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I vini della Costa degli Etruschi:
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Obiettivo Val di Cornia. Eppur si muove

Chardonnay da 38^ parallelo

All'Impruneta il vino è... buono. Selezione bianca e rossa di Settembre

All'Impruneta: Fiano, greco e non solo

L'Italia vista attraverso il suo vino.
I, dal Piemonte alla Toscana

II, dall'Umbria alla Sicilia

Alle Corti del Vino 2002

Suggestioni di primavera. Di bianco e di rosso

Spinofiorito 2002

Vignaioli trentini in tournée, prima e seconda parte

In archivio

 


Suggestioni di Primavera. Incontri e ricordi - vinosi - di fulgida bellezza. Seconda parte: di rosso


Mi ripeto: per questa volta almeno, poi si vedrà, ho inteso proporre una selezione di incontri amorosi - reiterati e vinosi- consumati nel corso della campagna d'assaggi primaverile 2002, amorosi a tal punto da farsi suggestione e struggente ricordo, impellente desiderio di scrittura, malcelata voglia di reincontro. Mi è parso naturale abbracciarli tutti in un unico respiro che spaziasse liberamente dal sud al nord della nostra penisola, tanto per ribadire di differenze ed elettività, di eclettismi e di potenzialità, caso mai ce ne fosse bisogno. Dietro quei vini molte storie, spesso sconosciute ma solo intuite, su cui ogni penna di curioso avrebbe il dovere di indugiare, la mia compresa.

Lasciando a malincuore quelle storie ad altri spazi, ad altri momenti o ad altre penne vi racconterò qui in serrata sequenza delle sensazioni provate in compagnia di 20 rossi (più un guest color ambra impossibile da ignorare) da che i bianchi li raccontai di già nella prima parte. Si è trattato in genere di vini da poco in commercio, o addirittura non ancora in commercio ai tempi dell'assaggio, vini spesso tanto diversi l'uno dall'altro eppure così simili se solo pensiamo alla loro capacità di suscitare una subitanea immedesimazione, un istintivo trasporto, un intimo piacere sensoriale. Sono il frutto di assaggi auspicati e meditati, effettuati in vari luoghi, spesso vissuti assieme ai produttori, accomunati certo dalla stagione dell'incontro (primavera 2002) e dal fatto di essersi fortemente stampigliati nella memoria gustativa del sottoscritto. Se ciò non vorrà significare sempre e comunque standing ovation, pura elezione o meraviglia beh, poco ci mancherà e comunque se non altro ne avrò ritenuta doverosa la citazione, magari per incoraggiare i vignaioli alla determinazione ( ma so che non ne hanno bisogno), o forse solo perché mi hanno regalato -e non lo sanno- spicchi di cielo e di sincera emozione. E questo - a ben vedere - basta.

Intanto le caleidoscopiche suggestioni toscane, pizzicate qua e là, non potevano certo mancare; per esempio sono felice di aver reincontrato il "vecchio" Bruno all'altezza della situazione, di nuovo in forma: il Bruno di Rocca 1999 di Vecchie Terre di Montefili mi ha convinto per l'intensità e la "focosità" dei suoi profumi, ben esposti e variati, spazianti dai frutti rossi del bosco al ribes nero per sfiorare la liquirizia e la bacca, senza dimenticare i fiori. E poi ha saputo offrirmi una bocca di grande struttura, supportata da un frutto dolce e maturo. Lungo, sapido e succoso, mi ha dimostrato in tal modo spirito di fusione e un carattere indubbiamente toscano.

Restando sui classici, grande ed invitante l'approccio alla Ricolma 1999 di San Giusto A Rentennano, un merlot eclettico e carnoso, profondo e ampio che si sviluppa poderoso e fitto, ritmato e di peso, lasciandoti beatamente confuso ed appagato. Ancora una volta - gli capita spesso- suggestioni, "carne" e passo appartengono ad un ordine superiore.

Di grande compiacimento e fulgore mi é apparso pure il Camartina 1999 di Querciabella, intriso di frutto rosso e di note del sottobosco, finanche boisée, di indiscussa qualità. La trama dalla levigata tessitura insieme a quella espressione tannica che definirei - oramai - alla Querciabella, creano ancora una volta un insieme di estremo equilibrio, in cui devi solo attendere la scomparsa del rovere in sovrappiù perchè possa spaziare a pieno cielo l'armonia degli intenti.

