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Bianchi
di montagna
Mentre per i vini rossi si può parlare di miglioramenti, anche
cospicui, negli ultimi trentanni, per i vini bianchi invece cè
stata unautentica rivoluzione. Per fare un ottimo vino bianco non
basta la migliore uva amorevolmente curata in vigna, in nessun altro caso
come per questi deliziosi e fragranti nettari è indispensabile
la mano sapiente dellenotecnico e laiuto intelligente della
tecnologia.
Avevamo dei bianchi che di tale possedevano solo il nome, in realtà
il colore predominante era il giallo più o meno torbido, tenore
alcoolico eccessivo, acidità alle stelle e profumo assai penetrante,
vini cioè molto maltrattati in nome della tradizione o della genuinità.
Facevano girare la testa, infiammavano i reni, viravano facilmente in
sapore e colore, bisognava quasi congelarli per riuscire a inghiottirli,
duravano poco e finivano spesso nellalambicco per distillarne acquavite
oppure nella damigianetta a collo largo per farne laceto di casa.
I
francesi, gli austriaci ed i tedeschi, invece, avevano già un diverso
approccio per le favolose uve bianche dellAlsazia, del Bordolese,
della Mosella, del Reno, del Danubio e di tutte le colline baciate dal
sole in Europa centrale (regno delle nebbie, delle benefiche muffe nobili
e di una maggiore piovosità), nonché una cultura notevole
della vinificazione in bianco e grandi esperienze tecnologiche e biochimiche
necessarie, oltre ad una naturale minor temperatura nelle cantine.
Per prime a migliorare i bianchi italiani sono state le grandi cantine,
dove i processi non venivano lasciati alla naturalità o più
spesso al caso, ma erano sotto stretto controllo di fior di enotecnici
e di maestri vinai, spesso cercati anche allestero da chi se lo
poteva permettere, i quali potevano disporre di tecniche e strumenti tecnologici
e fisico-chimici allavanguardia.
Ciò ha permesso uno sviluppo scientifico di cui si sono poi avvantaggiati
tutti, sul mercato sono disponibili attrezzature, enzimi e macchinari
veramente adatti per ogni scelta di vinificazione che, oltre ai disciplinari
per le DOC, è comunque frutto darte e di interpretazione
molto personale. Oggi il regno dei vini bianchi è ricco di prestigiose
varietà dal nome altisonante di origine francese o tedesca, ma
in genere anche tutte le battagliere uve locali hanno tratto beneficio
dalla miglioria collettiva e nelle classifiche mondiali i nostri bianchi
stanno risalendo costantemente molte posizioni in virtù di autentici
passi da gigante nella qualità, nel profumo e nel gusto.
A farci caso, si nota che sono tutti vini di montagna o dalta collina,
non cè speranza per i vini di pianura e cè poca
fortuna per gli eroici bianchi strappati con immense fatiche al clima
salmastro delle nostre coste, tanto belle quanto ripide o rubate alle
lagune.
Alto
Adige, Collio goriziano e Colli Orientali del Friuli, nelle Alpi del Nord-Est,
conseguono successi ai massimi livelli dellenologia mondiale, ma
ci sono territori particolarmente vocati e benvenute perle di vinificazione
in tutte le regioni della penisola e nelle isole, ovunque si sono riscoperte
ed esaltate le proprie uve difendendole dagli eccessi del sole e della
natura con nuove tecniche di allevamento ed introducendo impianti di vinificazione
impensabili soltanto qualche decennio addietro, rivalutando proprio i
faticosi vigneti di collina. Nelle vigne di nuova concezione su terreni
ben studiati per lottimizzazione dei risultati, cè
una meravigliosa corsa alla qualità mai riscontrata a questi livelli
nel passato, e benvenuti investimenti modernizzanti.
Un bilancio in primis boccerebbe i vigneti di pianura, con eccezioni più
uniche che rare. Si può affermare senzaltro che laria
di alta collina e di montagna sia per i bianchi la più indicata,
sono più puliti, più fini, più soavi, con tutti i
superbi profumi della primavera e molto più longevi dei parenti
poveri che ancora sopravvivono ostinatamente, grazie a vuoti legislativi
e regolamentari ma soprattutto di cultura e di coraggio, nei territori
più adatti semmai ad altre colture intensive ed allallevamento
del bestiame. Infatti, solo i bianchi di montagna e di alta collina possiedono
quello che ne fa un miracolo a tavola, freschezza, armonia, carattere,
personalità, tipicità e nelle trasparenze adamantine ci
si bea di sole, aria frizzante, fragranza di fiori, si sentono il calore
delle pietre e le carezze delle vendemmiatrici, che nel bicchiere riconciliano
col mondo anche gli animi più burrascosi, proprio come fa la montagna.
