Grandine!
Dal gelo un caldissimo sangiovese:
La macerazione pre-fermentativa a freddo
GoWine:
Presentato il concorso letterario "Bere
il territorio"
Per chi
suona la campagna
Varietà
autoctone del Valdarno Superiore: prime microvinificazioni
E fu prezzemolo per
tutti
Vino e olio pugliesi
a Castel del Monte
Una
lezione di onestà
Alla ricerca del vino
e dell'olio perduti
Progetto
Piattaforma Ampeleografica
Anteprima 2002 - I Vini
della Costa Toscana
Con gli olii alla
rivoluzione
La voglia di cambiare
Ceppi di lieviti "autoctoni"
per il Chianti
Il bastone senza carota
Il derby del vino
35^ Vinitaly:
un primo bilancio
Bianchi
di Montagna
Highlight
di Toscana: i grandi si presentano
Sommeliers
in Polonia
Il
Poggio alle Gazze se ne va...
Cosa
brilla nella paglia?
Il vino rosso difende dalle malattie
cardiovascolari
Chi
ha incastrato l'abboccato?
Occhio
di falco
Il
Treno Toscano delle Dolcezze
Presentato il progetto Enoturismo.it
Con certi pesci bevete
il rosso!
L'AcquaBuona premiata
a San Miniato
Dal mangiarbere giudizi
meno altezzosi
Vini
da poveri?
Affluenza record al Wine
Festival di Merano
Ancora pareri sulla "DOC
Toscana"
Alba: vino
e internet a Go Wine
Due
anni di AcquaBuona
Vini lucchesi
all'Enoteca la Brilla
Introduzione
alle Colline Lucchesi
Incontrare Veronelli:
prima e seconda
parte
In archivio

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Chaise
Longue con Luigi Veronelli e Roberto Scopo: olio, vino e...
Incontrare
Veronelli, non è forse questo il desiderio che accomuna gli appassionati
di ogni dove che, in qualche modo, possano ritenersi suoi seguaci, riconoscerne
meriti e primogeniture, lavoro ed impegno? Sicuramente accomuna la redazione
tutta dell'AcquaBuona, questo è un fatto, e allora perché
non tentare l'impresa? È nata così l'idea - ma da quanto
tempo ci girava intorno! - di approcciare per conoscere, di cercare la
ragione di un incontro: impresa assai semplice, dobbiamo dire a posteriori,
vista l'estrema, sincera disponibilitˆ del personaggio.
Un cordiale scambio di lettere, una voce all'altro capo del filo che ti
dice: "Ciao sono Luigi", tu che trasogni e ti dai schiaffetti sulle guance,
ed eccoci immersi nella quiete primaverile di Villa La Bianca, magione
affascinante in quel di Camaiore di Lucca, per incontrare lui, il Veronelli
(Luigi, così vuole subito esser chiamato), la sua gentile moglie,
un vulcanico Roberto Scopo, suo collaboratore, e Gabriele Ghirlanda, infaticabile
organizzatore di Enolia, la annuale manifestazione che proprio a Camaiore
si tiene con lo scopo di valorizzare l'olio d'oliva di qualità.
Una lunga chiacchierata che ha svariato e sfiorato, accarezzato e approfondito
di terra e di uomini, di rispetto, globalizzazione e cose genuine, affrontando
temi che a Luigi stanno particolarmente a cuore, primo fra tutti - battaglia
attuale, ora che il vino anche grazie alle sue battaglie va tranquillo
per una strada luminosa, - quello dell'olio d'oliva e della sua ri-scoperta
e valorizzazione, per passare poi alle normative agricole e agli "estri"
maldestri dei potenti, e ritrovarsi -ovvio- nel vino, con il vino, primo
indimenticato amore, parlato (raccontato - ci direbbe Luigi - ) e bevuto.
Per L'AcquaBuona erano presenti Luca Bonci, Riccardo Farchioni, Lamberto
Tosi, Fernando Pardini e Vincenzo Ramponi, tutti ben emozionati, con sentimento
spaziante dalle prime interrogazioni della maestra agli esami importanti
che temprano una vita, ai primi - cuore a mille - incontri d'amore, a
un non so che di impalpabile ma dolce che ti fa dire "la vita è
bella".
