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Obiettivo Val di Cornia. Eppur si muove

Chardonnay da 38^ parallelo

All'Impruneta il vino è... buono. Selezione bianca e rossa di Settembre

All'Impruneta: Fiano, greco e non solo

L'Italia vista attraverso il suo vino.
I, dal Piemonte alla Toscana

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Alle Corti del Vino 2002

Suggestioni di primavera. Di bianco e di rosso

Spinofiorito 2002

Vignaioli trentini in tournée, prima e seconda parte

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All'Impruneta il vino è... buono. Selezione rossa di settembre
di Fernando Pardini

INTRO

Intanto complimenti davvero. Sì perché con questa seconda edizione di "Vino è...." Andrea Formigli è riuscito ad organizzare/consolidare un evento "enologico-sensoriale" da non sottovalutarsi assolutamente, direi quasi di prim'ordine, in cui anche l'olio extravergine ha avuto un giusto risalto (è passione di famiglia mai venuta meno). Non ci sono altre parole per chiosare quindi: complimenti. Non si è badato a spese in quanto a risorse liquide: un impressionante, variegato, amplissimo campionario di vini italiani ad alta dignità - diverse centinaia le etichette - spesso e volentieri ricercatissimi cru, dava bella mostra di sè per essere liberamente e incondizionatamente rivelato, assaporato, sfiorato, intuìto da tutti coloro che lo volevano, addetti ai lavori o semplici curiosi, ancora una volta - appassionatamente - immersi negli affascinanti ambienti rinascimentali e tardo-medievali della basilica de l'Impruneta, a un tiro di schioppo da Firenze, luogo di rapimenti per occhi e cuore.

Il doppio chiostro e la suggestiva cisterna medievale interrata, in quella due giorni settembrina tiepida e confortevole, hanno offerto così spazio, agibilità, "materia prima", silenzio e calma a chi da quella kermesse si attendeva relax, svago, approfondimento, bellezza e cultura. Così è stato. Confesso che in pochi altri casi ho trovato un clima ed un'organizzazione sì ottimali per compiere un viaggio sensoriale assorto, ragionato e consapevole, e vi parlo di eventi aperti alla partecipazione di tutti. Un altro aspetto saliente che mi preme sottolineare, per la verità già incontrato in altri eventi svoltisi in questi ultimi chiari di luna, è la reperibilità di bottiglie fino a poco tempo prima dichiarate introvabili o non disponibili: le chicche, i cult wines, magari quelle dalla tiratura limitata o dal prezzo stellare. E' un aspetto questo foriero di discussioni, dai risvolti importanti, dalle molteplici argomentazioni. Qui mi sento solo di sostenere che l'offrire concretamente un'ampia possibilità di scelta, favorire cioè con senso democratico e partecipativo le opportunità di conoscenza, quanto più vaste possibili, senza ritrosie da prima donna, vuol dire sfruttare un incredibile veicolo di comunicazione vera, un insostituibile rivelatore di significato e di territorio, che genera di per sè il coinvolgimento, la curiosità, la fiducia, l'avvicinamento e la passione nella gente, ben oltre la puzza sotto al naso o il "rampantismo" latente che pare attanagliare le menti e le anime del mondo mio amato vitivinicolo, sia imprenditoriale che commerciale. Ha ragione Silvano Formigli quando sostiene che ad un vignaiolo deve appartenere l'etica comportamentale che si addice a chi conosce e lavora la terra. Per esempio non deve avere fretta, perché bellezza e dignità saranno percepibili in ogni bicchiere che berremo, tanto più distintive e singolari quanto più rabbiose e determinate saranno state la passione e la cura profuse. Il tempo -se determinazioni e cure non verranno meno- li premierà. Non avere fretta, perchè se il vino viene conosciuto ed apprezzato da quante più persone possibili si contornerà di un aura di privilegio che è ben altra cosa che non il prezzo stratosferico della prim'ora: è ragion d'essere e futuro.

I tempi in campagna - io dico- sono slow, non così le intenzioni di certe persone riguardo ai margini e ai profitti. Il mercato del vino, e la sua fruizione, oggi più che mai, devono conservare orizzonti di cultura e qualità -è vero- insieme però all'etica dello scambio e della socialità; devono ritornare cioè democratica essenza. Questo il vero traguardo, e la scommessa insieme. Bene, all'Impruneta quel giorno ho ricevuto - in piccolo - lo spirito che cerco: un impegno ed uno sforzo sinceri nella proposta a tutto vantaggio della condivisione, con dentro il senso genuino della comunicazione e della passione che -sempre- la deve permeare.

