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Passaggio a Londra
di Riccardo Farchioni
Tornando a Londra, non vedevamo
lora di infilarci di nuovo nel casino di Soho e di Covent
Garden. Casino che culmina allincrocio fra Charing Cross Road e
la fine di Oxford Street, quando questa è già diventata
da strada commerciale dei famosi grandi magazzini a vivissimo ingorgo
e vortice di gente di ogni razza e colore che cammina, corre attraversando
la strada con i telefonini incollati alle orecchie; professionisti eleganti
mischiarsi ad alternativi, e tante ragazze alte, bionde, tutte dentro
lunghi cappotti neri. E pregustandoci già queste scene, iniziamo
invece slow, da una zona rarefatta, elegante, che mette soggezione
e che affrontiamo partendo dal fondo della Victoria Station, una zona
di graziose strade e di albeghini economici ma a guardare bene un po
fetenti. Poi, Eaton Square ed Eaton Gate, strada nella quale si alternano
grandi aree verdi e palazzi monumentali ed elegantissimi, fino al culmine
di Sloane Square, dove le ambasciate di Svizzera e di Spagna si fronteggiano.
Ma basta deviare verso South Kensington che qualcosa inizia a cambiare.
Strade più vive, ristoranti con le cucine di tutta Europa, viavai
di persone...
Larte, prima di tutto
I
principali musei e gallerie di Londra (Tate Gallery esclusa) sono ancora
gratuiti. In realtà viene richiesta unofferta per poterli
mantenere tali, unofferta che in un caso (quello del British Museum
ci sembra) dovrebbe essere di almeno tre sterline, che è pressoché
il prezzo dei nostri musei più cari. Beh, speriamo che nessuno
abbia controllato il valore della monetina che abbiamo fatto sistematicamente
scendere nelle teche di plexiglas...
Certo, spesso il clima informale dei musei inglesi diventa quasi dissacrante:
casino, telefoni in azione, addirittura una macchinetta fotografica appoggiata
davanti ad un fregio del Partenone per un autoscatto. Purtroppo è
chiusa per lavori la Biblioteca Reale, quindi niente Magna Charta... Ma
quante volte dovremo tornare per non rimanere ancora una volta attoniti
e imbambolati di fronte ai capolavori di Fidia, volti di uomini e teste
di cavalli che si sovrappongono nelle furiose corse, con i nervi e le
vene che vengono fuori dal collo e, di fronte, la calma di una compassata
processione...
Ci siamo detti: no, questa volta alla National Gallery non ci fermiamo.
Non abbiamo molto tempo, e vogliamo andare a curiosare dentro qualche
wine-bar; e poi, in fondo le pinacoteche in Italia non ci mancano di certo...
Ma usciti dalla Victoria Station eccoci inevitabilmente risucchiati da
Victoria Street, attratti da Westminster Abbey (ci sono i fiori per la
regina madre), da lì al Parlamento e al Tamigi e poi a Trafalgar
Square. Ed allora entriamo, e ci portiamo a casa il ricordo della sala
dei Rembrandt, sedici capolavori di Rembrandt uno più bello dellaltro!
Segnaliamo anche una nuova acquisizione italiana della galleria,
un Giovane che legge una lettera di Rosso Fiorentino, dallespressione
fosca e fascinosissima.
Invece
al V&A ci andiamo deliberatamente, perché larte applicata
ad un certo senso è più rilassante, più familiare,
più a portata di mano (e di mente) ... ma anche perché
al V&A, come i londinesi chiamano familiarmente il Victoria&Albert
Museum (prima era a pagamento, ora non più), sono aperte da poco
le nuove British Galleries: belle, certo, ma con tutto il rispetto, davanti
alle meraviglie dellarte applicata e della manifattura di tutte
le civiltà e di tutte le epoche (immense collezioni di porcellane
inglesi, francesi, italiane, giapponesi, cinesi; mobilio, vetrate di chiese,
tessuti, argenti, vetri, statue votive di dei europei, indiani, coreani,
giapponesi...), la bella e solida arte inglese appare comunque alquanto
limitata... E dovendo scegliere qui ricorderemmo i Medieval Treasures,
lo splendore e la indecifrabilità dei volti dellarte medievale
racchiusi in piccoli oggetti, con interi giudizi universali e storie di
Cristo intrappolati in piccole tavolette di avorio o di argento o di bronzo...
Qualche assaggio
A Londra cè una catena di vendita di vini, in realtà
diffusa in tutta lInghilterra, che si chiama Majestic Wine Warehouse.
È un suo vanto far assaggiare sempre i vini ai suoi clienti, e
in genere ogni due settimane apre qualche bottiglia a tema
per promuovere i prodotti. Attenzione: i vini vengono venduti solo in
casse da sei, naturalmente anche miste. Noi siamo andati nel negozio che
è dalle parti della stazione South Kensington (91 Pelham Street),
arrivandoci dopo aver percorso la vivacissima Sloane Avenue. E se avessimo
potuto ci saremmo anche portato via qualche bel vino del sud della Francia,
perché i prezzi ci sono sembrati onesti, perlomeno sugli standard
inglesi. Per farsi unidea sui nostri: il Notarparano
1995, 6.49 sterline (10.5 euro); lAmarone Tedeschi 1998 12.99 sterline
(21 euro); la Barbera Fiulot 1999, 5.99 sterline (9.7 euro); il Chianti
Classico Riserva Villa Antinori 1998, 8.99 sterline (14.5 euro).