Una lunga intervista-chiacchierata stemperata fin da subito dal clima
e dalla piacevolezza dei personaggi, che sanno infonderti informale senso
della genuinità - quasi contadina - appena li incroci nello sguardo
e ne ammiri i gesti e i sorrisi; una lunga intervista-chiacchierata che
abbiamo voluto srotolare così come noi l'abbiamo sentita e che
inizia parlando d'olio, e che alla fine ci rivelerà, una volta
di più, ora però toccato con mano, lo spirito aitante che
anima una persona vissuta da non tirarsi mai indietro; quello di un eterno,
innamorato ribelle che vede o prevede una meta, un sogno e li persegue,
intendendoli soprattutto meta e sogno di tutti; che scende in piazza,
cercando di arrestare carrarmati o infilzando mulini a vento, molto spesso
messi in campo da chi forse soltanto un giorno riuscirà solo a
sfiorare - ma non ci crediamo - il sentimento bello e fondante del rispetto
e dello stile, dell'amore per la terra e della vita che da essa trae linfa.
Dopo quell'incontro, oltre la ricchezza infusa e il senso in più,
resta l'azzurro degli occhi di Luigi: sia sole o neve o pioggia, riflette
-assolutamente incorruttibile e cristallino- l'anima contadina. E a noi
questo basta.
Le parole di un incontro
Le
parole di un incontro, dette senza ipocrisie, ve le rimettiamo una ad
una (o quasi); sono scorse via veloci e appassionate e ci siamo arrivati
solo dopo qualche convenevole e, soprattutto, dopo una domanda rompi-ghiaccio
della moglie di Luigi che, da buona francese, ci chiede: "ma qui,
a formaggi, come state?"
FP: Mah, direi che soprattutto la parte della Garfagnana può dare
veramente delle cose buone e in effetti dà dei prodotti di qualità,
ma poco esplorati. Per esempio c'è una realtà molto variegata
di piccoli pastori, che trovano poco spazio nella commercializzazione,
non c'è il veicolo per far conoscere bene i loro prodotti, è
roba da amatori, o li conosci o non riesci ad averli, ma se riesci a conoscerli
scopri che c'è un mondo ...
LB: ...beh, non c'è una grossa varietà... pecorini...
FP: Però lavorano anche a latte crudo, cose che solitamente non
si trovano.
LV: Quando ho iniziato a lavorare, nel '56, la situazione era così
in generale. Ho conosciuto Piero Antinori quando era ancora giovane [Veronelli
è in procinto di premiare Antinori in occasione del Premio AIS
Versilia di Pietrasanta, ndr] e, devo dire, ha il merito di avere spostato
gli interessi degli industriali da un prodotto per la massa ad un prodotto
di qualità. A quei tempi si pensava di poter fare tre vini, bianco
rosso e rosato, e anche le marche erano solo cinque: Antinori, Bolla,
Bertani, Folonari e Corvo di Salaparuta. Gli industriali speravano di
unificare il mercato nazionale sotto questi cinque marchi e poi di fare
qualche vino, così, en passant... ed era un grosso rischio, voglio
dire, emarginare i vignaioli e non permettere loro di produrre in proprio.
Perché questo? Perché i mezzi di produzione dovevano essere
grandi. Ma invece i nostri vecchi lavoravano in piccolo. Ora si parla
di barrique ma se vai in vecchie cantine trovi qualche vecchio barile...
invece all'inizio del secolo scorso, con la guerra di Libia, visto che
il vino serviva in buona parte per la fornitura dell'esercito, passò
l'idea che le cisterne devono essere grandi, prima in cemento, poi in
vetroresina, poi in acciaio, ecc. ... e ora cosa si verifica... abbiamo
visto invece che i vini fatti per il piacere delle persone e non per la
produzione in massa sono quelli che valgono.
RF: Quindi, dicevi, Antinori poi ha quindi cambiato idea?
