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Di luce e di sole. La Ca' Marcanda di Angelo
Gaja.
di Luca Bonci, Riccardo Farchioni e Fernando Pardini
Angelo Gaja è, per il vino italiano,
l'emblema stesso dell'uomo vincente. È uno a cui bisogna star dietro
perché va veloce, e costringe all'inseguimento in tutti i sensi,
tanto per quella sua spiccata arte dialettica che per la camminata veloce.
Ma pochi forse sanno che c'è stato un momento in cui Angelo Gaja
ha rischiato di perdere, quando con caparbia solitudine faceva la spola
fra Piemonte e Toscana, in un'andata e ritorno frustrante che si concludeva
con rientri notturni privi degli esiti sperati.
Ed ogni volta, al buio, la moglie già a letto sembrava che dormisse,
invece apriva un occhio e mormorava: "Lo sapevo... quella là
è una ca' marcanda...", è una casa del mercato
eterno. Ma poi le cose sono andate a posto, e infatti eccoci qua: a Ca'
Marcanda.
"Bene, l'avventura inizia nel
1996..." Neanche il tempo a chiudere gli sportelli dell'auto che
Angelo Gaja, in attesa sulla strada, dà il via alla descrizione
del suo secondo avamposto in territorio toscano realizzato dopo la prima
incursione in terra di Montalcino (la Pieve Santa Restituta) e che sorge
a pochi metri dalla Via Bolgherese, un paradiso per l'appassionato con
la sua sequenza di cartelli di aziende celebri o emergenti ma già
sulla bocca di tutti.
Al 1996, dicevamo, risale l'acquisto di questa tenuta
che oggi conta 60 ettari vitati; ma l'idea di espandersi fuori dal Piemonte
è di una decina di anni prima, "quando risultò chiaro
che eravamo in grado di esprimere energie tali da richiedere un nuovo
sfogo. Avevamo uomini e competenze, ma ingrandirci in Piemonte sembrava
problematico, ed ecco quindi la scelta della Toscana. Scelta quasi obbligata
visto che noi siamo rossisti e volevamo un posto climaticamente
più favorito. In questa terra, rispetto al Piemonte è 'una
ricreazione'. Sapete quante volte non abbiamo neanche imbottigliato nelle
Langhe? Nell '84 niente Barbaresco, nell '87 niente cru, niente imbottigliamento
nel '91, '92, '94... una situazione spesso frustrante. Qui si fanno i
vini del sole e della luce, una pacchia!", e sarà per questo
aspetto "ricreativo" che Gaja ormai divide il sue tempo pressoché
in egual misura tra Barbaresco e Toscana.
Ma
bisogna aggiungere che oltre agli innegabili vantaggi climatici, un ulteriore
punto a favore di Bolgheri era una strada già spianata che consentiva
di rischiare visto che altri avevano già lavorato per esplorarne
le potenzialità del territorio e farle conoscere a dovere. Insomma,
il Gaja apripista piemontese in Toscana è andato sulla scia di
altri campioni: basta ricordare che quando si trattò di comprare
le tenuta gli fu sufficiente guardare un'abbozzata zonazione riportata
per colori su lise cartine comunali procurategli dall'allora assessore
Piermario Meletti Cavallari (Grattamacco). E non fu difficile puntare
su terreni che avessero gli stessi colori di quelli del Sassicaia.
Ma di lì in poi le cose non furono così
semplici: se per uno come Gaja non dovrebbe essere difficile acquistare
un podere, come abbiamo già accennato all'inizio il racconto delle
trattative per la compera dell'azienda ricorda invece una commedia di
De Filippo, con i vecchi proprietari che "non ci pensavano neanche
a vendere" e il caparbio piemontese che le tentava tutte, persino
offrendosi di affittare per coltivare il loro vermentino (!), pur di trovare
una scappatoia. Una trattativa durata mesi e mesi e conclusasi col colpo
di scena, coll'intervento risolutorio di una sorella, anch'essa comproprietaria,
che con la sua parola mise tutti d'accordo.
