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I titoli


"Al Wto, battaglia contro gli imitatori dei nostri prodotti. Catasto viticolo entro fine ottobre"

di ANTONIO PAOLINI
Ministro Alemanno, dopo il grande buio l'agricoltura ha riacceso la luce. Torna centrale in varie aree, stringe legami col terziario (turismo in testa). In questa fase ad alta potenzialità quali sono invece gli handicap?
"La carenza maggiore è di guida politica del settore, di punti di riferimento nazionali. E si paga con debolezze nella Ue e in ogni sede internazionale, e con i danni da non coordinamento delle azioni delle Regioni. Si pensi solo alle acque. Il primo obiettivo è una strategia nazionale di qualità in agricoltura, oggi frammentata e debole se paragonata a esempi come la Sopexa francese".
Le acque: c'è forte allarme dalle associazioni di categoria, pressate dalla siccità.
"Allarme giustificato. Manca la competenza unica che eviti conflitti e sprechi. Io dico: diamola all'Ambiente. Avremo guida certa, politica di bacino, mediazione tra esigenze ambientali e produttive. Non scordiamoci che l'agricoltura assorbe la metà delle acque, e la manutenzione delle reti irrigue è compito del mondo agricolo. A Tremonti, per questo, ho chiesto in Finanziaria 270 miliardi".
Cos'altro ci sarà, in Finanzaria, per l'agricoltura?
"Premesso che solo la battaglia unitaria di assessorati e ministero per aumentare le risorse è vincente, aspettiamo: 270 miliardi per le acque, 200 per le aree alluvionate al Nord, 500 per politiche di sostegno alla qualità, 50 per la lotta agli incendi. Studiamo anche novità fiscali: sull'Iva di alcuni prodotti. Ma non mi chieda di più, per ora. Non potrei dire altro".
Il Sud: rinascita tra mille problemi. L'agricoltura sarà volano di sviluppo compatibile? Con che strategie?"La chiave è la multifunzionalità. Sì al rapporto col turismo, dunque, purché non tracimi in speculazione. Ma la battaglia al Sud si vince se si lavora su qualità e reti di commercializzazione. Se non portiamo i prodotti del sole nelle grandi reti e non li pre-valorizziamo abbastanza, il valore aggiunto non va al coltivatore del Sud, ma ai distributori del Nord".
Il Meridione ha però gravi carenze d'infrastrutture, e specie i prodotti freschi sono duramente penalizzati.
"Verissimo. Lo snodo sono gli aeroporti merci: già in agenda per un incontro con il collega Lunardi".
Agricoltura e alimentare. L'identità d'immagine oggi è fortissima. Porta attenzione dei consumatori, politiche di marchio, redditività. D'altro canto, l'agricoltura diventa però attività socialmente sensibile e oggetto di forti apprensioni. Ora parte l'etichetta "veritiera" per l'olio italiano. Ma la richiesta è di tracciabilità globale per gli alimenti, per difendere insieme tipicità e sicurezza. Anche nei derivati "industriali" dell'agricoltura. A che punto siamo?
"Abbiamo pochi marchi di qualità. Ci sono 2.000 dossier al ministero. La Ue ne riconosce 123. Puntiamo a 300, tra Dop e Igp, in un anno. Poi, c'è un ragionamento legato alla coerenza di filiera: produzione di qualità, trasfomazione vicina alla produzione, qualificata e sostenuta da comunicazione e commercializzazione. Noi, intanto, faremo due cose: attuare tutta la legge di orientamento sulla tracciabilità (i famosi 500 miliardi); e porre al Wto il problema della concorrenza sleale, i parmesan esotici, e simili. In cambio siamo disposti a lavorare per limare certe misure protezionistiche nella Ue. Ma serve la spinta del comparto. Prima del prossimo Wto in Qatar, faremo un Forum di filiera agroalimentare a Parma (con Berlusconi) per coinvolgere Regioni e potere centrale, associazioni e camere di commercio"
Il vino è pilota in questa "nuova" agricoltura: 16.000 miliardi annui, capitali, finanza, moda... Ma l'hardware com'è messo? Il famoso catasto vitivinicolo: chi l'ha fatto, e chi no? E i fondi Ue per ristrutturare i vigneti?