LV:
Sì, sì, ha cambiato idea, un uomo molto gradevole ... un
aristocratico, però in gamba... e quello che è avvenuto
per il vino ora sta avvenendo per ogni altro prodotto della terra. Io
due anni fa mi sono convinto di fare una raccolta di olii prodotti da
contadini, per oppormi al fatto orrido degli olii dei supermercati, che
di olio dentro hanno niente, o quasi niente, o cose vergognosamente trattate,
miscelate! E questo lo dobbiamo soprattutto a lui [dice rivolgendosi a
Scopo] che adesso è il maggior esperto per quanto riguarda la conoscenza
dei processi di produzione dell'olio di oliva. Lo conosco da secoli, ed
è stato un personaggio importante nel campo del mercato del vino,
ma ora si è appassionato d'olio.
RS: Sì, ho visto il percorso che ha fatto il vino, coi grandi personaggi,
Angelo Gaja, Rivella, Schiopetto, i Kruger, che ho rappresentato in tutta
Italia. A braccetto a loro ero uno dei pochi che riusciva, che so, a vendere
una Barbera, che all'epoca costava 500 lire, a 8.000 lire come quella
di Giacomo Bologna. Poi, ad inizio 1999 scopro e m'innamoro di questa
situazione meravigliosa e m'interesso un po' di olio perché c'è
un architetto sul lago di Garda che è riuscito a metter insieme
25, poi 30 ettari di uliveto...
FP: Olioro... il progetto Olioro?
RS: Sì, Olioro sono io, è tutto mio... grazie! E allora
ho fatto una prova portando tutta la mia esperienza commerciale in questa
azienda, che era sconosciuta e veniva presentata a un mercato completamente
nuovo. Chiaramente ho affrontato la campagna commerciale, visto che fortunatamente
questo produttore non doveva vivere di questa situazione, un po' come
ricerca. Ho detto "facciamo la stessa cosa che ho fatto nel vino: noi
abbiamo questi 25 ettari, otto cultivar completamente diverse, proviamo
a fare la raccolta per cultivar, perché il leccino matura 15 giorni
dopo gli altri e invece il moraiolo..." esattamente come è successo
col vino! Siamo riusciti a ottenere un prodotto che era talmente diverso
da qualsiasi altro tipo di olio, come concentrazione, come corpo, che
abbiamo deciso non si poteva confondere con gli altri prodotti. E allora
ho provato ad affrontare il mercato con l'unico mezzo che si poteva usare,
la bottiglia. E mentre sull'etichetta degli olii di oliva al massimo si
trova scritto "spremuto a freddo" io gli ho fatto una carta identità
esasperata, numero di piante, inizio della raccolta, cultivar... tutto!
E allora uno comincia a capire che, con un'azienda di 20 ettari, se fa
cinque o seimila litri di olio ha un costo che è totalmente diverso
da quello che poteva essere pensato. Ricordiamoci che con 100 chili di
olive abbiamo una produzione di 12-18 chili di olio, invece con 100 chili
di uva si va dai 60 litri agli 80 e più, insomma la proporzione
è circa 5 volte maggiore, cosa che il mercato non pagava. E da
questa esperienza siamo usciti nel primo anno, con la commercializzazione
a settembre del 1999 di un olio franto nel 1998, quindi con un olio quasi
vecchio per il mercato, a 60.000 lire al litro. Come l'ho venduto? Il
cliente più importante non è stato un ristorante o una enoteca...
ma un distributore di benzina (!) perché ho fatto una vetrina in
cui ho messo una bottiglia di extravergine a 9.800, una bottiglia di olio
da motore a 23mila lire ... e la mia bottiglia da mezzo litro a 50.000
lire. E allora il ragionamento è: "scusa questa viene dal petrolio
e costa il doppio di quella che viene dalle olive...," quantomeno non
è credibile! Allora un folle, dieci folli, cento folli, hanno cominciato
a comprare questa bottigletta a 50.000 lire. Ho persino pensato di aver
prodotto un olio che dà dipendenza... la mia nonnina che ha 95
anni, una volta che le ho servito quest'olio non sono più riuscito
a toglierlo.
LV: Il rischio di un'operazione come questa di Roberto è questo...
e qui entriamo in un campo che mi piace sfiorare, sfiorare soltanto perché
io penso che ognuno la può pensare come la vuole. Io sono anarchico,
e quindi chiaramente cerco di agire a vantaggio degli altri. Questa operazione
con l'olio di oliva porterà, come ha portato nel vino, ad un aumento
dei prezzi.