Ai margini dell'area classica chiantigiana ma al cuore della sostanza più pura veleggia il Chianti Riserva I Tre Borri 1999 di Corzano e Paterno, una delle sorprese toscane più vivide e piacevoli, espressione sanguigna e tirata di sangiovese in purezza proveniente dai colli di San Casciano Val di Pesa che regala sfumature, carattere ed espressività olfattiva insieme a reiterata felpa, indubbio legante, continuità e fusione al palato.

Tra le suggestioni da non dimenticare, letteralmente primaverili per sensualità infusa, ci metto pure quelle suscitatemi dall'incontro con Il Bosco 1999 della Tenimenti D'Alessandro, un sirah non più in purezza che ci arriva - lo sapete - da Cortona; perchè dimostra d'acchito una sicura, salda, progressiva impostazione aromatica: confortante, fruttata, calda, speziata, in cui volentieri ti confondi. E poi perché il rigore, il carisma e l'assoluta morbidezza tannica, per un annata che ha dalla sua una forte tannicità di base, mi hanno fatto scoprire bella la tenuta, lodevole la persistenza, indubbia - mi ripeto - la sensualità.

Letteralmente travolgenti, stordenti, bellamente intensive le sensazioni che provi quando assaggi un vino come il Nardo 2000 di Montepeloso, un blend di sangiovese al 90% più cabernet sauvignon al 10% che Fabio Chiarellotto ha ricavato rabbiosamente dalle vigne situate ai piedi del monte omonimo, giù a Suvereto. Particolarmente intenso e presente all'olfatto, di grande complessità e di suadente speziatura, si conferma con una bocca sontuosa e ricca, ancora speziata, laddove ne rimiri a lungo la grinta tannica ed il peso estrattivo da prim'attore. Un solo rimprovero, l'esiguità delle bottiglie, sorte quest'ultima che lo accomuna ad un altra "bomba a mano" liquida, solo e soltanto cabernet sauvignon, ancora da Montepeloso: il Gabbro 2000 riesce ad essere istintivamente inebriante e raffinato, cosparso aereo di frutta matura del bosco, erbe campestri e balsami fini; al palato é da ammirare per la forza e per la straordinaria matrice tannica, fusa e diffusa, che arricchisce ed esalta un vino potente e tracotante di sostanza e polpa, ch'eppure non scade affatto in smaccate, inutili ridondanze.

Non posso inoltre dimenticarmi di una sensazione "altra", diversa, ben oltre le main roads toscane più trafficate eppur toscanissima anch'essa, regalatami da un vino eclettico e fascinoso, prodotto non lontano da casa mia e che vedrà il mercato (quale mercato per la verità non lo so ancora) a partire dal settembre 2002: il Nero 2000 di Montechiari, direttamente dalle colline di Montecarlo (di Lucca) è un tentativo straordinariamente riuscito di avvicinarsi all'anima di un vitigno monstre difficile e introverso come il pinot nero, soprattutto se dimorato in terroirs che non sono quelli che più gli aggradano. Ebbene io ho intuìto, grazie a lui, spiccati, profondi, nitidi aromi dipanarsi aggraziati e spaziare limpidi: dal lampone all'amarena per sfiorare e cogliere i fiorellini freschi in mazzo. Difficile incontrare altrettanta finezza a queste latitudini. In più, al palato dimostra un tocco raffinato, bilanciato, con spigoli grintosi e calorosi che non guastano, a sottolineare che non siamo certo in Borgogna, eppoi mi piace ripensare a quell'unione perfetta, dinamica, tra frutto e tannino, ciò che a parer mio ne suggella una prova da gran ricordo. Sempre a parer mio, il miglior vino di questa cantina tra quelli in uscita, superiore persino al blasonato e ricercato Cabernet.

A proposito di casa mia, impossibile cancellare il ricordo del Romalbo 2000 di Cima, una vera e propria delizia di fascino e potenza, di ineccepibile sostanza, lodevole equilibrio, straordinaria tessitura aromatica, quale blend armonico di sangiovese - quello solare e caldo delle ripide colline massesi - e massaretta, gioviale e sparagnina, già elevata in purezza ad incontrar inattesi traguardi. Dimora nel Candia un mondo nuovo, che vuole attenzioni sopra attenzioni, in primis da parte dei vignaioli che vi operano poi da chi ha orecchie per sentire e penne per scrivere.Il tempo e l'esperienza oltre ad affilare le armi sono sicuro farà trovare i giusti equilibri per proporre vini non soltanto belli ma ancor più legati al territorio, di spiccata identità, di riconoscibile impronta.

