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Grandine!
Dal gelo un caldissimo sangiovese:
La macerazione pre-fermentativa a freddo
GoWine:
Presentato il concorso letterario "Bere
il territorio"
Per chi
suona la campagna
Varietà
autoctone del Valdarno Superiore: prime microvinificazioni
E fu prezzemolo per
tutti
Vino e olio pugliesi
a Castel del Monte
Una
lezione di onestà
Alla ricerca del vino
e dell'olio perduti
Progetto
Piattaforma Ampeleografica
Anteprima 2002 - I Vini
della Costa Toscana
Con gli olii alla
rivoluzione
La voglia di cambiare
Ceppi di lieviti "autoctoni"
per il Chianti
Il bastone senza carota
Il derby del vino
35^ Vinitaly:
un primo bilancio
Bianchi
di Montagna
Highlight
di Toscana: i grandi si presentano
Sommeliers
in Polonia
Il
Poggio alle Gazze se ne va...
Cosa
brilla nella paglia?
Il vino rosso difende dalle malattie
cardiovascolari
Chi
ha incastrato l'abboccato?
Occhio
di falco
Il
Treno Toscano delle Dolcezze
Presentato il progetto Enoturismo.it
Con certi pesci bevete
il rosso!
L'AcquaBuona premiata
a San Miniato
Dal mangiarbere giudizi
meno altezzosi
Vini
da poveri?
Affluenza record al Wine
Festival di Merano
Ancora pareri sulla "DOC
Toscana"
Alba: vino
e internet a Go Wine
Due
anni di AcquaBuona
Vini lucchesi
all'Enoteca la Brilla
Introduzione
alle Colline Lucchesi
Incontrare Veronelli:
prima e seconda
parte
In archivio

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Il bastone senza
carota
Lalpenstok
è il nonno della picozza, praticamente un bastone con punta di
ferro e un laccio per tenere ancorata la mano allestremità,
un aiuto a reggersi in piedi attraversando i nevai delle Alpi. In seguito
lalpinismo ha voluto sfidare i ghiacciai, al posto del laccio un
becco da piccone con una paletta per coda e nacque la picozza, che a sua
volta ha sfornato le odierne, specializzatissime per ogni sfida a toccare
il cielo con un dito. Lemozione di vedere il mondo dallalto
in uno spettacolo che non ha eguali lascia senza fiato e gonfia il cuore
di buoni sentimenti. Oggi si raggiungono facilmente le vette con le funivie,
le seggiovie e lelicottero, ma lalpenstok è stato il
primo passo ed è ancora oggi la migliore compagnia per gli amanti
della natura e delle passeggiate ossigenanti su e giù per le montagne.
La
grande botte per il vino ha una storia simile. Ci vuole una grande conoscenza
per la scelta del legno e dei tempi della sua stagionatura, una certosina
maestria artigianale per lo spacco e le lavorazioni dincurvatura,
quattro mani sapienti per alloggiare le doghe in una sinfonia dattrezzi.
Una volta posate nelle cantine, le sinergie del vino che le riempie e
delle grandi cure periodiche delluomo ne fanno un tesoro che sfida
anche i secoli. I carati, i barrels e le barrique, dalla capacità
abbastanza simile, sono come le picozze di oggi e cioè destinate
ad un uso altamente specialistico, con programmazione della necessaria
rotazione tra nuove ed usate in cantina e con lo studio delle analisi
di laboratorio dellestratto secco del vino. Nessun enologo serio
sosterrebbe una netta alternativa con le botti tradizionali, perché
non si tratta di due scuole diverse di vinificazione, ma semplicemente
di strumenti in evoluzione che vengono usati per determinare le caratteristiche
finali di vini nati secondo progetti diversi e con risultati a volte contradditori.
È poi sempre il mercato che premia o penalizza le scelte, ma qui
intervengono anche la pubblicità e la moda a cercare dinfluenzare
la domanda. I produttori più accorti, nella bufera che è
stata sollevata sullintroduzione della barrique e in genere su un
uso diverso dei legni, non hanno fatto del chiasso. Hanno investito come
sanno fare bene gli imprenditori, perché le botti più piccole
moltiplicano i costi, e hanno modificato alcuni vini o ne hanno creato
di nuovi con grandi risultati nel segno della qualità ed effetti
proporzionali sul piano dei prezzi, ma senza teorizzare nessuna novella
panacea, come invece hanno fatto i pretoriani del rovere doltralpe.
Anche perché i migliori vini, invecchiando, attraversano diverse
stagioni organolettiche ed in genere i giudizi più azzeccati non
sono sempre i primi e non sono mai quelli delle mode. Qualche vino stoltamente
barricato, infatti, non si riesce nemmeno a gustare con piacere.
Nelle zone vinicole storiche, dove la vite è coltivata da tremila
o più anni, nelle biblioteche delle scuole di enologia e dei musei
si possono consultare i testi che raccolgono tutte le esperienze passate
nella coltivazione della vite e nella vinificazione. Qui il fenomeno non
poteva certamente essere estremizzato ad arte o con facilità, infatti
dei cambiamenti ci sono stati e ci sono, ma senza lo scontro tra inesistenti
"generazioni"di botti e mirando comunque ad effettivi e non
caduchi miglioramenti del vino. Non siamo al bivio tra tecnologie, come
la fervida battaglia delle opinioni riportata sulla stampa farebbe pensare.
Un conto è polemizzare e unaltra cosa è produrre bene
e vendere meglio.
Si
nota sempre più spesso e con grande piacere che le cantine più
attrezzate offrono sia vini fatti col metodo tradizionale delle grandi
botti e sia vini fatti con le botti di legno più piccole. In questo
modo non si scontenta nessuno e non si perde commercio, ma soprattutto
si mantengono aperte in parallelo per qualche decina danni le strade
dei confronti, degli studi e delle ricerche affinché si possa effettivamente
giudicare col senno del presente. Qualche enotecnico è arrivato
anche a produrre vini passati sia in botte grande che in barrique, come
certi altri affinano prima in grandi bottiglioni e poi nelle bottiglie
normali, o con la tecnica del freddo. Il genio italiano non si trattiene
alle imitazioni dei californiani e dei bordolesi, non è nella sua
inventiva...
Se questo modo di fare potrà allargarsi, e qui si evidenziano problemi
di disciplinari di produzione ma anche di possibilità economiche
che riguardano tutti, penso che la parola possa veramente passare dalle
diatribe sui gusti (dei quali non è lecito disputare) alla realtà
di mercato. Bisogna avere il coraggio di andare controcorrente, perché
questo è il motore dellingegno e in ultima analisi del progresso,
con gli occhi e le orecchie del nostro mondo vinicolo sempre molto aperti
ed interessati a tutte le novità. Ma sotto la necessaria attenzione
delle benemerite confraternite, delle quali non ho mai constatato altro
che posizioni prudenti, professionali e di grande saggezza a tutela di
un mondo veramente moderno e non di retaggi preistorici.
La nostalgia è tuttaltro, è per le persone amate che
hanno lavorato bene, i vini delle quali ci illuminano una vita che ne
ha tanto bisogno. Si guarda al passato per intervenire nel presente a
migliorare il futuro. Questa è la regola del bastone vero, lalpenstok,
che tiene ben salde le persone sui pendii scivolosi e friabili, senza
bisogno della carota che diamo volentieri, spaccata in due nel senso della
lunghezza, ai cavalli e soprattutto agli asini che ne hanno più
bisogno.
Mario Crosta
(15/5/2002)
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