Ecco, di quell'esperienza, qui sotto, vi offrirò una personale, piccola (ahimè) selezione di vini rossi a me particolarmente cari, dall'ascolto dei quali più istintivo ed immediato ne è scaturito il racconto.

Le suggestioni rosse

Bello ed istruttivo il viaggio tra i barolo, che inizia in compagnia del Barolo 1998 di Gianfranco Alessandria, un vino dal granato translucido con riflesso mattone, assai minaccioso. Il suo naso -fiori secchi, ciliegie sotto spirito e prugne mature- è mutuato invero dal rovere e dal caffè tostato. La bocca, vivida in acidità, è ruvida ma anche caratteriale, forse solo un pò bruciata nel frutto. Sento calore ed alcol in sovrappiù. Una buona "base" comunque, non c'è che dire; senza assumere il passo dei grandi (leggi San Giovanni) una buona base.

Il Barolo Arborina 1998 di Elio Altare sta ad altri livelli: già ad incontrarlo è un evento, potersi soffermare con lui un onore: al granato compatto fa corrispondere un naso profondo e coinvolgente dove, ben oltre il rovere, senti spingere il dignitoso frutto, pure nero del bosco. Ci sono anche le prugne, e il goudron. Bocca di ingresso imperioso e proseguo sostanzioso, sul frutto. C'è molta grinta tannica, molto esprit nebbiolesco. A me paiono esemplari la personalità e l'umor di terra, trasognante la sensazione di insieme.

Il Barolo Vigneto Arborina 1998, con il quale "risponde" da par suo Mauro Veglio, risente molto delle "anomalie" aromatiche apportategli da strani risvolti vegetali, finanche di salamoia. Peccato, perché al palato mantiene un rigore ed una finezza esemplari, da ascolto attento.

Il Barolo Vigna Giachini 1998 dei Fratelli Revello ti parla con sfumata eleganza, in odor di La Morra. Gentile ed avvolgente nella sua aerea trama fruttata, rinfrescata e resa intrigante dalle spezie a contorno, procede con una bocca vivida e tesa, molto succosa, con qualche asperità tannica della prim'ora ma assolutamente coerente, il che significa, ancora una volta, raffinatezza. Lo ricorderò per quel suo unire in matrimonio forza e dolcezza.

Invece il Barolo Vigna Giachini 1998 di Giovanni Corino ci regala un impatto fitto e caldo, dove l'eleganza dei tratti combatte con uno spirito selvatico che appare poco propenso ad esser domato. Il suo palato è succoso, tannico, ampio, molto rigoroso e leggermente amarognolo. C'è tensione, vita, ma forse non proprio la raffinata armonia del Giachini targato Revello.

Per il Barolo Bricco Luciani 1998 di Silvio Grasso, assaggiato tre volte quest'anno, mi sa che ho un debole: però d'altronde conserva un ricco corredo aromatico, struggente di sottobosco, catrame, cacao e balsami fini, di superba finezza, a cui so resistere ben poco. In bocca poi è ampio, denso, con tannino maturo, imperioso e ben estratto. C'è tensione, corpo e grande vigorìa. Mantiene passo deciso e sicuro. Che dire: che a distanza di diversi mesi dal primo assaggio va ancora a braccetto con l'eccellenza.

Il Barolo Vigna Gattere 1998 di Mauro Veglio ha un colore più scuro degli altri, sia pur di base granata. E' molto caldo e maturo nel frutto, a cui sa unire note di incenso e caramello. In bocca palesa buona tensione, rincuorante equilibrio. Se la attendi spunta -bella- la viola. Mi manca il guizzo dei barolo migliori, e forse la maturità del frutto è eccessiva, ma questo vino sa offrire nel contempo spiragli di confortevole modernità.

Cambiando "di poco" denominazione, ancor grande e coinvolgente mi appare il Barbaresco Vigneto Bric Ronchi 1999 di Albino Rocca, che sfodera un naso variato, fresco, fruttato, sicuramente più estroverso che non quello dei barolo assaggiati oggi ma altrettanto profondo, fitto ed ampio. I piccoli frutti del bosco ed i balsami fini disegnano la via. In bocca offre sostanza, frutto e sopraffina avvolgenza. Allappa dolcemente e ti circuisce, soffice, teso, moderno. Mi ripeto: ancora grande.