LB: Questa era anche la mia preoccupazione sentendo queste cose. Perché
io voglio condire con olio buono...
RS: Signori, il prezzo dell'olio è fermo da 30 anni...
LB: Certo, sono sicuro che l'olio è sottovalutato rispetto al vino,
quando mi vendono una bottiglia di vino a centomila lire sono sicuro che
c'è stato fatto un ricarico esclusivamente commerciale, ma...
RS: Ora ci arriviamo, è chiaro che questa è stata un'esperienza
particolare, in cui ho affrontato l'olio come se fossi Romaneé
Conti col vino, la situazione poi è da sviluppare in tutta Italia.
Fatto stà che finita questa esperienza mi sono talmente appassionato
a tutto quanto avevo toccato con mano, che ho cominciato a girare l'Italia
per capire. Alla fine di tutto, per fare un po' il punto della situazione,
diciamo che esistono, solo in Italia e questa è una cosa importantissima,
200 tipi di cultivar. Le stesse cultivar piantate in regioni diverse...
pensate cosa possono dare. Esattamente come il vino. 50 anni fa il vino
lo chiamavamo bianco e rosso, abbiamo iniziato a chiamarlo Sauvignon,
Riesling, Cabernet... adesso, non è forse possibile che si possa
fare con l'olio la stessa cosa, ma dobbiamo dare la tracciabilità
a questi prodotti, almeno regione per regione, capire quali sono le migliori
cultivar e infine affrontare un mercato che possa essere REMUNERATIVO,
perché se alla fine dell'operazione non prendo i soldi per proseguire
allora crolla tutto. Analizzando il mercato attuale si scopre che è
costituito da cinque componenti principali: le industrie, dove è
rimasto il nome del vecchio produttore, ma che sono sono tutte multinazionali
(Unilever, Monsanto, Nestlé...), dove qui la materia prima non
c'entra niente perché, pur uscendo a 10.000 lire con bottiglie
meravigliose dove c'è scritto di tutto, ovviamente non hanno né
piante, né olivi, né frantoi... gli imbottigliatori, che
sono gli unici che hanno la forza di poter pagare gli agenti di vendita
in quanto decidono il ricarico; e questi lasciamo perdere... che comprano
da chi capita. Arriviamo a quelli che dovevano salvare l'olio: le cooperative
e i frantoiani. In frantoiani si sono dovuti adeguare a questo mercato,
inseguendo la resa, ma sapete bene come la resa non vada d'accordo con
la qualità. E infine le aziende agricole che non possono vivere
in quanto tutto questo comparto non rende come, non so, il grano, o sicuramente
la vite. Allora questo nuovo mondo che può cambiare l'olio sono
proprio le aziende agricole. Oggi, dopo che la tecnologia si è
mossa verso lavorazioni di grosse quantità di olive, ecco che nascono
questi piccoli frantoi da 50-100 chili all'ora. La filiera produttiva
che una volta costava centinaia di milioni oggi può partire dai
20 ai 60 milioni. Un servizio nuovo che può dare modo di raccogliere
effettivamente per cultivar, di frangere piccole quantità. E poi
bisognerebbe parlare del prodotto vero e proprio, dei tipi di frangiture,
delle tecniche che non sono mai andate avanti perché non c'era
interesse e anche perché, ripeto, solo in Italia si può
fare un discorso del genere. Abbiamo centinaia di cultivar mentre la Spagna
ne ha tre, la Francia due, similmente la Grecia; e hanno puntato tutto
a massificare la produzione perché bisognava inseguire la resa.
Immaginate che ci sono un milione circa di aziende che potenzialmente
posso trasformarsi in aziende produttrici di olio, il sessanta per cento
delle quali nel sud. Riuscire a dare valore a questo prodotto è
quello che il mondo aspetta dall'Italia, perché noi siamo sempre
stati considerati il miglior produttore di olio senza forse avere meriti,
solo grazie alla natura.
