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Un
rosso di classe nel milanese: Azienda
Agricola Panigada
di
Riccardo Modesti
"Queste cantine," disse Fortunato, "sono immense.
"I Montresor," risposi, "erano una grande e numerosa famiglia."
"Non ricordo il Vostro stemma."
"Un enorme piede dorato su sfondo azzurro; il piede schiaccia un
serpente rampante i cui denti sono conficcati nel tallone
"E il motto?"
"NEMO ME IMPUNE LACESSIT."
"Bello!" disse lui.
E il vino scintillava nei suoi occhi.
(libera traduzione tratta da The cask of Amontillado
Edgar Allan Poe)
Ancora
una volta il mio campanilismo tutto lombardo, ma soprattutto milanese,
mi ha condotto vicino alla mia vegia Milan per far scoprire
a chi legge qualcosa che vale la pena di conoscere: la meta è San
Colombano al Lambro.
Penso che ben pochi sappiano di San Colombano al Lambro, non negatelo.
Questa località si trova a una trentina di chilometri a sud-est
di Milano e appartiene alla provincia di Milano: lo dico perché
lo hanno scelto loro, gli abitanti intendo, tramite quel meraviglioso
strumento di democrazia popolare che è il referendum. Quando nacque
la provincia di Lodi, infatti, i Banini, ovvero gli abitanti di San Colombano
al Lambro, votarono per mantenere la targa MI anziché passare sotto
la nuova provincia.
Il nome è legato a San Colombano, monaco irlandese che nellalto
medioevo camminò fin qui, spingendosi anche più a sud fino
a Bobbio dove fondò un monastero, proveniente dalla lontana Irlanda
per portare il messaggio cristiano, ma anche la vite, ed è anche
legato al fiume Lambro, un corso dacqua che ha le sorgenti presso
la Madonna del Ghisallo, un luogo mitico per i ciclisti, attraversa lungo
la direttrice nord sud la Brianza fino a Monza, tocca Milano, dove dà
il nome a un parco cittadino, e passa da queste parti, prima di gettarsi
nel Po.
Piazzato nella medio-bassa padana sarebbe un paese agricolo come tanti
altri, se non fosse per la Collina, ovvero un inaspettata elevazione
di una sessantina di metri in mezzo alla pianura, emersa nel miocene dal
mare in seguito a movimenti tellurici. Si, qui una volta cera il
mare, e lo testimoniano i ritrovamenti di coralli e conchiglie.
La
Collina è ricchissima di nutrienti e il terreno presenta composizioni
diversissime: inoltre, il versante sud presenta alcune vallette allungate
di origine erosiva. La Collina ha unestensione complessiva di otto
chilometri per due.
San Colombano al Lambro era anche il terreno prediletto da Gianni Brera,
che era nato non lontano da qui, sia per venire a rubare le ciliegie in
gioventù, sia per le sue scorribande enogastronomiche in età
avanzata.
Un paio danni fa venni qui per scrivere un pezzo sulla San Colombano
al Lambro DOC, lunica della provincia di Milano, e per caso feci
un salto presso questa azienda, che allepoca si chiamava Stefano
Panigada, dove incontrai Antonio Panigada, il figlio di Stefano. Lesperienza
mi impressionò, mi fece assaggiare il suo rosso Vigna La
Merla che lui chiamava Riserva, e trovai un vino magico,
di grandissima struttura, potenza, nerbo, longevità, frutto, impossibile
pensare di trovare qualcosa di simile qui in questa terra che è
più famosa per vini facili, accattivanti, beverini e con la schiumetta,
buoni per carità, ma niente di importante. Così, in ogni
manifestazione dove sapevo che potevo trovarlo, non mancavo mai allappuntamento
con questuomo che quando ti parla del suo vino si trasfigura, e
il vino per pura magia passa dalla bottiglia ai suoi occhi che cominciano
a brillare, come gli occhi di Fortunato, il personaggio di Poe. In realtà
Fortunato, nel racconto, non fa una bella fine: viene murato vivo dallaltro
personaggio che lo attira nella cantina sfruttando la sua vanità
di intenditore di vini e spiriti.