Ma
ora il mercato è finito e l'azienda è diventata una
realtà impressionante, come si intravede gia da un esterno curatissimo
dove gli uliveti sono scenograficamente protagonisti, perché se
in Langa la vigna significa anche estetica del paesaggio, in Toscana è
l'ulivo ad esserne primattore. Un corto vialino porta all'ingresso della
cantina, che percorriamo senza neanche capire che siamo su un terrapieno
e che la struttura che ci si para di fronte non è che la punta
dell'iceberg. "Quelli che vedete sono gli uffici, ma la cantina è
completamente interrata e nascosta su tre lati da un terrapieno che abbiamo
ricoperto di ulivi: ne abbiamo trasferiti 300 e non ne è seccato
uno!" Dell'assoluta precisione e cura nei dettagli sono testimoni
proprio gli ulivi perfettamente potati, il prato che è un tappeto
verde e le piante di erbe aromatiche che adornano il viale. E la cura
dedicata ai prati che circondano la cantina scaturisce direttamente dalla
volonta di un Gaja che si lascia andare addirittura ad un'imprecazione
scoprendo l'antiestetico segno di uno pneumatico.
L'edificio, ideato dall'architetto astigiano Giovanni
Bò, impressiona per la modernità degli ambienti: semplici
nell'uso di materiali poveri, come le piastrelle di basalto che ricoprono
i pavimenti di tutta la struttura o i tubi in ferro del vecchio oleodotto
riutilizzati come colonne portanti, e nello stesso tempo ricchi di opere
d'arte moderna.
Nelle
stanze usate per rappresentanza colpisce l'enorme tavolo per le degustazioni,
ma passando alle cantine la filosofia non cambia molto. Ecco le zone di
scarico delle uve, decisamente sovradimensionate, come del resto tutta
la struttura, per le 300mila bottiglie per ora previste, e poi i mezzanini
che ospitano le barrique. Due piani altri tre metri e mezzo in corrispondenza
del piano da sette metri adibito alla vinificazione. Tutto è lindo
e funzionale, studiato ex-novo per minimizzare lo stress del vino e per
razionalizzare la produzione. Funzionale e tecnologico, come l'impianto
di condizionamento inglobato nei pavimenti, "il primo del genere
in Italia."
E le vigne? "Nei sessanta ettari abbiamo circa
il 50% di merlot, il 17% di cabernet sauvignon, il 10% di cabernet franc
e poi syrah. Per ora il sangiovese viene dalla nostra azienda di Montalcino,
ma lo stiamo piantando a Bibbona. Abbiamo scelto un sesto di impianto
abbastanza largo, un classico 2 x 0,8 metri. Forse all'epoca avremmo preferito
vigne più fitte, ma non sembrava che le aziende produttrici delle
macchine agricole necessarie fossero in grado di fornire una assistenza
decente e quindi rinunciammo. E comunque ci piacerebbe fare un vino elegante,
senza correre verso concentrazioni estreme; così facciamo la potatura
verde, ma restiamo su produzioni di 50-55 quintali per ettaro, il che
significa circa 1,2 chilogrammi di uva per ceppo."
Si
nota che dappertutto l'architetto ha voluto ibridare funzionalità
e opera artistica. Come nel grande lampadario che illumina le scale o,
ancora di più, nella grande tettoia che copre il piazzale di fronte
al lato scoperto della cantina (sul retro): un caotico intreccio di longarine
in ferro che coniuga la funzione portante all'effetto visivo.
Grande
attenzione all'immagine, quindi, che non si limita ovviamente alla cantina
e all'ambiente circostante, ma che si ritrova sui vini le cui etichette,
dallo stile essenziale e geometrico, sono disegnate da Bersanetti, genero
di Luigi Veronelli, al quale peraltro dovrebbe essere fatto un monumento:
"sta facendo per l'olio la stessa campagna che ha fatto trenta anni
fa per noi, e devo confessare che non l'avevamo capito!"