"Finora l'Italia ha usato 100 milioni di euro per rifare 16.000 ettari. Meglio dei francesi. Il catasto: proroga al 31 ottobre. Ma con reale speranza di completamento. Non escludiamo proposte nuove all'Ue su certi requisiti in etichetta ristretti a Doc e Igt. Ma sono ancora allo studio".
Siamo leader europei del biologico. Ma al comparto mancano regole ancora più chiare. È d'accordo?
"Il mio predecessore Pecoraro Scanio (bravissimo sull'immagine, un po' meno sul concreto) ha spinto molto su questo fronte, finendo però con l'avallare un parziale falso: che solo il biologico sia qualità. Non è così. Peso e crescita però sono innegabili. A primavera avremo il secondo convegno nazionale sul Bio. Da lì partirà il processo di evoluzione normativa. Puntiamo a far salie il settore dal 5% al 15% sul totale nazionale in 5 anni. E c'è un comitato al lavoro sulle nuove regole, ma pure per ridurre i vincoli burocratici. Va poi usato meglio lo sportello per il Bio già attivo al ministero".
Intanto però riesplode la polemica su fitofarmaci ammessi dall'Ue, come il Mancozeb, ma ritenuti cancerogeni da vari studiosi. Non dovremmo muoverci? In ballo c'è la salute, e anche il futuro dei nostri prodotti sui mercati esteri più selettivi.
"La sicurezza alimentare è purtroppo competenza della Sanità.Io ho già chiesto poteri maggiori per questo ministero. Ma per ora dobbiamo limitarci alle sollecitazioni".


(Il Messaggero, 10/9/2001)


Vino, quantità in calo ma la qualità sarà super. Se la stagione "tiene", annata da ricordare

Quantità ridotta ma qualità super. Per il Chianti classico le previsioni annunciano quella d'inizio millennio una vendemmia da ricordare. Le piogge della scorsa settimana hanno portato sollievo alle viti dopo l'eccessiva arsura di agosto. Se il tempo si manterrà variabile e alternerà alle giornate di sole qualche acquazzone non troppo violento, l'annata 2001 potrebbe davvero diventare eccezionale. «Le premesse ci sono tutte», dice il direttore del Consorzio Chianti classico Giuseppe Liberatore. «Ottimi toni di acidità, giusta maturazione in corso. L'uva, come del resto gli ulivi, aveva sofferto un po' di stress idrico tra luglio e agosto, le ultime piogge sono state benefiche. E il calo della temperatura che di notte porta aria fresca e leggermente umida contribuisce a rafforzare la prospettiva di un buon raccolto». Ma rispetto allo scorso anno, avverte Liberatore, «avremo una quantità ridotta almeno del 10 per cento». Il calo è generalizzato, per colpa delle gelate di Pasqua che hanno colpito parecchie aziende toscane.
Quasi completata la vendemmia del bianco, si sta iniziando adesso quella del Merlot. Dal 20 settembre in poi sarà il turno del Sangiovese, come al solito anticipata di una decina di giorni. Nonostante la scarsità del raccolto, è ottimista il marchese Piero Antinori che ricorda come la «qualità sia la priorità assoluta». La cautela è d'obbligo, però, visto che il mese di settembre sarà determinante per ogni conferma o smentita.
Per il Brunello stesse previsioni, ottima qualità in vista ma quantità ridotta. Donatella Cinelli Colombini, assessore al Turismo di Siena, pensa già («sempre che il tempo si mantenga come in questi giorni», specifica) alla possibilità di concorrere per la valutazione cinque stelle, mentre nel 2000 il Brunello ebbe tre stelle.
In generale per tutte le uve toscane si prevede una raccolta di circa 2200 ettolitri e un calo complessivo di quantità rispetto allo scorso anno di circa il 15 per cento. Adesso il grande timore di produttori ed esperti rimane il fattore meteorologico. Non resta che incrociare le dita.
(s.p.)

