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Agrodolce: fotocronaca
Lucana
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seconda parte
La botte
di Heidelberg
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Agrodolce: fotocronaca Lucana.
di Luca Bonci
Il
verde verde verde dei campi seminati a frumento. Il bianco cremoso, gustoso,
fresco dei mille latticini. Il rosso brillante, energico, verace dell'Aglianico
del Vulture. Questo è il tricolore che ci piace (non certo quello
che sventola di fronte agli eserciti), quello per cui spendiamo volentieri
la parola patria (o Patria che sia), in quel senso di ricca differenza
e di tradizione che lega le genti del nostro stivale. Lo troviamo in questo
marzo in una delle regioni più neglette della penisola: Basilicata
o Lucania. Lucania in antichità, per l'immenso bosco che la ricopriva,
perché abitata dai Lucani o per chissà quali altri motivi,
Basilicata dal secondo millennio data la presenza di un Basilisco bizantino.
Ancora oggi si discute sul nome.
Campi
e campi dal verde intenso, coltivati assiduamente e attraversati da interminabili
strade disseminate di casette tutte uguali, in rovina. Tentativi di ricolonizzare
la campagna? Risultato di interventi da Cassa del Mezzogiorno? I trattori
lavorano e il grano cresce, ma nessuno abita più questi luoghi.
La popolazione sembra tutta concentrata negli isolati paesoni che di tanto
in tanto spuntano in cima a un cucuzzolo. Fermiamo la macchina, scendiamo
tra queste casupole immerse nel verde dei campi, il silenzio è
immenso.
Dentro
quei buchi neri, dalle pareti di terra, vedevo i letti, le misere suppellettili,
i cenci stesi. Sul pavimento stavano sdraiati i cani, le pecore, le capre,
i maiali... Di bambini ce nera uninfinità. In quel
caldo, in mezzo alle mosche, nella polvere, spuntavano da tutte le parti,
nudi del tutto o coperti di stracci. Io non ho mai visto una tale immagine
di miseria: eppure sono abituata, è il mio mestiere, a vedere ogni
giorno diecine di bambini poveri, malati e maltenuti. Ma uno spettacolo
come quello di ieri non lavevo mai neppure immaginato. Ho visto
dei bambini seduti sulluscio delle case, nella sporcizia, al sole
che scottava, con gli occhi semichiusi e le palpebre rosse e gonfie; e
le mosche gli si posavano sugli occhi, e quelli stavano immobili, e non
le scacciavano neppure con le mani. Si, le mosche gli passeggiavano sugli
occhi, e quelli pareva non le sentissero. Era il tracoma. Sapevo che ce
nera, quaggiù: ma vederlo così, nel sudiciume e nella
miseria, è unaltra cosa. Altri bambini incontravo, coi visini
grinzosi come dei vecchi, e scheletriti per la fame; i capelli pieni di
pidocchi e di croste. Ma la maggior parte avevano delle grandi pance gonfie,
enormi, e la faccia gialla e patita per la malaria... Le donne, magre,
con dei lattanti denutriti e sporchi attaccati a dei seni vizzi, mi salutavano
gentili e sconsolate: a me pareva, in quel sole accecante, di esser capitata
in mezzo a una città colpita dalla peste
Questo
erano i Sassi, nel racconto della sorella di Carlo Levi da lui
stesso riportato in Cristo si è fermato a Eboli. Poi ci si accorse
di questa umanità persa e dal '52 (prima legge De Gasperi) al '68,
la si trasferì in nuove abitazioni lasciando i sassi soli. Ora
ristoranti, alberghi, negozi e più comode abitazioni rinascono
a poco a poco in questo stupendo ammasso di mura, tegole e comignoli che
era la vecchia Matera.
La
nuova Matera è pulita, viva e appare ricca ed elegante, sarà
anche questo un effetto da Cassa del Mezzogiorno? Forse, ma non solo,
visto che i poveri abitanti dei sassi meravigliavano i visitatori per
come ricercavano l'eleganza anche nelle condizioni più disagiate.