Nel
grande tavolo da degustazione sono posizionate le bottiglie di Promis
(55% merlot, 35% syrah e 10% di sangiovese) e Magari (50% merlot,
25% cabernet sauvignon e 25% cabernet franc), i due prodotti per ora in
commercio. Una scelta probabilmente decisa da Guido Rivella, che
cura il lato enologico, evitando nell'uvaggio la concorrenza del famoso
vicino Sassicaia. A regime i vini saranno tre, con il nuovo Camarcanda
2000, Bolgheri Rosso doc a sicura base merlot, che è attualmente
in affinamento.
E serviti, non senza una certa emozione, da Angelo
Gaja in persona (d'altra parte anche questo fa parte del personaggio e
dello stile piemontese, che vede il vignaiolo al centro dell'azienda,
grande o piccola essa sia), iniziamo le nostre degustazioni.
Promis
2000: dal rubino compatto, dalla evidenza della veste, e dalla luce
che ammette, intuisci essere quel vino campione di vasca. Ottima però
la trama aromatica, sfumata e raffinata di ciliegia e ribes, poi di violetta
e rosmarino. Intrigano le spezie dei contorni e le note terrose. In bocca
è suadente, dolce, dall'attacco preciso e morbido su fondo vegetale
croccante ed appetitoso. Insiste molto il merlot nell'indirizzare le trame,
mantenendole però su registri caldi e piacevoli, senza smancerie
inopportune, assumendo esse buon respiro e concentrazione ed una fusione
futuribile che già intuisci felice. Il finale ci riserva lunghezza
e spezie; in più una beneaugurante, territoriale asperità
tannica, che conforta e rilancia.
Il
Magari 2000 (è ancora la signora Gaja ad ispirarne il nome,
esclamando 'magari!' di fronte ad una bella etichetta) scorre limpido
dalla bottiglia. Il rubino scuro del bicchiere, con i suoi giovanili riflessi
violacei, è bello e confortante nella sua naturale, mai ostentata
apparenza; eppoi apre ad un naso ricco e profondo, suadente e progressivo,
al quale concedi poche resistenze. Cosparso di dolce marmellata di mirtillo,
prugna, spezie finissime su scia vegetale di bacca e sottobosco ed una
punta di peperone sullo sfondo, prende l'aria diffondendosi con continuità
e dedizione, sfumando gentilmente in un soffio di tabacco. Il palato è
fresco e cantilenante, accogliente e diffuso, da rivelarti un frutto cospicuo
e calibratissimo maritato alla bisogna ad una levigata matrice tannica.
Lo ricorderemo per l'eleganza, il garbo, l'invito alla beva, la straordinaria
liaison roverizzata, a comporre ed arricchire anziché mutuare ed
ingessare. In fondo, resta la voglia di berne ancora. E questo forse,
in attesa della presumibile crescita futura, è forse il messaggio
più bello.
Dopo due ore trascorse
ascoltando le parole del vignaiolo italiano più famoso nel mondo,
rapiti dalla campagna assolata e dall'architettura di Ca' Marcanda, riusciamo
alla fine a strappare ad Angelo Gaja, che sta già correndo verso
Montalcino, un piccolo e finale ritratto di sé stesso: "sono
un uomo fortunato, che fa un lavoro che gli piace, che ha avuto dal padre
e da tre generazioni solidi presupposti e gli input giusti per fare bene;
ed ha potuto farlo con l'aiuto di bravi collaboratori e di una grande
moglie."
Ca' Marcanda. Località Santa Teresa 272
Castagneto Carducci (LI)
Tel. 0173 635255 - gajad@tin.it
29 giugno 2003
Visita in azienda effettuata il 6 Febbraio 2003.
La visita, non programmata, è scaturita da uno scambio epistolare
fra Gaja ed il nostro collaboratore Mario Crosta, che cogliamo l'occasione
per ringraziare.
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