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Ceppi
di lievito "autoctoni" per il Chianti
La parola
globalizzazione è ormai sulla bocca di tutti, e fortunatamente
sullo scetticismo tutto italiano sta prevalendo la consapevolezza che
diversità e peculiarità sono ricchezze essenziali, molto
più che portare quell'etichetta attaccata sul maglione come fanno
milioni di altre persone in giro per il mondo.
In questo possiamo dire che il mondo del vino è stato anticipatore:
salvaguardare la peculiarità del proprio territorio (uve, composizione
del terreno, metodi di vinificazione, ecc.) è apparso da subito
importante e fa diventare il produttore che ti sta accanto un soggetto
con cui scambiare esperienze e non un concorrente che produce "la
stessa cosa". E avvertendo questa esigenza di differenziazione, anticipatore
dei tempi è stato il progetto dell'Università di Firenze
(iniziato nel 1996) di formare una banca di lieviti del territorio del
Chianti.
Vediamo
di cosa si tratta: fra i fattori che determinano la qualità e la
peculiarità di un vino ci sono sicuramente quei microrganismi ai
quali si deve la fermentazione dell'uva, i cosiddetti ceppi di lievito
del tipo Saccharomyces cerevisiae. In Italia la ricerca in questo
senso è piuttosto debole (contrariamente a quel che accade in Francia)
e spesso da parte dei produttori si deve ricorrere a prodotti standard
realizzati da poche multinazionali.
Ecco dunque che l'Università di Firenze, attraverso i responsabili
scientifici prof. Mario Polsinelli (Dipartimento di Biologia Animale
e Genetica "Leo Pardi") e prof. Iolanda Rosi (Dipartimento
di Biotecnologie Agrarie), sotto la supervisione del prof. Mario Bertuccioli
ha deciso di rimediare a questa situazione mettendo in piedi l'ambizioso
progetto di formare una banca di ceppi che siano peculiari del territorio
chiantigiano.
I
risultati della ricerca sono stati esposti in un convegno tenutosi presso
la Fattoria Montepaldi di San Casciano Val di Pesa (di proprietà
dell'Università di Firenze) il 10 e 11 Maggio 2002, dal titolo
"Lieviti e vino nel territorio del Chianti. Ricerca, sperimentazione
e produzione in cantina". L'evento ha potuto vedere la luce grazie
alla collaborazione fra i Comuni di Barberino Val d'Elsa, di Greve in
Chianti, di San Casciano in Val di Pesa, e fra l'Assessorato all'Agricoltura
della Provincia di Firenze, l'Eurochianti, l'ARSIA, i Dipartimenti di
Biologia Animale e Genetica "Leo Pardi" e di Biotecnologie Agrarie
dell'Università di Firenze, i Consorzi Chianti e Chianti Classico
e il Comune di Tavernelle Val di Pesa, coordinatore del progetto.
L'iniziativa può essere sicuramente considerata come un encomiabile
(ed insolito) esempio di fruttuosa collaborazione fra istituzioni comunali,
università e produttori, come hanno del resto messo in risalto
con soddisfazione i sindaci di San Casciano e Tavernelle, che hanno poi
lasciato la parola alla prof. Rosi la quale con bella chiarezza ha svolto
il compito della divulgazione dei risultati, che proviamo a riassumere.
Le strade percorribili da chi deve utilizzare ceppi di lievito sono sostanzialmente
due: la prima è sfruttare ceppi già classificati, modificandoli
attraverso incroci naturali o con metodi di ingegneria genetica. Oppure
si cerca di selezionare ceppi autoctoni, esaltando così le peculiarità
del territorio: è stata proprio questa la via percorsa dai ricercatori
fiorentini. Dalle uve e dai mosti messi a disposizione da 17 aziende chiantigiane
sono stati ottenuti fra il 1996 e il 1997 circa 1500 ceppi; 1234 erano
del tipo "vinario" (cioè Saccharomyces cerevisiae) e
sono stati caratterizzati dal punto di vista genetico-molecolare ed enologico;
negli anni 1998-2001 sono stati provati in laboratorio su mosti di sangiovese
(vendemmia 1999).
