altre uve coltivate sono le classiche della zona: schiava, lagrein, cabernet sauvignon, un po’ di merlot e moscato rosa. Gli chiediamo a questo proposito se trova che i vini bianchi siano in crisi: "Macché! Ad avercene di più ..."

Parlando dei suoi vini Heinrich Plattner si dice un sostenitore del più diffuso vino locale, il Santa Maddalena, a base di uve schiava, che lui vorrebbe rivalutare come vino bevibile e di soddisfazione. "Sarebbe giusto aumentare il Santa Maddalena - ci dice - ma la moda di ora è per i vini neri, scuri, saporiti"
A questo scopo sono già iniziate ricerche che permettano di riselezionare le antiche varietà di Schiava, dai grappoli spargoli e bucciosi, soppiantate negli ultimi decenni da cloni più produttivi ma di minor pregio. "Tra l’altro," aggiunge Plattner, "la schiava è talmente produttiva che i grappoli vanno comunque diradati per ottenere un buon livello di maturazione." 
Comunque, la vera fortuna della viticultura locale è il Lagrein, che sta vivendo un momento di grande rinascita, e si vede che è questo vitigno che appassiona di più: "Il Lagrein solo ora si comincia a conoscere: parentele? Forse il Syrah, forse il Refosco. È il vitigno di maggior struttura; se si mette troppo legno c'è il rischio di far diventare il vino amarognolo. Il Lagrein ha tannini amari, e bisogna essere abili nella vinificazione. Noi puntiamo molto sul Lagrein!"

Passiamo a parlare delle tecniche di vinificazione, che seguono le tendenze moderne ma senza estremismi: "Stiamo cercando di trasformare il più possibile la forma di allevamento da pergola in Guyot, che è la forma adatta per i vini degni della bottiglia. Lo stiamo facendo anche per la schiava, e siamo in pochissimi. Poi, lieviti selezionati, controllo della temperatura quando serve (ad esempio, 10-15 gradi per la schiava); frequenti rimontaggi: per il Lagrein movimento delle vinacce, rimescoliamo 4, 5, 6 volte e poi partiamo presto con la fermentazione per estrarre colore e tannini. E poi, malolattica in legno.

E l'uso della barrique? "L'uso della barrique risale al 1985 per il Pinot Nero, i cui vigneti attualmente, dopo una divisione, sono passati a mio fratello. Dal 1989 ho iniziato ad usarla per il Lagrein, e, devo dire, all'inizio ero un po' scettico. Per la barrique ci vogliono vitigni "strutturati", come il Pinot Grigio (il nostro ci sta un anno), o uno Chardonnay che non stia troppo in alto. Per quanto riguarda i nostri rossi, il cabernet va in barrique nuove, il lagrein riserva in barrique di primo e secondo passaggio e il Lagrein in barrique al terzo passaggio." E il risultato è che l’utilizzo del legno piccolo arricchisce sia i rossi di punta dell’azienda sia un pinot grigio, e persino il moscato rosa con risultati sorprendenti. 

Tutto sotto la direzione di Heinrich e del figlio Christian che, con la soddisfazione paterna, ha intrapreso la carriera di viticoltore e si è diplomato in enologia seguendo corsi in Germania. "Ormai è lui che decide cosa fare," ci dice il padre, "e i risultati non mancano! D’altra parte, la presenza di conoscenze tecniche in cantina è ormai indispensabile per chi punta verso una produzione di qualità. Ci vogliono cultura, corsi, aggiornamento. Io ho proseguito l'attività di mio padre, ma per continuare ci vuole chi ha cultura. Invece da queste parti quasi non esistono enologi esterni e c'è addirittura chi non capisce quando il vino presenta dei difetti: e allora abbiamo pensato di riunirci in una associazione chiamata "Lega del liberi vignaioli dell'Alto Adige", (anche se la parola "liberi" non rende appieno le sfumature del tedesco "frei") che vuole radunare le piccole aziende che imbottigliano con dimensioni dall'ettaro a cinque-dieci ettari. Le idee principali: un enologo (preferibilmente di fuori) in comune che ci dia una mano per la degustazione e la organizzazione di occasioni in cui vengano presentati i prodotti locali, come quella che avverrà il prossimo 4 settembre presso la grotta della cantina sociale di Leinburg, alla quale Heinrich Plattner ci invita con largo anticipo.

Dunque, la filosofia aziendale è chiaramente indirizzata verso la produzione di qualità, anche se commercialmente il mercato è più che soddisfacente già adesso. Un mercato rappresentato dal consumo locale e per ben il 60% dalla vendita diretta che i proprietari curano assiduamente, organizzando visite alla tenuta e degustazioni anche in collaborazione con gli albergatori e gli operatori turistici. D’altra parte l’Ansitz è una struttura veramente interessante, corredata anche da un piccolo museo della vita rurale, e il turismo enologico  in queste zone è ormai una solida realtà. E soprattutto, ci dice il signor Heinrich, "non bisogna esagerare con i prezzi: per esempio ora nel Collio hanno problemi a causa dei prezzi alle stelle.": i prezzi dei vini dell'azienda oscillano dalle dieci alle ventitre mila lire.