Mio zio, una volta pensionato, ha avuto la brillante idea di trasferirsi
a Fermo, nelle Marche, dove ha comperato una villetta: dai camion di Segrate
ai Monti Sibillini, questo è stato il cambiamento da ciò
che vedeva prima a ciò che vede ora quando guarda fuori dalla finestra.
In questa storia lui centra perché suo genero ha aperto unenoteca
a Porto San Giorgio e mio zio lo aiuta, non solo in negozio ma anche a
fare la festa a qualche bottiglia giusta: la morale del discorso
è che questo rosso di Panigada arrivò fin là, sugli
scaffali insieme ai top wine italiani. Poi, visto che nessuno fuori dalla
Lombardia comprerebbe mai un vino che viene da un posto che si chiama
San Colombano al Lambro, che non si sa bene dove sia e che non rappresenta
una zona importante, finì che mio zio e suo genero si bevvero le
bottiglie che non avevano venduto, con grande soddisfazione.
Torno
quindi volentieri da Antonio Panigada, lultimo esponente
di una famiglia di viticoltori da tre generazioni, il cui nome ora è
il nome dellazienda, la cui produzione complessiva si attesta intorno
a circa 30.000 bottiglie ottenute dai 4 ettari di vigneto che possiede
sulla Collina. Un vigneto, mi dice subito Panigada, che sarà presto
rinnovato, con la modifica dei sesti di impianto e delle densità
di ceppi per ettaro, puntando dritto sulla qualità.
I vitigni coltivati sono principalmente barbera e croatina, ma troviamo
anche luva rara, che ha questo nome per via del grappolo particolarmente
spargolo, riesling renano, riesling italico, malvasia aromatica e anche
del merlot, anche se ci tiene a sottolineare che la tradizione per lui
è importante e che barbera e croatina restano i vitigni più
importanti perché legati al territorio. Mi racconta delle ultime
vendemmie, che dal 1997 al 2000 sono state molto buone, caratterizzate
da una costante ma insolita ventosità e, soprattutto, dal molto
caldo che ha portato le uve a maturare molto bene.Per contro, lultima
vendemmia, quella del 2001 lo è stata un po meno.
Antonio Panigada fa sei vini in tutto: tre rossi, un rosato, un bianco
e un passito, e passo a raccontarveli.
Le
tre versioni di rosso sono il San Colombano al Lambro DOC Banino
Rosso Giovane, fragrante, piacevole e tipico per una piccola
rifermentazione in bottiglia che ne fa il classico vino di San Colombano
al Lambro, il San Colombano al Lambro DOC Banino Rosso Tranquillo,
che fa solo acciaio, per finire con il sontuoso San Colombano
al Lambro DOC Banino Rosso Riserva Vigna La Merla,
con affinamento in legno e invecchiamento in bottiglia. Ricordo che Riserva
è un nome dato da Panigada al suo vino, con una formula che cerca
di non entrare in conflitto con il fatto che il disciplinare della DOC
San Colombano al Lambro non prevede una menzione Riserva, almeno per il
momento. I vitigni dei rossi sono barbera, croatina e uva rara, eccezion
fatta per la Riserva dove non compare luva rara. Le
uve vengono vinificate insieme, un fatto che Panigada vuole sottolineare,
poichè sono vitigni che ben si complementano come curve di estrazione.
Il bianco, chiamato IGT Colline del Milanese Banino Bianco,
è un vino fermo a base di Riesling Renano e Italico, con una piccola
aggiunta di Malvasia aromatica, mentre l IGT Colline del
Milanese Banino Rosato viene da Uva Rara vinificata in purezza.