Quando
passiamo noi, cè qualche vino di Penfold da assaggiare. Per
primo sentiamo il Bin 28 Kalimna Shiraz 1998 (12 mesi in legno
piccolo americano, 9.99 sterline) dal colore cupo e dai profumi intensi
di frutta nera e rossa. Lattacco è potente, morbido, fruttato;
in bocca il vino evolve nel senso di un progressivo alleggerimento
in modo che il vino, di corpo medio-pieno, arrivi ad finale, lungo, più
fresco e sempre molto fruttato. Il Bin 407 Cabernet Sauvignon 1998
ha colore rubino-violaceo cupo e si mostra grasso già quando scende
nel bicchiere; mostra imponenti profumi terrosi, di mora matura,
inchiostro, leggero mentolo. Assai corposo in bocca, è sapido,
quasi salato; presenta una notevole progressione, è dolce e cremoso
mantenendo un buon corredo fruttato. Infine il Rawsons Retreat
Bin 35 2000 (shiraz, cabernet sauvignon e ruby cabernet che è
un incrocio fra carignan e cabernet sauvignon realizzato in California
nel 1940), 5.99 sterline, che è il più speziato, dalle dolcezze
un po facili ma comunque intenso, etereo e piacevole al naso, e
che al palato è semplice ma succulento, dalla buona tenuta aromatica
ma non eccessivamente lungo.
Un wine bar
Percorrendo
Charing Cross Road, la strada che costeggia ad est limmane brulichio
umano che è Soho, svoltiamo nella traversa Cranbourn Street ed
al numero 44 ci immergiamo nel Cork and Bottle Wine Bar.
Diciamo ci immergiamo perché il bar è al di sotto del livello
della strada, si scendono delle scale e si entra in un ambiente che alle
18.30 troviamo già pieno di persone a tal punto che faticheremo
a trovare un tavolo. Nel bancone molte persone appoggiate, altre sedute
nei tavolini disposti sulla parete di fronte; più in là
un altro ambiente ancora con piccoli tavolini. Da qui sale una scala a
chiocciola che, alla base, intrappola un minuscolo tavolino dove è
seduta una signora che fa le parole crociate davanti ad un calice di bianco.
Leggiamo sulla lavagnetta lelenco dei white, red, special white
e special red che arrivano a 5 sterline al bicchiere. Il posto è
abbastanza soffocante, popolato di persone di tutte le età che
si riconoscono essere appassionate di vino, i soffitti sono bassi, le
due cameriere, bionde e molto inglesi, hanno laria stanca. Non paghiamo
cash volta per volta, e dunque ci sequestrano la carta di credito
(pratica piuttosto comune a Londra, con buona pace delle paure di clonazione),
che ci restituiranno alla fine.
E noi, fra gli special sentiamo per primo il VDP Viognier
1999 della Cave de Sarras, dal colore paglierino di media
intensità, ha un naso fresco fatto di fiori bianchi, agrumi freschi
e note balsamiche e resinose. In bocca ci appare elegante ma alquanto
sfuggente e saporito solo in un finale dominato da un piacevole retrogusto
di nocciola. Dopo una Soup che è una cremina delicata e assieme
ad un piatto composto a strati da pane, una fetta di salmone, un disco
di formaggio fuso con spezie varie ci tocca lo Chateau Roger Cosquee
1997, un vino fiacco, vegetale, semplice e senza fascino. E finiamo
cercando un motivo di consolazione nello Zinfandel 1998
della Buena Vista Winery (Sonoma, California) che, di colore rubino
cupo e con profumi di frutta nera matura e cioccolato, al palato attacca
potente su note di confettura di prugna, crostata di frutti di bosco,
amarena molto matura. Un vino che globalmente non potremmo definire dolce,
che ci dà buone soddisfazioni, ma è un po sempre uguale
sorso dopo sorso. Sia come sia, ci portiamo a casa il ricordo di un rapporto
col vino allegro e spensierato, assai lontano da certe cerimoniosità
italiane.
Un bar
Usciti,
ce ne andiamo in direzione Covent Garden. Camminando lungo la bella ed
elegante Long Acre guardiamo i portoni e le vetrine finché non
vediamo al n. 136 quello che ci pare il più bel bar del mondo,
e quindi entriamo. Si chiama Le Palais Du Jardin ed è in
realtà un grande bar-ristorante che si struttura in tre parti:
nella prima, con vista sulla strada, ci sono tavolini con il piano rotondo
in pietra e una clientela giovanile. In mezzo cè un amplissimo
bancone a cornice che racchiude una bella architettura in legno a contenere
superalcolici. Illuminazione fredda, le pareti arredate in modo diciamo
mininimalista, moderno ma con inserti classici. Qui molti
prendono il flute di champagne aspettando di essere avvertiti che si è
liberato un tavolino nellelegante ristorante che è più
in là; poi vino, poca birra, come ci dice uno dei barman che ci
viene a servire. Noi gli chiediamo un vino bianco e ci arriva (in un bel
bicchiere) un Les Petit Fiseaux Sauvignon 2000 (4 euro): finalmente
un vino interessante! Bella frutta tropicale al naso, agrumi e i tipici
sentori varietali del vitigno. Si conferma interessante in bocca, con
note di limone e pompelmo.
Finale
... E arrivare a Covent Garden, alla fine della giornata, quando è
tutto chiuso e anche i locali stanno ritirando i tavoli. Solo un paio
di complessini continuano a suonare lontani fra loro, le bocche della
metropolitana inghiottono più persone di quante ne mandino fuori.
Passeggiamo e guardiamo le vetrine dei negozi, osserviamo gli ultimi gruppetti
che chiacchierano, e alla fine entriamo a curiosare nellingresso
del Royal Opera House giusto in tempo per vedere sciamare fuori il pubblico
elegante del Tristano e Isotta diretto da Bernard Haitink che si è
appena concluso.
Ebbene sì, tornando a Londra ci siamo sentiti, ancora una volta,
irrimediabilmente provinciali.
(28/9/2002)
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