"Ma perché non assaggiamo qualcosa?": inizia così la degustazione dei vini dell'azienda, che papà Heinrich con sguardo bonario lascia condurre a chi "ha cultura", il gentile e un po' timido Christian. Iniziamo dunque venendo serviti direttamente dal vaso d’acciaio di un campione di Pinot Bianco 1999. Il colore è molto chiaro, giallo carta limpido e i profumi decisamente dolci di frutta matura si mescolano alla tipica aromaticità dei prodotti altoatesini. Tutte sensazioni che si ritrovano all’assaggio dove il vino mostra una piacevole freschezza, complessità media e un bel finale in cui tornano evidenti gli aromi di melone bianco (quello che in inglese si chiama Honey Dew - goccia di miele) maturo. Christian ci spiega che il 50% di questo bianco ha subito la fermentazione malolattica, così da diminuirne l’acidità, cosa resa possibile dal fatto che l’uva utilizzata matura ad una altitudine di oltre 500 metri: "per uve come queste la malolattica migliora la beva senza andare troppo a scapito degli aromi, e comunque solo la metà dell’uva la subisce."

Dopo una visita agli ambienti sotterranei del castello che custodiscono le barrique (ambienti che hanno 100-150 anni ma le cui scritte più antiche risalgono al 1267, saliamo al primo piano dell’edificio, dove ci accoglie un impressionante salone che attraversa tutta la lunghezza della casa. Mobili antichi, un bellissimo camino e una gigantesca stufa verde in maiolica rendono la vista d’insieme importante e accogliente al tempo stesso.

 Ci sediamo tutti intorno a un bel tavolo in massello e assaggiamo gli altri vini.

Il Santa Maddalena 1999, Schiava con un 5% di lagrein, è appena imbottigliato, il colore è chiaro, quasi cerasuolo, e gli aromi floreali freschi e vivaci, leggermente asprigni, sono accompagnati da sentori di mandorla e menta. Questa sensazione in bocca sparisce subito visto che il vino si presenta rotondo e morbido e con una profondità aromatica non trascurabile. Al palato predominano i sentori fruttati e il finale è giocato sull’eleganza di tannini appena accennati. Un’interpretazione del vitigno sicuramente azzeccata e molto varietale. 

Il Cabernet Sauvignon 1997 è un vino di 13% dal colore rubino non così deciso come accade spesso con questa uva, ma già visivamente, assai denso. Gli aromi rivelano subito il legno con sentori di tabacco che però non nascondono il frutto. Come è abbastanza tradizionale in queste zone, dominano i profumi erbacei e quelli di piccoli frutti rossi. All’assaggio il vino è morbido e di media intensità. Il finale molto bello con ritorni di aromi terziari che persistono a lungo. Tutta la bocca possiede grande carattere; è morbido, rotondo, dolce, struttura medio-alta; acidità non proprio vivacissima, finale lungo. Dopo una certa ossigenazione il naso appare più coerente con la bocca e acquista un tocco di cacao.
"Ma come sono state queste annate?" chiediamo, "Buono il ‘97, così come lo era stato il ‘95, ma sicuramente si sta preparando un grande 1999."

Passiamo al Lagrein 1997, che, come ci fanno capire i Plattner, è il loro prodotto di prestigio. Il vino si presenta con un bel rubino con sfumature violacee, di grande fittezza. Al naso la freschezza del frutto è migliore che nel Cabernet ma anche il legno è più evidente, per una complessità aromatica notevole: si sentono frutti di bosco neri (ribes e mirtillo), e accenni di liqruirizia. Molto buona l’entrata in bocca, con frutti neri in evidenza e la massa tannica, che è ancora un po’ aggressiva ma rende il vino interessante. Si ripropongono più convinte le note di liquirizia, e se ne aggiungono di balsamiche nel finale.

Moscato Rosa 1998. Concludiamo con una bella  nota dolce, anche questa tipicamente altoatesina. Uve passite sino a marzo e vinificate avendo cura di lasciare un buon residuo zuccherino danno vita  questo prodotto veramente piacevole, dal colore rosato e dall’aspetto denso. Un terzo di questo vino passa per un piccolo periodo in barrique nuova e questo gli dona una leggera speziatura che si sovrappone ai tipici aromi del moscato e ai sentori di rosa che accompagnano una bocca molto dolce in cui si riconoscono i datteri. Un vino decisamente equilibrato che sorprende per i profumi quasi da rosso sul corpo decisamente passito. 
E la paradisiaca dolcezza di questo nettare suggella la fine dei nostri assaggi.

È nel futuro dell'azienda cosa c'è? "Spererei di comprare vigneti per i bianchi, ma i prezzi sono altissimi", ci dice il signor Heinrich; Christian aggiunge: "Vorremmo completare il passaggio Pergola-Guyot, trovare cloni più interessanti; per il resto pensiamo di rimanere così: Lagrein, Cabernet, Merlot, anche se quest'ultimo utilizzato solo per i tagli, perché secondo me non ha la personalità per fare un vino da solo."

Durante la degustazione ci siamo sentiti in imbarazzo a mano a mano che l'ora avanzava; di tanto in tanto chiedevamo al signor Plattner se non stavamo abusando della sua ospitalità, ormai l’ora di pranzo era passata da un pezzo, sia per noi che per lui! Ma gentilmente ci veniva risposto che non era così importante: "quando si parla di vino si può anche ritardare il pranzo". 
Fatto sta che abbiamo lasciato l’azienda alle tre passate, sotto una pioggerella incessante che ci ha accompagnato lunga la via del ritorno, mentre ripassavamo mentalmente e già avevamo nostalgia delle sensazioni dateci da quanto di buono avevamo gustato.
 


Tenuta Agricola
Heinrich Plattner - Waldgreis
Santa Giustina Bolzano
Tel/FAX 0471 973245

Visitata il 27 Marzo 2000 

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