Per terminare con la Toscana non voglio far mancare al racconto la forte suggestione chiamata Vigna d'Alfiero 1999 , il nuovo Nobile di Montepulciano della Tenuta Valdipiatta ch'è impossibile non definire cru: dopo averlo rimirato, annusato, sorseggiato una e più volte l'occhio si é bellamente dilatato sorpreso perché d'istinto non puoi fare a meno di pensare di trovarti di fronte al miglior Nobile d'annata. Articolazione fruttata composita e profonda, dolce, fresca, propositiva, che ha tutte le carte in regola per integrare il rovere. Lodevole la speziatura. Bella la tessitura tannica così come la propensione all'equilibrio e alla non aggressività; rifulge in lui un estrazione ben eseguita; insieme al succo e alla tensione sa regalare - evidenti - sprazzi di pura eleganza ben oltre il carattere e la potenza, doti quest'ultime mai venute meno nei vini della famiglia Caporali.

Se invece siete alla ricerca affannosa di sensazioni tutte finezza ed equilibrio, tutte sussurri senza grida ma con la stessa forza delle grida, potete provare a cercarle - cambiando latitudine e regione - in un vino come La Grola 1999 di Allegrini: nonostante la malcelata, vistosa densità ed il tono acceso del suo rubino, dolce, variato, vivace, estroverso vi apparirà di spettro, con quelle note decise di amarena,prugna, fiori, cuoio, china in splendida fusione. Di pari stoffa il palato, con quella sottile, reiterata leggiadria nel riproporsi coinvolgente, felpato, bilanciato, pieno, non una nota fuori posto, solo sentimento e grazia. Di enorme precisione per la fattura, ben oltre per la singolare, sottintesa poesia. Vero e proprio guanto - liquido- di velluto. Val la pena ricordarne le uve, melange ben riuscito di tipico e meno tipico: corvina veronese, soprattutto, e rondinella costituiscono la base sulla quale si innestano i contributi del sangiovese ( come succede nell'altro vino di Allegrini chiamato Palazzo alla Torre) e sirah.

Avrei tanto da raccontare sui piemontesi e sulle suggestioni (primaverili) che sono stati capaci di regalarmi, a tal punto che quelle suggestioni potrebbero prestarsi per tutt'e quattro le stagioni, altro che per la primavera soltanto! Scherzi a parte, considerato che per molti di essi ne scriverò a se stante, in una fantasia vinosa che non potrò tacere a lungo, viste le frequentazioni in terra di Langa che quest'anno mi sono concesso, qui mi limito a tratteggiarne tre o quattro di enorme fascino, pur'esse da non tacere, prime fra tutte quelle insite in un vino come il Barolo Cerretta 1998 di Ettore Germano che ti si presenta elettivo negli aromi, ancor da crescere nella fusione ma dal quale però ne percepisci di già l'intrinseca bellezza: penetrante di frutti rossi e fiori di rosa, caramello e incenso, si compiace nel proseguo con un palato teso, corposo, vigoroso, di lodevole continuità e non comune sapidità. La superiorità tannica della terra di Serralunga a me appare chiara. Sa unire aristocrazia a potenza e, come intuibile, la caratteristica della longevità, ciò che mi suggerisce di attenderlo amorevolmente più in là, dalle parti del cielo.

Sempre di Ettore Germano mi piace ricordare - altri vini, altre storie - la raffinatezza e la sincera piacevolezza della Barbera d'Alba Vigna della Madre 2000, tanto sussurrata e sfumata al naso, senza prepotenze o strafottenze da sbandierare (solo aeree voluttà fruttate e floreali), così come setosa e continua al palato, dove una caratteriale sapidità ed un sostenuto vigor tannico ne allungano la trama al punto da renderla propositiva e piena.

Di grande livello, con sensazioni di completezza e spessore notevolissime, il Barolo San Rocco 1998 di Azelia mi è apparso caldo, maturo nel frutto, fresco di spezie, maschio di terra e suadente di caramello. Vibrante e teso se lo assaggi, di caratura tannica eccelsa, di prepotente continuità, appartiene di diritto alla fulgida razza piemontese.