RF: Ma si sa come mai proprio l'Italia ha questa grande varietà
di olive mentre gli altri paesi così poche?
LV: La nostra patria ha un immenso vantaggio, di essere diversa da metro
a metro, e ciascun elemento primo, l'uva, l'olio, che certo inizialmente
nella notte dei tempi era identico, è venuto modificandosi nel
percorso dei secoli assumendo delle caratteristiche, delle capacità
che non aveva all'inizio. In Italia noi abbiamo situazioni geografiche
talmente diverse, dai laghi lombardi ai saracchi della romagna, a finire
alla condizione toscane, romane, abruzzesi... c'è stato un mutamento
genetico della pianta, per cui ti trovi di fronte a piante, emozionanti
sempre perché veramente l'olivo è una struttura vivente,
completamente diverse che danno prodotti completamente diversi, è
successo in Italia perché davvero la nostra varietà naturale
è mille volte maggiore di quella degli altri... non l'abbiamo mai
sfruttata.
RS: E poi dipende anche dalle mille piccole aziendine; ognuna che ha riprodotto
le proprie piante e che gli ha dato un nome diverso. È una ricerca
meravigliosa, infinita! Immaginatevi quanto c'è da scoprire. Ma
l'unico modo per far partire tutta l'Italia, e qui dobbiamo far due conti,
è quello di far rendere queste aziende agricole come 50 anni fa
è successo col vino. Si parla di un milione di aziende, basta pensare
che coinvolgano l'agricoltore e un familiare e allora si parla di due
milioni di posti di lavoro, di cui, ripeto, il 60% al sud! E questo non
sarebbe che il primo passo per la valorizzazione di tutta l'agricoltura.
Pensate: questo grande personaggio [rivolgendosi a Veronelli che si schernisce]
è quello che è riuscito a mettere d'accordo tutti i politici
con la proposta di legge delle Denominazioni Comunali (DeCo).
LV: Non è stata ancora approvata e con la caduta della legislatura
bisognerà attendere. Però dato che è stata firmata
dai rappresentanti di tutti i partiti, ed è forse un caso unico
in tutto il percorso istituzionale, da Bertinotti a Rauti, essendoci poi
il consenso di tutti i Comuni, dovrebbe essere ripresentata quanto prima.
Proprio poche settimane fa ho pubblicato sul Corriere della sera una lettera
che mi scrive d'Alema e una di Fini, entrambi si dicono in accordo con
me, affermando che ormai è comprensibile che la via da seguire
sia quella delle leggi comunali. Quindi, sia vista da sinistra che da
destra la strada da percorrere è quella... finalmente! Ma si tratta
anche di un settore da sviluppare, con nuove conoscenze. Anche io per
esempio ho commesso errori, anche nel mio ultimo libro dove affermo che
nulla sia meglio per la frangitura dell'antico sistema con la macina di
pietra. Scrivo: diffidate da ogni innovazione, la tradizione contadina
è sempre la migliore... e invece si è dimostrato che le
nuove tecniche danno prodotti migliori.
RS: Ma pensiamo anche a cose semplici. L'oliva quando viene franta si
ossida, e non è come il vino dove i tannini proteggono il prodotto.
Allora se si riesce a creare una intercapedine che la protegge dall'aria...
e poi l'olio assorbe tutti gli odori; insomma è la cosa più
delicata che ci possa essere e se voi pensate a quei frantoi enormi dove
si mira solo alla resa! Ma tutto questo è funzionale alla struttura
politica, perché sappiate che tutto l'olio che viene trasformato
prende un contributo europeo di 2000 e rotte lire al litro, perché
il comparto olivicolo non rende! Danno anche sovvenzioni per spiantare!
E molte aziende sono nate solo per le sovvenzioni... Ma volevo tornare
sulla DeCo, la denominazione comunale, che veramente salva l'Italia, salva
tutti i prodotti di nicchia che sarebbero cancellati dalle leggi europee.
Cosa c'è di meglio di un sindaco che certifica i prodotti locali?
LV: Un sindaco che assume le funzioni e le responsabilità di un
notaio!