(La Repubblica - Firenze, 10/9/2001)

Per il barolo l’asta è mondiale Chef e ristoratori si sono dati battaglia a colpi di rilanci Le etichette più pregiate battute a oltre tre milioni Dalle Langhe nasce la prima joint venture Piemonte-Usa che conquista la Toscana

Luca Ferrua

Un grande ristorante per dimostrarsi tale deve avere in carta le annate storiche di barolo. E’ questo il verdetto della quarta asta dedicata al «re dei rossi italiani» organizzata ieri alle Cantine Gianni Gagliardo. Un dato importante nei mesi dell’esordio del «magico» 1997, uno dei baroli destinati a fare epoca e prenotati con grande anticipo dai collezionisti. Ieri, a pochi metri dai prestigiosi filari del «Preve», importanti chef arrivati da tutto il mondo o collegati alla Langa con quanto di meglio offre la multimedialità si sono dati battaglia. Posati per un giorno mestoli e «decanter» sono arrivati anche a trenta rilanci per aggiudicarsi due bottiglie di barolo «Monfortino 1964», firmate Giacomo Conterno e passate dai 300 euro (580881 lire) di base d’asta ai 960 (oltre un milione e ottocentomila lire) dell’ultima offerta, arrivata - via telefono cellulare - dalla Florida. Sono volate anche le quotazioni di sei bottiglie di «Vigna Arborina 1990» di Elio Altare salite da 450 a 1620 euro, il record di giornata per un produttore simbolo di Langa. Ottimi risultati li ha raggiunti anche il lotto dedicato all’Unicef, un doppio magnum di «Preve ‘97», il gioiello di casa Gagliardo, con etichetta speciale firmata dal grappista-artista Romano Levi, dopo 30 rilanci i 350 euro di base sono diventati 950. Fra i tanti ristoratori a caccia di grandi barolo, uno aveva un unico obiettivo: le bottiglie di Francesco Rinaldi. Il titolare del ristorante Massimo di San Paolo del Brasile è entrato in gara per aggiudicarsi i due lotti del suo produttore preferito. «E’ un mio grande pallino - ha detto a fine asta -, un vanto del mio ristorante». Oltre a Florida e Brasile, anche Colorado, Thailandia e California hanno fatto la parte del leone confermando che chi parla in dollari alla fine riesce sempre a fare la voce grossa di chi si esprime in euro. A tenere duro sono stati ristoratori tedeschi e italiani con la collaborazione di qualche industriale-collezionista come Edoardo Miroglio che si è aggiudicato un doppio magnum di «Preve Gagliardo ‘90» per oltre un milione e mezzo di lire (810 euro). Il pubblico dell’asta è composto soprattutto da ristoratori e commercianti, ma l’evento è capace anche di stimolare la curiosità dei vip. Accompagnato da Alain Elkann è arrivato anche Vittorio Sgarbi, sottosegretario ai Beni culturali. Il parlamentare si è dimostrato sensibile ai problemi del territorio, guardando al vino come a un’opera d’arte: «C’è un problema che riguarda la produzione di massa, ma non tocca certo produttori come Gagliardo, e sono in aumento le persone che vivono il vino come un momento di cultura. Per quanto mi riguarda bevo pochissimo, ma vado vedere i luoghi in cui nasce un grande vino per assaporarlo nel suo ambiente naturale». Gianni Gagliardo, produttore abituato ad usare la testa non solo per i grandi vini e dopo l’alleanza con la «Moet Chandon» per andare alla conquista dell’India, ha messo insieme gli elementi per l’ennesimo colpo a sorpresa. Attraverso i figli Stefano e Alberto è stato siglato un accordo con un’importante azienda vinicola americana ed è nata la prima «joint venture» Piemonte-Usa che ha acquistato vigneti prestigiosi in Toscana nella zona di Bolgheri, la stessa del Sassicaia e dell’Ornellaia ovvero il meglio d’Italia soprattutto per i consumatori d’Oltreceano, quelli che si esprimono in dollari. .