In bello spolvero rispetto alle prove degli ultimi anni, di per sè già interessanti, ho trovato persino il Barolo Terlo Ravera 1998 di Marziano Abbona perché quest'anno l'impianto aromatico è più presente, fitto, fresco, elegante, pimpante e al palato dimostra aitanza e giovanile vitalità, corroborato com'è da un tannino diffuso (senza ferire) e soprattutto da un frutto più integro.

Lascio il Piemonte con un vino di fantasia che esprime realmente il nome che porta: Arte 2000 di Domenico Clerico mi ha colpito per la bellezza raffinata del suo naso, oltremodo nitido, cangiante, bilanciato, trasognante. Ancora da attendere l'armonia al palato (vi parlo dell'Aprile 2002) - occorrono di certo riposo e bottiglia- però se ripenso alla progressione, alla finezza tannica e alla qualità dell'estrazione non ho dubbi circa il futuro ed il nome che porta, proprio no. Fulgidi e strameritati entrambi.

Approdo lesto - d'un balzo - in Puglia e mi ritrovo sorpreso della personalità e della singolarità di un approccio: quello all' Amativo 1999 di Cantele, un uvaggio negramaro-primitivo di invitante aromaticità, diversa, gioviale, estroversa, singolare. In bocca si rivela continuo, equilibrato, non grassissimo né denso se volete ma dotato di una confortevole scorrevolezza, mantenendo sullo sfondo i toni maturi e dolci della solarità ed in primo piano l'integrità e la freschezza del frutto. Ben bilanciato troverai l'imponente grado alcolico.

Passo lo stretto e mi soffermo ammaliato ad ascoltare gli umori nuovi del nero d'avola di casa Planeta: il Santa Cecilia 1999 è quanto di più intrigante tu ti possa aspettare dagli aromi, tutti giocati su sfumatissimi risvolti speziati ad integrare l'appetibile fruttuosità e soprattutto la balsamicità dell'impianto. In bocca è giocoso e ritmato, e si sofferma a lungo tra le trame serrate del frutto, consentendosi a più riprese dignitosi allunghi, fantasia di sapori, equilibri sottili e bellezza di rimando.

Mi volgo a nord, molto a nord e rimango di stucco di fronte alla stupenda presenza scenica del Cabernet Sauvignon Puntay 1999 di Erste & Neue. Ricchissimo e propositivo lo spettro aromatico, fuso e tracotante di profumi, finanche raffinato per i toni di balsamo e legno di cedro. Carnoso e denso al palato, offre giovanili aggressività tanniche e qualche graffio, che non ledono a parer mio alla stoffa e alla importanza regalategli dalla struttura e dal succo.

Non susciterà forse meraviglia altissima ma sincera ammirazione sì: è un vino che non sta sulla punta della penna ( o in testa ai pensieri) di potenti wine writers eppure mi è rimasto dentro fin dalla prima volta che l'ho incontrato; per l'intensità e la chiarezza dei suoi profumi, e per la carnosità, la leggiadrìa, la rinfrescante speziatura dei contorni. Per quella bocca gravida di propositi sapidi e aciduli ben integrati dalla maturità del frutto, per l'assoluta rispondenza e la chiara riconoscibilità, per la dignitosa continuità e l'istintiva, naturale sua piacevolezza, per la garbata freschezza e la simpatia infusa: tali vibrazioni attengono al Pinot Nero Poggio Alla Buttinera 1999 di Travaglino, che viene dall'Oltrepò Pavese.

Infine il ricordo d'un bacio, autentico, sulla bocca, ben oltre il color rosso del titolo, effusione intrisa di aromaticità candita e dolce, propositiva e sfumata, succosa e densa, figlia di mirabili attenzioni e di caparbi vignaioli. Il Vin Santo del Chianti Classico 1996 di Isole e Olena mi ammalia e mi confonde, mi avvolge come seta e mi toglie respiro per un sorriso in più. Un'ulteriore, fulgida dimostrazione di estri, raffinati e coinvolgenti, tramutatisi liquidi e color ambra scuro.

A Olena - io lo so - crescono miracoli.

 

Fernando Pardini
(6/9/2002)
Assaggi effettuati da Aprile a Giugno del 2002

 

   

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