Cambiando non solo denominazione ma anche regione, dal Veneto val la pena ricordare la prova del Fratta 1999 di Maculan che, a quasi un anno dall'ultimo mio assaggio, si presenta in forma smagliante e ancor giovanile. Sì perché, oltre il colore a maglie strette e scure, questo cabernet sa regalare un naso potente sia pur compresso, dove solo intuisci la brace che sta sotto al fuoco, e ce n'è tanta! Fitta la trama rossa e nera del bosco, e la radice di liquirizia, l'eucalipto, la china, il rabarbaro, il caffè...... La bocca, di sentìta potenza, è forse tale da irretirti un pò, ma se ti soffermi ti accorgi come sia una bocca sì energetica ma non smaccata od irruenta. Nelle sfumature e nella razza percepisci il nord dell'origine, la sua territorialità, e te ne compiaci.

Uno dei vini italiani di recente conio più discussi e ricercati dagli "enofili" accaniti, fors'anche perché non facilmente reperibile, viene dalle Marche, da una giovane realtà chiamata Oasi degli Angeli: il Kurni 1999 è un montepulciano in purezza molto scuro alla vista, pieno, consistente, elaborato con rabbia e cura del particolare, dal quale ne ricevi tanto per cominciare un impressionante affresco aromatico, dove finissima è la trama fruttata -nera del bosco- toccante il balsamo, molteplici le percettibili sfumature dei contorni. Estremo per spinta e carattere, è naso assolutamente ricco e profondo, e sa convincere. In bocca entra stupendamente, ci stanno stoffa buona, grana fina, peso e stazza, indubbiamente tanti estratti; lì le ripetute note grafitiche rendono la beva fulgida e cristallina, mai pesante nè ridondante. Nel finale eppure "sento" una striscia insapore molto asciutta (forse imputabile al rovere forse no) che tende a "dilavare" il quadro e a ricondurti in alvei di "normalità" dopo l'intenso, affascinante, stordente trip che hai provato fino a lì.

Molto buono -mi arriva dal dylaniano Antonio Terni de Le Terrazze di Numana, provincia di Ancona- il Rosso Conero Sassi Neri 1999. E' tirato, fitto e pieno nel frutto così come nelle veraci sue screziature di sottosella. In bocca mantiene vivido fulgore: è teso, rigoroso, secco, asciutto fin nel finale, di estrema pulizia. Insomma, un Sassi Neri meno carico del solito, più vero per le coinvolgenti sfumature e per gli umori che non lesina, e ancora una volta di sincera, terragna beltà.

Infine, il coup de coeur della giornata, inatteso, folgorante, istruttivo più che mai. Inoltre, dalla mia Toscana! Il Chianti Classico Riserva Poggio delle Rose 1997 di Castell'invilla è un vino monumentale ed ammaliante, intriso di coinvolgente toscanità, di un carattere elettivo e poco praticato. Intanto ha un naso notevole, per dolcezza, varietà, freschezza, dinamismo. Mi rincuorano le note floreali e quelle del bosco così come mi struggono le note d'incenso e mi intrigano quelle di rabarbaro.. In bocca ha passo e decisione superiori, molto succo ma anche una messe di tannini di chiara matrice chiantigiana, nitidi, ben estratti, eleganti, serrati, tali da sostenere trame e controtrame. Grande l'allungo e sconcertante la bellezza, per un chianti che non conoscevo e dal quale ne ricevo chiaro il messaggio: che da quelle terre, davvero, possono nascere miracoli. Coralia Pignatelli è donna tenace, forse solo schiva, e riversa sentimento ed acume nelle scelte che riguardano la terra. Mi ricordo che tre anni o quattro anni fa se ne uscì al Vinitaly con un Chianti Classico targato 1985, vivo e vegeto, elaborato da sole uve sangiovese. Lei, zitta zitta, lavorava di già a quei tempi con sole uve rosse, magari monovitigno. Precorreva, insieme a pochi altri, i tempi, però senza schiamazzi, pubbliche relazioni o compagnie cantanti. E mi immagino che ancor oggi sia il tempo una di quelle "cose" a cui tiene di più: cercare cioè quanto più possibile, in un mondo diventato affannato e veloce, di poter gestire il tempo, il proprio tempo. Le uscite dei vini non sono mai stabilite a priori: quando son pronti usciranno, questo è. Beh, giù il cappello davanti a cotanta purezza imprenditoriale, eppoi, di nuovo giù il cappello di fronte al Poggio delle Rose 1997, di cui non posso che esclamare, naturalmente: "ottima scelta di tempo!".

Assaggi effettuati nel mese di settembre 2002

17 febbraio 2003

 

   

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