(La Stampa, 10/9/2001)

"Langaroli ingordi rischiate il disastro". L'accusa di Petrini: "Contano solo i soldi". Il patron di Slow Food punta il dito sul dissesto delle colline

MARCO TRABUCCO
ALBA - «Moderate vignaioli la vostra bramosia». Ha il tono e l'atteggiamento del profeta Carlin Petrini, presidente e nume tutelare di Slow Food, mentre lancia il suo anatema. Si parla di cibo e politica, al suo fianco ci sono Giuliano Ferrara e il giornalista Filippo Ceccarelli e sopra di lui c'è il cubo di cristallo che i fratelli Bruno e Marcello Ceretto hanno eretto sul Bricco Rocche uno dei belvedere più spettacolari di Langa. Ma non è a loro che Petrini si rivolge, quando denuncia: «In Langa si sta scavando da ogni parte, si stanno piantando vigne di nebbiolo da Barolo anche sui versanti Nord, inadatti, e un tempo dedicati alle nocciole. Si tagliano i boschi, si eliminano i pascoli e ogni altra coltivazione, ma la monocoltura è il segnale di un disastro annunciato». La filippica continua: «Si disbosca ovunque, a Monforte dove c'è uno dei cru storici del barolo, il Pressenda, è stato fatto uno sbancamento di dimensioni impressionanti. Ma non c'è rischio che, oltre a quello del paesaggio, il degrado sia anche idrogeologico e possa portare a chissà quali disastri naturali? Pure se chiedi a questo o quel sindaco a questo o quel politico perché no interviene ti rispondono che non possono far niente. Ma allora chi può fare qualcosa? Ci vuole un piano regolatore fatto d'intesa con la Regione».
Conclude così, ma la polemica è appena cominciata. In platea, tra le 500 persone che stanno assistendo alla consegna del Langhe Ceretto il premio internazionale sulla cultura dell'alimentazione che i due fratelli Ceretto da 11 anni organizzano come crocevia tra storia e politica, da un lato e cibo e vino, dall'altro c'è Bartolo Mascarello, il Grande Vecchio della Langa, che da anni ne denuncia rischi e degrado. «Sono contento che Petrini dica queste cose, ma doveva farlo tre anni fa invece di reclamizzare con i suoi di Slow Food, la barrique (ndr, la botte di rovere in cui vengono invecchiati i grandi vini rossi, per ‘ammorbidirne' il gusto, rifiutata da chi il Barolo vuole produrlo in modo tradizionale). Intanto la nostra Langa è stata devastata, i boschi che mantenevano l'equilibrio stanno scomparendo Non sono un conservatore, chi mi conosce lo sa, ma non ho più fiducia in questa politica, di destra e di sinistra. I nostri sindacati sono diventati uffici di commercialisti in cui noi contadini andiamo solo a sbrigare pratiche. L'unica logica ormai è quella del profitto. E ormai è tardi, bisogna accettare la situazione come è».
«Non c'è legame, davvero, tra la barrique e il degrado della Langa - replica Petrini - Io non rimpiango i tempi dei vignaioli poveri, non penso con toni poetici a questo bel mondo antico pieno di miseria. Adesso i vignaioli non sono più contadini, ma grandi professionisti: e l'opulenza sta provocando degrado, l'eccessiva ricchezza sta generando una situazione insostenibile: le vacche grasse potrebbero finire. Si vuole arrivare a produrre 12 milioni di bottiglie l'anno di Barolo, quando il numero giusto sarebbe di 7 o 8. Possibile che quanto è accaduto con il Moscato, con quelle uve piantate dappertutto quando di vendevano 30 milioni di bottiglie di Asti Spumante l'anno, solo in Germania, non abbia insegnato nulla? Adesso se ne vendono 8: l'eccesso di produzione ha abbassato al qualità media prima e poi, di conseguenza, le vendite»

(La Repubblica, 10/9/2001)

Il rosso, seconda doc italiana per produzione, raccontato in un volume della regione. Ecco un’«enciclopedia» sulla Barbera.


