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Friuli in bianco

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Friuli in bianco
di Riccardo Modesti

Il WineFestival di Merano (l'ultima edizione si è svolta dal 9 all'11 Novembre dello scorso anno) rappresenta un appuntamento davvero magico per farsi un’idea dello stato dell’arte del vino italiano. Mi sono recato quest’anno per la prima volta e la soddisfazione è stata grande. Un’offerta così ampia mette però in difficoltà e se non si ha molto tempo a disposizione, come è stato per me, bisogna necessariamente selezionare.

La scelta è caduta sui vini bianchi del Friuli Venezia Giulia, anche perchè avevo bisogno di colmare grosse lacune che avevo sul tema. E’ facile scrivere di vini per sentito dire: siccome questa non è la mia intenzione ho voluto metterci dentro il naso, correndo da parte mia il rischio di fare anche qualche brutta figura tradendo la mia poca attenzione finora dedicata a questi vini che so essere grandi perché... perché, in fondo, lo dicono tutti.

L’inizio del giro è già entusiasmante. Guardando il catalogo il mio occhio viene attirato dalla parola Vitovska. So che trattasi di vitigno autoctono della zona carsica, ma non so niente di più. Così avvicino Paolo Vodopivec, dell’azienda omonima, e comincio a chiedere informazioni sul vitigno e sul vino. Così scopro che la sua vitovska in purezza, etichettata per scelta come Vino da Tavola, viene da un vigneto allevato ad alberello con alte densità e rese bassissime. La vinificazione parte con una lunga macerazione sulle bucce e, dopo la fermentazione alcolica, il vino finisce in botti grandi, tra i 15 e i 30 ettolitri, per almeno due anni.

Altri sei mesi in bottiglia, senza nessuna filtrazione, prima dell’immissione al mercato e il gioco è fatto. Qui a Merano c’era la vendemmia 2000, un vino che rompe gli schemi perchè lo guardi ed è dorato, quasi tendente all’ambrato. Il naso, te lo aspetteresti con profumi magari anche ossidati, e invece no, il naso è dolce, gentile, persistente, note tostate, si, è un naso complessissimo, di grande interesse. Poi, istintivamente, ti aspetteresti una grande consistenza, opulenza e rotondità in bocca, e invece, colpo di scena, un vino fresco, armonico, giovane, in gran forma. E poi la persistenza, decisamente lunga. Che dire, un vino notevole, e come inizio di questa carrellata non c’è davvero niente male. Fa 2.000 bottiglie, per adesso, ma sta aumentandone la produzione, che vorrebbe portare ad almeno 10.000 unità.

Pochi passi più in là ed ecco Villa Russiz, e qui si passa nel Collio. Non solo, qui si passa a un pezzo da novanta, ma in effetti saranno poi tanti al termine del giro i pezzi da novanta. Pronti via ed ecco nel bicchiere un magnifico Collio Tocai Friulano 2001, un vino da applausi, equilibrio e armonia da vendere. Chi pensa al tocai come il vino del tajut deve assaggiare queste interpretazioni magistrali. Il Collio Sauvignon De la Tour 2001 offre la varietalità del vitigno in una confezione speciale, dove colore e profumi fanno da apripista alla bocca dove il vino si deposita con grazia e leggerezza, equilibrio e armonia.

Il mio rapporto difficile con i bianchi passati in rovere comincia con il Collio Chardonnay Grafin de la Tour 2000, un vino che so avere avuto da una guida molto famosa un riconoscimento molto ambito, niente meno che migliore vino bianco italiano. No, non sono d’accordo. La mia umile voce cerca di levarsi da queste righe per dire che il vino è un signor vino, ma gli altri due assaggi per me erano di ben altra stoffa. Anche qui lo chardonnay viene impietosamente affondato dal rovere. Qualcuno, a riguardo, mi ha detto che il sentore di rovere scompare con il tempo. Sarà. Comunque la persistenza di questo vino è notevole, l’equilibrio pure. Tutti e tre vini di grande equilibrio e personalità. Complimenti Villa Russiz!!