RS: Questo sarebbe uno dei mezzi per arrivare a una identificazione che
comunque deve partire dall'etichetta. Un posto dove scrivere cosa c'è
dentro, che parrebbe la cosa più semplice del mondo e invece per
l'olio è impossibile. Per non parlare dell'ultima legge che abbiamo
letto in cui hanno decio da far pace le multinazionali, i frantoi e le
aziende agricole, e fare un marchio come quello del vero cuoio, identificandosi
tutti sotto il bollino extravergine... niente, è finita! [Sbattendo
le mani col chiaro significato di: tutti a casa!]
LV: L'olio è venduto nei supermercati, quantomeno a Milano, a 3.950
lire al litro, quando noi sappiamo, avendo fatto calcoli precisi con la
penna in mano, che non può costare meno di 13.000 lire in Puglia,
dove si produce con rese molto alte, e 17.000 lire in Liguria.
RS: Ma cosa succede? Che anche l'olio prodotto da piccole aziende, olio
che fa schifo intendiamoci, con 4 o 5 gradi di acidità, va a finire
nella massa, viene acquistato dalle multinazionali, e poi non è
solo questo, visto che queste aziende acquistano anche all'estero. Insomma,
questo olio, purtroppo schifoso perchè non c'erano i soldi per
seguirlo, viene comprato, rettificato, messo a posto. Per abbassare l'acidità
basta aggiungere un estratto di semi di nocciola... e questo è
l'extravergine che tutti i giorni abbiamo sulla nostra tavola.
LV: L'olio di nocciola! Sapete il prezzo dell'olio di nocciola fatto chimicamente
negli Stati Uniti? 270 lire al litro, non male eh?!
RS: Poi si scopre che l'Italia, secondo le statistiche, dovrebbe produrre
circa 5 milioni di quintali di olio, basti pensare che non sarebbe sufficiente
per il fabbisogno interno (beviamo circa 12 litri di olio a testa ogni
anno). Questo fa si che compriamo olive e olio da tutto il bacino del
mediterraneo per circa 6/7 milioni di quintali, lo imbottigliamo e lo
ridistribuiamo nel mondo. Ma resta invenduto l'olio italiano vero, perché
costa troppo. E torniamo ai prezzi: dal costo delle olive e dal rendimento
ecco che solo di materia prima e costo di trasformazione c'è già
una base di 10-20mila lire al chilo a seconda della regione di produzione.
Da qui è impossibile pensare di costruire tutto un mercato e di
parlare di olio se non si riesce a dare a chi fa questo prodotto la possibilità
di prendere 20.000 lire. Ma torniamo all'olio e alle 200 cultivar presenti.
Quantomeno se riuscissimo a dare una identità regionale, ma questo
non è avvenuto. Bisogna scrivere sull'etichetta la regione di produzione,
l'indirizzo del frantoio che ha molito le olive e, importante, NON la
data di imbottigliamento, ma quella di produzione, altrimenti si trova
dell'olio di tre anni appena imbottigliato. Senza questo l'unica strada
che resta è quella del piccolo produttore che deve però
fare i conti col suo orto e chiudere in casa i costi. E questo è
un mondo aperto, se le aziende riescono ad avere la filiera produttiva
tutta in casa loro finalmente si saprà paese per paese e zona per
zona la tipicità dell'olio. Non è detto che queste 300 cultivar
debbano essere tutte perfette, ma finalmente, come si è fatto per
il vino, si stabilirà quale è migliore in una zona e quale
in un'altra, e si andrà avanti. L'unico passaggio in cui l'industria
non può far niente, e questo è un risultato bomba della
ricerca che ci ha portato per sei mesi in giro per l'Italia, è
quello in cui si scrive in etichetta il nome della pianta, la cultivar!
Non c'è alcuna possibilità per il modo in cui acquista e
si muove sul mercato. Ma per il resto l'industria è andata avanti,
sapete che hanno già le DOP, che è la cosa peggiore che
potessero fare sull'olio. Se volete vi faccio leggere lo statuto delle
DOP; sono fatte per tenere insieme le varie associazioni di produttori,
ma non identificano assolutamente il prodotto, non si sa nulla sulla composizione.
Sì, un primo passaggio per identificare la zona di produzione,
ma insufficiente.