Accanto a questi vini sempre più fenomenali, se è vero che
in genere i bianchi odierni sono comunque migliorati, si scopre però
una tendenza allappiattimento di gran parte dei vini destinati al
larghissimo consumo, bianchi sempre più anonimi, senza profumi,
senza colori, senza sapori al punto da far preferire rosati e rossi con
certe pietanze anche di pesce e di pollame, quelle che richiedono appunto
dei vini maggiormente sapidi ed incisivi, là dove i francesi, per
esempio, abbinano gli champagne e non temono quindi nessun ripensamento.
Si è andati magari un po' troppo oltre nella cura del difetto di
beva assai difficile del passato e adesso siamo un po' sul pallidino,
roba da ricostituente. Che si sia un po' esagerato nella ricerca dellappena
sbocciato, nuovissimo fior di vendemmia, se non è del 2002 non
lo beviamo (nonostante non ci siano ancora le gemme sulle piante...)?
E la moda del secco, secchissimo, non comincia un po' a stonare nel panorama
degli ottimi vini bianchi, accanto a quelli con una leggerissima evanescenza
di rinfrescanti bollicine oppure con una nota di sensuale, ricercata abboccatura?
Forse
è un tantino troppo radicato il desiderio di primavera a tavola,
che a torto si pensa che sia legata alletà del vino, il quale
invece è più esuberante e citrino da giovanissimo, ma più
fine, equilibrato, armonioso e profumato quando è un po più
maturo. I migliori bianchi raggiungono lapice della qualità
dopo quattro o cinque anni, ma con una coltivazione in vigna ed una vinificazione
e conservazione mirate, certi sono stupendi anche verso i dieci e qualche
eccezione sforna annate che fanno la barba ai più strutturati vini
rossi, cè ancora in giro qualche bottiglia quarantenne con
cui ci si può misurare se non ci si crede, anche se non in Italia.
E non è una riverenza al gusto europeo, anche se alle meraviglie
dAlsazia un inchino non stonerebbe, piuttosto è il riconoscimento
dellottimo lavoro dei vignaioli alpini e degli amanti del vino di
roccia, fra cui linstancabile altoatesino Giorgio Grai che non è
soltanto da ieri sulla breccia della longevità dei cristallini
vini da sinfonia dei fianchi rupestri intorno a Bolzano.
Ecco, forse un po di autocritica, nel caso dei bianchi, non sarebbe
un gran peccato. Con i vini rossi è un altro discorso, addirittura
linverso se vogliamo approfondire le benvenute contese con altre
enologie europee, dedite a più facili costumi con il richiamo perverso
dellAmerica. Ma per i vini bianchi ancora dobbiamo imparare molti
segreti dai cugini doltralpe, capirne lanima fin dalla scelta
del terreno, dellesposizione, dellaltezza sul livello del
mare, dei venti locali, del microclima, della composizione chimica della
terra e delle rocce, per poi misurarci con tutte le tecniche di cura del
vigneto e di sistema dallevamento, legatura, potatura, dimensione
del grappolo, tenori zuccherini, date di vendemmia (mai le stesse) e infine
consegnare allenotecnico dei frutti da interpretare proprio come
unartista. Il vino bianco richiede molta più capacità
e competenza del rosso, ma i risultati eccezionali che ne derivano giustificano
lo sforzo.
Mi chiedo sempre come mai i simpaticissimi Alpini siano popolarmente affezionati
ai grandi rossi, corroborante stupendo per le marce nella neve perché
dilatano le arterie il tanto che basta e non provocano gli scompensi dellacqua
o dei superalcoolici, loro che attraversano quelle splendide montagne
dove oggi nascono dei superbi vini bianchi che a pieno titolo meriterebbero
la penna nera sulla bottiglia. Forse ai bianchi manca ancora qualcosa,
è una sfida per i vignaioli e per i vinattieri, ma anche per gli
studenti di enologia e i pionieri delle nuove generazioni di cantinieri,
forse si deve osare un po di più per toccare il cielo con
un dito, forse cè ancora paura di riportare i bianchi non
al passato irripetibile di sciagurato scompenso che avevano, ma alla tipicità
dei vini dalla grande personalità, brillantezza, stile ed eleganza,
che non è la stessa cosa.
Bianchi sinonimi di quantè bella giovinezza, che pur fugge
tuttavia, chi vuol esser lieto sia, del doman non vè certezza...
sono vinelli senzarte né parte, buoni come bevanda e sempre
meglio dellacqua, ma in quanto a signorilità cè
da vergognarsene con più di mezza Europa. In mezzo ad un mare di
bianchetti scipiti e scialbi, tanti passerotti quasi sempre a terra, magari
sarebbe il caso di osare come gli aquilotti, che hanno molta più
paura di involarsi dal nido perché posto su strapiombi misurabili
a campanili e non a metri, che lo fanno molto più tardi dei piccoli
spazzabriciole pur soffrendo morsi da fame spaventosi, ma vogliamo mettere
quali emozioni e commozioni al primo volo?
Mario Crosta
(27/3/2002)
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