Mario Schiopetto, sempre Collio, mi propone come primo assaggio un Collio Pinot Bianco 2001, tuttacciaio di esemplare correttezza e buona freschezza, per proseguire con un Collio Tocai Friulano 2001 per il quale spendo le stesse parole del precedente: corretto e fresco. Lo scatto in avanti c’è con il Blanc de Rosis 2001, etichettato IGT Venezia Giulia Bianco. Tocai, pinot bianco, malvasia istriana e sauvignon insieme in un assemblaggio che mostra un colore attraente che dimostra una bella gioventù, un naso di buona complessità e finezza, e una bocca dove la freschezza ha ancor la meglio, ma di poco, sulla morbidezza. E’ un vino ancora giovane, ma piacevole, la struttura non è imponente, ha una buona bevibilità. Bianchi meno complessi e strutturati, quindi, da Mario Schiopetto, più orientati alla facilità di beva ma in grado di fornire anche belle emozioni sensoriali.

Tremano i polsi avvicinando Le Vigne di Zamò, zona dei Colli Orientali del Friuli. Il COF Tocai Fiulano 2000 tuttacciaio è un interpretazione di bella piacevolezza del vitigno protagonista, ormai da tempo, del caso internazionale di cui ormai non si sa bene se ridere o piangere. Un vino fresco e caldo, abbastanza morbido, con una bella bevibilità. Non si può definire un prodotto semplice, ha questo alcool di 14,5% che lo rende importante, ma al tempo stesso la sua freschezza ti invita al bicchiere. Accipicchia, ecco il COF Bianco Ronco delle Acacie 2000, uno dei vini da leggenda. Assemblaggio di tocai, pinot bianco e chardonnay, deve forse ancora riposare un po’ nella sua bottiglia, dalla quale peraltro esce già adesso un vino equilibrato, armonico e vellutato, un vero piacere, ma dove purtroppo il mio naso percepisce ancora troppo rovere. Ma questo è il mio naso.

C’è anche Livio Felluga. Ecco l'IGT delle Venezie Sharjs 2001, il cui nome è una parola composta da chardonnay e ribolla gialla, i vitigni componenti questo vino che fermenta in barrique, ma conserva poi caratteristiche di grande freschezza, beva, semplicità, un vino che può piacere sia all’ apprendista che al super sommelier. La barrique fa capolino in lontananza nel cesto di frutta matura del naso, dove spiccano gli agrumi. Che bocca piacevole, che immediatezza. Piace subito e ne berresti un secchio. Eccellente.

Forse ho esagerato. Si, perchè poi ho anche assaggiato il COF Bianco 2000 Illivio, pinot bianco in purezza, il vino del patriarca. Fa anche la malolattica in barrique, ma chissenefrega, di un vino così non mi interessa sapere niente, me lo assaggio, me lo degusto. Che dire: intenso, persistente, armonico ed equilibrato. Basta così ?? Niente da dire, è un vino semplicemente fantastico e non aggiungo altro. Ah, la barrique, si sente come ... il rumore delle onde al mare. Si percepisce ma non dà fastidio, perchè sei al mare, capito cosa voglio dire ??

E via, verso un’altra avventura, ma con la soddisfazione e la consapevolezza di avere finalmente davanti una terra, il Friuli Venezia Giulia, dove i bianchi sono davvero una cosa seria. E i rossi mi tentano, o quanto, ma li lascio a un’altra volta, magari l’anno prossimo proprio qui.
Il caso mi porta all’azienda Ronco del Gnemiz, dove l’esordio sui bianchi avviene su un COF Chardonnay 2000, fermentazione alcolica e malolattica in legno nuovo francese. Pur con queste premesse, e con le inevitabili note di rovere ben evidenti, il vino mostra un’insospettabile piacevolezza e freschezza, con sentori di frutta matura si ma non troppo, altro segno di freschezza. Infatti è un bel vino. Invece il COF Sauvignon 1999 mi lascia inizialmente perplesso: dove sono le note varietali che mi aspettavo e che solitamente ritrovo?? Non saranno state appiattite dai 20 mesi di barriques dove il vino ha fatto fermentazione alcolica e malolattica? La soluzione del problema, a quanto mi viene raccontato, è una: cloni francesi. La loro caratteristica è di spostare il tiro dal vegetale classico, la foglia di pomodoro, al fruttato, albicocca matura, e al floreale, una piacevolissima rosa. E questa albicocca è ricca, polposa, solare. Si, qualche percezione di tostatura si avverte, tuttavia è il fruttato che vince. Ma è in bocca dove il vino mostra il suo pezzo forte: una freschezza sorprendente perfettamente bilanciata dal calore dei 14,5% dell’alcool. La storia dei cloni francesi non mi convince fino in fondo ma il vino è buono.