GG: Quello della DOP è un grosso problema. Sta passando la DOP
Lucchesia che abbraccia da Lucca a Viareggio ma prevederebbe anche la
provincia di Carrara. Zone assai diverse! E alcune aziende carrarine si
stanno tirando indietro, sono titubanti, servirà o sarà
il solito carrozzone?
RS: E poi prendiamo per esempio la DOP Chianti. Si prevede una produzione
dai 3 ai 3 chili e mezzo di olio a pianta, quando in seguito alla gelata
dell'85 da nessuna parte si produce così tanto. Al Castello di
Ama hanno avuto medie di mezzo chilo a pianta. E poi le quantità
di produzione... negli ultimi tre anni Puglia, Calabria e Sicilia hanno
avuto incrementi del 60% annui! E da cosa viene? Ma è ovvio, per
lo sovvenzioni a fondo perduto... come si fa a fare olio così?
FP: Volevo chiedere a Luigi cosa pensa allora di istituzioni come le DOC.
In una realtà come il vino da parecchio esistono le denominazioni
di origine e continuano a nascere. Ma hanno un senso?
LV: Finalmente [rivolto a Scopo] abbiamo abbandonato il tuo campo e parliamo
di vino!
RS: Ma DOP e DOC sono assai diverse, la DOC quantomeno dice qualcosa sui
tipi di uva...
FP: Appunto, "quantomeno", ma se leggo una guida del vino io vedo che
la maggioranza dei vini di pregio non appartiene a una DOC. Cosa si può
fare? Ha un senso?
LV: Ti dirò questo. Ha un senso del tutto logico per il produttore
che guarda il mercato. Ci sono delle denominazioni, ad esempio il Chianti
generico, che sul mercato hanno prezzi assolutamente bassi, che non ripagano
quel contadino che vuol lavorare straordinariamene bene. Ti faccio un
esempio, il più eclatante, quello che ha stupefatto non solo l'Italia,
ma il mondo. C'è un signore che sia chiama Andrea Franchetti, Trinoro,
che ha la fortuna di non avere problemi economici e fa dei tentativi in
una situazione di una difficoltà estrema. Se si fosse riferito
alla denominazione Chianti Colli Senesi non avrebbe potuto vendere a più
di 15-20mila lire una bottiglia, invece lui ha fatto in maniera, chiamandosi
Castello di Trinoro e non avendo nessun legame in etichetta col territorio,
da farsi accogliere nel club dei grandi cru di Francia e la sua
bottiglia è valutata, pensate, 600 franchi in prima vendita. Sono
fenomeni indicativi per farci capire che la nostra legislazione non è
chiaro che protegga veramente il vignaiolo. Certo Franchetti si è
potuto permettere di sperimentare senza problemi economici. Ha piantato
su un terreno che nessun enologo avrebbe consigliato, lui l'ha fatto perché
sentiva lo spirito della sua terra e ne è uscito un vino... sbalorditivo!
FP: Sì, però voglio ritornare sulla domanda: qual'è
la strada secondo Veronelli?
LV: Denominazioni comunali, anche per il vino!
VR: Perché il problema attuale credo che sia quello dell'acquisto:
vai a comprare un vino e ti trovi davanti i prodotti DOC con prezzi più
o meno standard. Poi c'è un vino da tavola che costa 60.000 lire
e ti chiedi come possa costare così tanto quando un DOC della stessa
zona si trova magari a 6.000 lire. Per un appassionato che legge riviste,
libri, guide, questo non è un ostacolo, ma per gli altri? Le regolamentazioni
statali non hanno risolto questo problema.
LV: Lo stato ha voluto lavorare legislativamente male per favorire l'industria.
VR: Ma quindi, parlando di vino per le masse, è possibile secondo
te dar da bere un vino decente a persone che continuano a bere sempre
meno, ma sempre meglio e questo è positivo, è possibile,
dicevo, dare da bere qualcosa che non sia la birra, la Coca Cola, dare
un vino...
LV: Quotidiano!
VR: Sì, quotidiano, da pasto, che abbia un costo giusto, onesto,
ma che sia fatto con criteri qualitativamente buoni?
