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L'anima del Vino |
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Ma in modo particolare mi ha colpito quella frase con la quale chiede, o forse afferma: "spiegatemi perché in generale tutti i vini bianchi e tutti i vini rossi più famosi si assomigliano in modo incredibile, tutti fatti con tecnica ma davvero senz'anima". Un piccolo ingranaggio si è mosso tra le mie reminiscenze poetiche e mi è tornato alla mente il capitolo de "Le fleurs du mal" dedicato al vino ed in particolare il sonetto "L'Ame du vin". Si perché in quei versi c'è la visione di un rapporto ideale tra vino e uomo, tra la sua anima e la nostra anima, tra la sua capacità di offrirsi e quella nostra di accoglierlo. Vino quindi come esperienza unica che si ripete, ma mai uguale, tra prodotto e degustatore, in momenti e situazioni diverse. La situazione che ci descrive la nostra lettrice è invece quella della pieno ribaltamento del rapporto sopra illustrato. Il vino, descritto come fenomeno astratto, teorizzato e propagato a macchia d'olio, in formule sempre uguali. Le guide che teorizzano il prodotto ideale e successivamente lo ricercano nei prodotti che gli vengono presentati, tanto che non pochi produttori sanno che per essere presenti in certe guide ci vuole un certo tipo di vino, fatto in un certo modo, con una certa intensità cromatica ed un certo corpo, ecc., e si preparano per l'occasione. Ed ecco svelato il mistero cui faceva riferimento la nostra lettrice ovvero che tutti i grandi (secondo le guide) vini finiscono per assomigliarsi. Si è cioè al ribaltamento del concetto di guida, essa non diviene la disanima di ciò che esiste sul territorio e in quel distretto enologico, ma, pensiamo al potere che in esse si accentra, ne modifica le produzioni per farle corrispondere al proprio ideale ed al proprio obiettivo. Dunque nessuno si stupisca se i Sangiovese, i Merlot, i Gewurztraminer, gli Chardonnay, con 3 (bicchieri, stelle o quello che volete), seppur nati a latitudini diverse, con forme di allevamento diverse, con piovosità diverse, con terreni diversi, in cantine diverse, con esposizioni diverse, alla fine sono tutti uguali o almeno si assomigliano, perché questo è ciò che li fa grandi: piacere al selezionatore della guida. Ma seguire questa logica è forviante anche per le aziende; molti produttori sanno che non è impossibile produrre un vino secondo i canoni che consentono di entrare in una guida. Ma ciò significa snaturare il prodotto aziendale, sradicarlo dal territorio, non consentirgli di esprimersi per quello che è e per il lavoro che lo ha prodotto. Se non si accetta la logica della guida, si rischia l'esclusione. Ben lo sanno i produttori che percorrono caparbiamente loro percorsi alla ricerca di soluzioni adatte ai loro territori. Ben lo sa chi prova a presentare uno Chardonnay (ad es.) vinificato in acciaio, o un grande rosso che non abbia fatto almeno un passaggio in barrique. Il consumatore guidato bollerà il prodotto come incompleto o almeno atipico, non considerando assolutamente che uno Chardonnay maturato al sole del Lazio non potrà essere uguale a quello che ha visto i ghiacci dell'Alto Adige. Ma tant'è, guida docet. Non ci rimane che sperare che i consumatori recuperino quello spazio che gli è stato scippato dalle guide, e si affidino con maggior convinzione alle proprie capacità degustative, cercando il contatto con l'azienda e con il territorio alla ricerca di quell'anima del vino che canta nelle bottiglie. Ma soprattutto considerino le guide per quello che realmente sono: il giudizio di un degustatore esperto, nulla più. 24 giugno 2001
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