Sempre il caso, ma qui anche a tirare a caso non si sbaglia, mi porta all’azienda Lis Neris. La partenza è già entusiasmante, grazie al Lis Neris IGT Venezia Giulia Bianco 2001. Un assemblaggio di pinot grigio, chardonnay e sauvignon passati 10 mesi in legno, 8 mesi in bottiglia, ma la gioventù si avverte nel naso dove i profumi varietali dei tre vitigni sono ancora slegati, però percepibili con nettezza e i sentori sono di grande finezza e molto accattivanti. 10 mesi di legno non hanno lasciato il segno nei profumi, ma la morbidezza in bocca, quella sì, su essa il legno ha lasciato il segno. Unica nota leggermente stonata una persistenza in bocca non lunghissima. Nessuno è perfetto.

Non è perfetto, almeno per ora, il Confini 2000, assemblaggio di pinot grigio, traminer aromatico e riesling renano. Anche qui i profumi derivanti dai vitigni sono ancora slegati, ma anche qui leggibilissimi separatamente, e di grande finezza. E la bocca, che bocca. Armonia, equilibrio, corpo, freschezza, morbidezza, persistenza, basta, basta, va bene, è un grandissimo vino. Il legno usato è da 500 litri ed è ... usato. Grande sapienza. Applausi.

Per finire un altro mostro sacro. Signori, Marco Felluga. Come Russiz superiore assaggio il Collio Sauvignon 2001, legno per il diecipercento e sette mesi sui lieviti. Grande naso, questo è un sauvignon da foglia di pomodoro ma anche da frutta fresca, equilibrato in bocca, ahimè un poco corto in bocca, cioè non lungo come mi sarei aspettato. E poi il Collio Bianco Disore 2000, tocai friulano, ribolla gialla, pinot bianco e sauvignon. Anche qui si va bene, il Collio Bianco è il vino del territorio e protagonista di una controversa campagna pubblicitaria. Colore giallo dorato, naso ricco, intenso e persistente, bocca piacevolissima con una nota sapida molto gradevole, in buon equilibrio. E qui, mi fermo.

Che bianchi. Li farei assaggiare a quelli che dicono che il vino bianco non è buono. Certo, fai un bianco magro, con profumi fruttatini tenui, con un colore semitrasparente, e poi vedi se il pubblico ti spenderà mai dei bei soldi per un bianco. In fondo è il rosso che fa buon sangue, il bianco no. E poi sono vini longevi, altro concetto poco diffuso nel pubblico che, generalmente, si insospettisce di fronte a bottiglie di due vendemmie prima.

E del destino del tocai friulano che si dice? Ho chiesto l’opinione un po’ a tutti e i pareri sulla possibile perdita del nome tocai sono contrastanti e in spettro molto ampio, andando dal "chissenefrega tanto io l’ho già tolto dalle etichette e poi il vino si riconosce dal produttore", al "potrebbe essere un problema ma non più di tanto", al "sono indignato, si cancella un pezzo di storia di un territorio". Francamente mi aspettavo un fronte più compatto di fronte a un problema di questo genere, e la cosa mi ha lasciato abbastanza perplesso.

Ma in questa sede il soggetto è il vino, e lui sì mi ha soddisfatto davvero.

29 giugno 2003

 

   

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