Enrica Cerrato
C'è tutto, ma proprio tutto sulla Barbera, nel volume pubblicato dalla Regione Piemonte (è disponibile negli uffici torinesi dell'assessorato all'agricoltura ed in quelli dei servizi decentrati), frutto del lavoro di una équipe di una ventina di ricercatori, enologi e funzionari, coordinati da Vito Viviano, direttore della direzione sviluppo dell'agricoltura. «Stiamo assistendo alla rinascita di questo vino - annota Viviano - e non poteva mancare, visto anche sotto il profilo europeo, una raccolta di tutte le caratteristiche della Barbera e del suo territorio». Tenendo presente un dato fondamentale: attualmente in Piemonte il 34 per cento dei 55 mila ettari di superficie vitata sono coltivati a Barbera. Il lavoro, portato a compimento in collaborazione con associazioni come la Vignaioli Piemontesi, gli istituti sperimentali di enologia, il Cnr e l'Università, si avvale di una serie di schede che illustrano il clima e le caratteristiche del terreno. Molte le aziende viticole che hanno dato la loro disponibilità nella ricerca dei dati: un segnale preciso del fatto che la Barbera non è più soltanto il vino «come lo facevano i nonni», ma un rosso moderno, che ha alle spalle scienza e ricerca. «Potrà essere utile a chi deve impiantare vigneti - sottolineano in Regione - perché le scelte delle esposizioni e dei terreni non si fanno più solo forti dell'esperienza di azienda, ma con parametri precisi. Lo stesso discorso vale per i metodi con cui si affrontano le malattie della vite». Al di là della «valanga» di informazioni tecniche, lo studio fa scoprire anche alcune curiosità sul celebre rosso piemontese: ad esempio un fatto che ha stupito tutti i ricercatori è che la seconda doc italiana per produzione (alle spalle del Sangiovese), manchi di riferimenti storici. «E’ come se la grande colonizzazione delle colline piemontesi fosse avvenuta quasi in sordina - spiega uno dei coautori, Maurizio Gily - ma sicuramente non è così, forse la reticenza delle fonti ha altre spiegazioni, ad esempio il fatto che fosse un vino popolare, in tempi in cui la parola scritta era riservata ad alti ranghi sociali». Eppure risale al 1249 la prima citazione dell'uva «barbesina» in un contratto di affitto di terreni della chiesa di Casale. Si deve però arrivare all'800, con uno dei padri della scuola ampelografica piemontese, Giorgio Gallesio, per avere dettagliate descrizioni del vitigno. Venendo a dati più attuali, si scopre anche come la Barbera d'Asti oggi, al 45 per cento vada all'estero (si parla di vini in bottiglia), seguito dal 38 per cento di Piemonte Barbera. Principale mercato si conferma la Germania (68%), seguito da distanza da Regno Unito, Usa, Svizzera e Paesi Scandinavi.


(La Stampa, 13/9/2001)

La lunga crisi. Frascati doc, una vendemmia in perdita. L'uva pagata solo 80 mila lire nonostante i tagli di produzione mentre crescono le giacenze di vino