Nelle grotte scavate nel tufo c'era posto per l'asino, ma accanto non
mancava un tappeto dai colori vivaci. E se sotto gli alti letti dimoravano
chioccie e pulcini, non per questo mancava cura nella scelta delle coperte.
Un'eleganza atavica quindi, che ritroviamo trasferita nei bei negozi della
città nuova.
Mozzarelle, ricotta, caciocavallo, burrate, soppressate, torte di riso
o di patate, funghi, carote in agrodolce, bruschette e crocchettine, stufatini
di verdure miste, peperoni ripieni... questo non è che un estratto
della ricca serie di antipasti offerti dalla cucina materana. Poi si continua
con i numerosi piatti di pasta fresca, prime fra tutte le orecchiette,
e si passa ai secondi, alle carni di agnello e di capretto, alle grigliate
miste in cui alle carni si aggiungono le salsicce e gli gnumireddi,
gustosissimi rotolini di interiora. Tutto innaffiato con vini più
che decorosi, tra i quali spicca sua maestà l'Aglianico del Vulture.
Carlo
Levi rese immortali le terre di Basilicata, le usanze, la povertà,
le superstizioni, nel racconto del suo confino a Grassano e Aliano (Gagliano
nella finzione romanzesca), due piccoli centri (minuscolo il secondo)
tra Matera e Potenza. La tentazione di visitare quei posti è forte,
anche se è difficile ritrovare le immagini letterarie. I vecchi
centri si sono trasformati, alcuni sono stati abbandonati come lo stesso
Aliano, e le vecchie e povere abitazioni sono in rovina. Solo
poche case sembrano abitate e, dietro alle porticine chiuse, tra i vicoletti
di sasso, ci si può ancora immaginare la vita che solo pochi decenni
fa impressionò lo scrittore. Ma se delle città poco resta,
molto simile all'immagine letta è invece l'impressione che ci viene
dallo scenario naturale, dal selvaggio panorama delle murge, dai regolari
e placidi uliveti alternati al lunare paesaggio dei calanchi, alle gole
formate dai torrenti, alle ordinate vigne.

Lasciamo
la Basilicata letteraria e ci incamminiamo verso Potenza, tra strade di
montagna che ci riservano una inaspettata variazione di paesaggio: il
Parco di Gallipoli Cognato e delle Piccole Dolomiti Lucane, una
stupenda area vedeggiante, coperta di boschi e in netto contrasto con
gli assolati campi ed uliveti appena lasciati. E sotto agli alberi, in
libero pascolo, ecco decine e decine di bovini, che brucano lenti e riempiono
il silenzio del bosco col rado scampanio dei loro collari.
Potenza
ci lascia indifferenti, cupa e arroccata non si lascia ricordare facilmente,
forse meriterebbe una visita più meditata, ma il tempo fugge e
puntiamo verso nord, verso il monte Vulture, un antico vulcano sulle cui
fertili pendici si accentra la produzione dell'uva aglianico. Rionero
in Vulture, Barile, Rapolla, Ripacandida, Ginestra, Maschito, Forenza,
Acerenza, Melfi, Atella, Venosa, Lavello, Palazzo S.G., Banzi, Genzano
di Lucania, sono i comuni in cui si produce l'Aglianico del Vulture, e
tra questi scegliamo Barile, ovverosia Barilën hora
arbëreshe, hora e verës (città arbëreshe,
città del vino) come recita in arbëreshe (la lingua e la cultura
della antiche colonie albanesi che si trovano un po' ovunque nel sud)
il cartello all'ingresso del paese. Scelta non casuale, visto che proprio
dentro il piccolo paese troviamo la cantina di Anselmo Paternoster, uno
dei più importanti produttori di Aglianico. Ma questa è
un'altra storia...
15 agosto 2003
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