I criteri in base ai quali sono stati "classificati" i migliori
ceppi sono stati, fra gli altri, la velocità di fermentazione,
il potere alcoligenico, la resistenza alla anidride solforosa, l'assenza
di produzione di idrogeno solforato (sostanza nociva), e la capacità
di rimanere "vitali" dopo il processo di essiccamento che ne
facilita la circolazione e la distribuzione.
È stata dunque effettuata una progressiva "scrematura"
da 1234 a 147, a 18 ed infine ad 8 ceppi che esibivano le migliori caratteristiche,
e che sono stati utilizzati in vinificazioni reali con il risultato di
individuare almeno tre ceppi dalle ottime attitudini enologiche. Il ceppo
di lievito migliore è risultato quello etichettato come BLC83,
dal quale è stato prodotto il primo "vero" vino (vendemmia
2001) a cura di Isole e Olena, azienda di punta del Chianti Classico.
In degustazione il vino prodotto ha messo in evidenza (seppur prelevato
dalla barrique) già una grande pulizia sia all'olfatto che al gusto,
con marcate caratteristiche floreali, sfumature di erbe aromatiche e un
bel corredo di frutti di bosco. Grande pulizia, freschezza e piacevolezza
di espressione si sono avvertite in una bocca di medio corpo. La ricchezza
e la estroversione aromatica di questo vino possono essere collegate al
fatto, ci ha detto la prof. Rosi, che il ceppo BLC83 possiede un'alta
capacità di esaltare l'azione delle sostanze aromatiche del sangiovese.
"Certo - ha commentato Paolo De Marchi della fattoria Isole e Olena
la reale specificità del BLC83 verrà messa in luce
veramente quando avremo a disposizione qualche altro lievito selezionato
dal progetto per fare un confronto".
Il
convegno è stato l'occasione per una breve visita alla Fattoria
Montepaldi, come si diceva di proprietà dell'Università
di Firenze, che viene utilizzata per formare giovani uomini e donne del
vino e attualmente in fase di ristrutturazione ed ampliamento. E guidati
proprio da una brava allieva della prof. Rosi eccoci ai tini di acciaio
completamente automatizzati per permettere un'azione calibrata e precisa
sul cappello del mosto; eccoci alla parte riservata ai legni che vede
contenitori da 300 litri, barriques e carati da 100 litri, alla sala più
didattico-sperimentale, quella dei piccoli tini di acciaio per le microvinificazioni
affidate agli studenti e agli specializzandi, per passare infine alla
sala dedicata alle degustazioni. Da menzionare per il suo particolare
interesse una sperimentazione riguardante tini di titanio, che, a causa
della formazione di un ossido sulla superficie interna, permettono lo
svolgersi di una evoluzione del vino contrariamente a quel che avviene
nell'acciaio che è un recipiente ottimo per la fermentazione ma
nel quale il vino "finito" rimane fermo.
L'organizzazione dell'evento, come al solito impeccabile da parte di Elisia
Menduni per Gola Gioconda Comunicazioni, a chiusura dei lavori ci ha permesso
di godere in splendida sequenza dei vini di alcune fra le aziende partecipanti
al progetto (fra le altre la Fattoria Monsanto, Pasolini dell'Onda, Isole
e Olena, Castello di Querceto, Calcinaia, Vicchiomaggio, Ruffino, Le Corti,
Tenuta il Corno, Corzano e Paterno, Poggio al Sole...) avendo perdippiù
come simpatico e intelligente "vicino" di assaggi un produttore
giovane e talentuoso come Giovanni Da Vaz di Poggio al Sole.
E il confabulare nella cupa notte chiantigiana di Giovanni Da Vaz
e dell'altro enfant prodige Aljoscha Goldschmidt (Corzano e Paterno),
grandi talenti e autori peraltro di due dei vini più spettacolari
della serata, il Chianti Classico I Borri 1999 e il Chianti Classico Riserva
Casasilia 1999, è l'immagine vagamente misteriosa che scegliamo
a suggello della nostra giornata.
Foto (dall'alto in basso):
Un momento di pausa del convegno;
degustazione del vino realizzato con il ceppo BLC83;
tini per le microvinificazioni alla Fattoria Montepaldi
(sulla destra tini di titanio);
Riccardo Farchioni
(16/5/2002)
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