di LUIGI JOVINO
I produttori delle uve non l'hanno spuntata e per tutta la filiera del vino Frascati si prospetta un altro anno buio. In una convulsa assemblea, tenutasi al Consorzio tutela tra i produttori ed i responsabili delle aziende vitivinicole, è stato fissato ad 80 mila lire al quintale più Iva il prezzo delle uve Frascati Doc per la vendemmia 2001. Il prezzo è lo stesso dell'anno scorso, ma gli operatori lamentano una perdita netta che potrebbe mettere in forse la sopravvivenza di molte piccole aziende. Non c'è stato, infatti, l'atteso adeguamento del prezzo nonostante i produttori avessero spontaneamente deciso di ridurre la quantità di uva di dieci quintali per ettaro e nonostante ci sia stata una diminuzione dei terreni coltivati per l'aggiornamento del catasto vitivinicolo ed una vendemmia non molto prodiga per la mancanza di precipitazioni.
Sconfortato è Luigi De Santis, presidente dell'Associazione produttori uve Frascati doc. "Non siamo assolutamente soddisfatti - dice - perché non vediamo da parte degli imprenditori delle aziende vitivinicole la nostra stessa determinazione per risolvere la crisi storica del Frascati. Ci saremmo aspettati almento 5 mila lire in più al quintale per veder ricompensata la perdita del 7 per cento dovuta all'autoriduzione. Naturalmente questi pochi spiccioli in più non avrebbero risolto i problemi della vitivinicoltura a Frascati, ma rappresentavano il segnale che anche le aziende erano disposte ad investire pur di tentare il rilancio del vino sul mercato". "Ho provato fino all'ultimo - aggiunge Basilio Ventura, assessore all'Agricoltura nel comune di Frascati - di fare una mediazioni, ma da parte delle aziende abbiamo trovato un muro perché c'è il 20 per cento in più di vino invenduto rispetto all'anno scorso e alcune ditte avranno difficoltà anche a fare la vendemmia".
A risollevare le sorti delle uve Fascati non è servito neanche l'appello lanciato dalla Coldiretti prima della contrattazione. "Debbo constatare amaramente - dice Massimo Gargano, presidente della Coldiretti Lazio - che solo gli agricoltori si sono sacrificati pur di migliorare prodotto e qualità". In realtà, come conferma lo stesso presidente Luigi De Santis, non tutti gli agricoltori hanno fatto fronte contro il prezzo indicato dal Consorzio, perché molte aziende stringono accordi a trattativa privata, garantendo più soldi ai produttori che vendono maggiori quantità e qualità più diversificate di uve. "Non vorrei si fosse giunti ad una situazione di non ritorno - afferma Sergio Urilli, sindaco di Monte Porzio Catone, città che annovera il maggior numero di produttori -. E' ora che gli addetti ai lavori e gli enti istituzionali si impegnino a trovare soluzioni serie per superare la fase di emergenza".


(Il Messaggero, 14/9/2001)


Messe all'asta in California tutte le bottiglie di Wine.com. E' la più grande vendita all'incanto di prodotti enologici

Vino per tutti i gusti e per tutte le tasche alla più grande asta enologica mai realizzata al mondo. Le bottiglie provengono dalle cantine di Wine.com, il sito Internet fallito lo scorso aprile.
L'asta si terrà il 15 e il 16 settembre in un hangar della Napa Valley, California. In vendita ci saranno oltre un milione di bottiglie, per un valore totale di 10 milioni di dollari.
Fra i prodotti offerti è prevista la presenza di prestigiosi vini francesi, e di bottiglie in edizioni limitate provenienti dalle cantine di importanti case vinicole. Non mancheranno comunque prodotti dai prezzi più accessibili, provenienti da California, Europa e Asia.
La maxi liquidazione segna la fine di Wine.com, che insieme al suo partner Wineshopper.com aveva investito circa 200 milioni di dollari nel tentativo di diventare il più grande distributore online di vino. Wine.com fu fondata nel '94 con i finanziamenti di una serie di società di primo piano, tra cui Amazon.com, la società di venture capital Kleiner Perkins Caufield and Byers e la New York Times Co. I sogni di gloria di Wine.com si scontrarono però con la selva di permessi e divieti che regolamentano la vendita di alcolici negli Stati Uniti. Proprio queste difficoltà hanno portato lentamente alla chiusura del sito Internet e al fallimento della joint venture.

(La Repubblica, 15/9/2001)

 

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