LV: È possibilissimo, a seconda del vitigno che scegli e del sistema
di allevamento ottieni dei Sangiovese, per esempio, a prezzi ottimi. Io
non sopporto che una bottiglia costi 600 franchi francesi, non ho nessuna
voglia di bere un vino da 180.000 lire alla bottiglia. Questa è
una cosa che mi sta molto a cuore. Io voglio bere un vino buono, che mi
piaccia, che sia rappresentativo del territorio e possa essere bevuto
da tutti. Se si lavora bene, se le cantine sociali, per esempio, invece
di far dei grandi mescoloni vinificassero bene, zona per zona, vigna per
vigna, avremmo sulla nostra tavola dei vini a prezzi molto bassi e piacevolissimi.
Per esempio io ho visitato una cantina sociale del Taburno, in provincia
di Caserta, che lavora molto bene.
LT: Però ci sono realtà che funzionano, penso alle cantine
sociali dell'Alto Adige, dove c'è una vera vita sociale di tutti
i produttori e deve si fanno dei buoni prodotti.
LV: Hai ragione, ma ci sono una cultura e un costume civile differenti...
LT: Vero, però ci sono esempi anche in Toscana, che funzionano
anche dal punto di vista promozionale. Anche se è vero che è
difficile lavorare con gli agricoltori: ognuno è convinto di fare
il miglior vino del mondo!
RS: Questa è una cosa comune, anche nell'olio. E tornando per un
attimo a quello, va detto che alcuni passi sono già stati fatti
in senso migliorativo, per esempio la denocciolatura delle olive, ma questa
è una cosa che è alla portata dell'industria e quindi non
molto significativa per il percorso che ci interessa. Quello fatto dal
vino, con le denominazioni, è stato sicuramente un percorso positivo,
perchè queste hanno fissato dei limiti, almeno sulle quantità
di produzione, e hanno spinto verso la ricerca della qualità. Oggi
molti si accorgono che riescono a fare il vino migliore al di fuori delle
regole della DOC, ma solo adesso può avvenire, non quarant'anni
fa.
LB: Ma allora, tornando alle DeCo, mi pare di capire che voi le proponiate
in maniera strumentale, così come è stato per la DOC. Nel
senso che alla fine poi andremo a scegliere l'olio così come ora
si fa col vino, ossia da questo o quel produttore, e questo rappresenterà
una garanzia maggiore della DeCo.
RS: Aspetta che passino 40 anni e poi si vedrà dove siamo arrivati.
LB: Quindi le DeCo come educazione alla produzione di qualità...
FP: ...e salvaguardia dei prodotti italiani.
LV: Esattamente! Un prodotto va apprezzato perché è di quel
determinato luogo. Io mi ricordo 45 anni fa, quando ho iniziato, andavo
dai contadini che mi davano da assaggiare il loro vino che ... era vino
cattivo! Una acidità evidenziata, certe puzze, e loro mi dicevano:
"è il nostro pregio!"
LB: D'altra parte è vero, e ne sono convinto, che se noi possiamo
competere a livello mondiale con i nostri vini, siamo sicuramente i migliori
per l'olio. E devo anche dire che la situazione attuale mi sembra migliore
di quella che hai appena descritto. Almeno dalla mia esperienza personale,
io uso quasi esclusivamente olio prodotto da amici o contadini locali
e non trovo prodotti difettosi.
LV: Il problema grosso per questi piccoli produttori è che la frangitura
è demandata a grandi frantoi che non frangono le tue olive. Come
succede nelle cantine sociali, quando vinifichi grosse masse d'uva tu
hai sempre un risultato che si appoggia sull'uva peggiore, fatalmente...
un livellamento al basso. Il giorno che tu staccherai le tue olive al
momento giusto e le lavorerai subito in piccoli frantoi ti troverai di
fronte a delle meraviglie.
Legenda: LV=Luigi Veronelli, RS=Roberto Scopo, GG= Gabriele Ghirlanda,
LB=Luca Bonci, RF=Riccardo Farchioni, FP=Fernando Pardini, VR=Vincenzo
Ramponi, LT=Lamberto Tosi
Luca Bonci
Fernando Pardini
Riccardo Farchioni
(23/7/2001)
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