Gli chiedo di questultimo, che senso abbia produrlo dal punto di
vista commerciale, e mi risponde che Lo faceva mio padre,
anche se poi esclama E lultimo anno che lo faccio, impiego
due anni a venderlo, ma poi ci pensa e dice Voglio mettere
giù luva rara in un altro posto, allora lo farò di
nuovo. Luva rara, infatti, ha delle potenzialità non
ancora ben esplorate, in quanto è sempre stato un vitigno piantato
in posizioni più sfavorevoli perché meno soggetto agli attacchi
fungini per via del grappolo spargolo, o raro, appunto, da cui il nome.
Ma piantato in posizioni migliori sembra dare risultati veramente buoni.
Dopo la teoria, la pratica, ovvero gli assaggi. Purtroppo il bianco non
è in fresco e non lo degustiamo, lo farò per conto mio qualche
giorno dopo, e dico che, pur non essendo un fuoriclasse, il IGT
Colline del Milanese Banino Bianco 2001 ha una bella bevibilità
derivante dalla piacevole mineralità, ma anche da un bel frutto
che, pur non essendo prepotente, si fa sentire. Circa 5.000 bottiglie
prodotte a circa 6 euro luna, un rapporto qualità/prezzo
decisamente buono.
Anche il passito, cioè l'IGT Colline del Milanese Bianco Passito
Aureum 2001 (530 bottiglie prodotte) lo assaggio per conto mio: la
rifermentazione è evidente una volta versato nel bicchiere, leffetto
è molto particolare poichè laccoppiata colore ambrato
tipico da passito perlage è singolare. Il colore è,
dunque, un ambrato bello luminoso, i profumi sono abbastanza intensi e
fruttati, si nota inizialmente luva passa, poi lalbicocca
secca e il fico secco. La nota aromatica della malvasia è ancora
percettibile in pieno. In bocca è sorprendente: la rifermentazione
lo ha arricchito in freschezza, la facilità di beva è potenziata,
la persistenza non è lunghissima. Il palato non tecnico ma molto
esigente di mia moglie lo giudica positivamente, proprio in virtù
della grande freschezza. Da parte mia dico che è sicuramente un
passito insolito, reso più accattivante dalla rifermentazione.
Potrebbe essere una tipologia di prodotto da esplorare, secondo me, visto
che va giù che è un piacere.
Tornando indietro in cantina, invece, si chiacchiera e si assaggia la
Riserva, una bottiglia del 1999 (quindi il San Colombano
al Lambro DOC Banino Rosso Riserva Vigna La Merla 1999),
non ancora in commercio, essendo attualmente in vendita lannata
1998. Questo vino viene ottenuto innanzitutto da una selezione maniacale
delle uve in vigna, da una fermentazione curatissima, non
cè niente da fare, devi andarlo a vedere tutte le sere, e
il cappello lo rompo io come voglio, la cui durata cambia in funzione
dellannata, da un affinamento, della durata di una ventina di mesi,
in botti la cui capacità, compresa tra la barrique e il tonneau,
e la qualità del legno dipendono dalla materia prima a disposizione,
e da un lungo affinamento in bottiglia, anche questo di una ventina di
mesi, Me lo tengo in cantina come un Barolo, mi dice.
Dunque, partiamo dal colore che è già impressionante per
la profondità e limpatto sugli altri sensi, intendo dire
che questo rosso rubino con riflessi violacei è talmente compatto
che ti viene voglia di morderlo. Grande consistenza, struttura polifenolica
ben visibile già allesame visivo, intensità olfattiva
non grandissima con frutto rosso e sentori speziati in prima fila, per
poi finire in bocca dove, i quattordici gradi, il sei per mille di acidità,
la gioventù del tannino, lestratto portentoso sono già
quasi fusi insieme. Tra un anno questo vino comincerà ad essere
bello, per un prezzo intorno ai 14/15 euro, e il prezzo è sicuramente
giusto.
Può finire così ? Certamente no, e Panigada mi porta in
cantina, ma non mi farà fare la fine di Fortunato, ad assaggiare
un campione della Riserva 2000 spillato al volo dalla barrique,
annata nella quale è entrato anche un pizzico di merlot. Il colore
è sempre impenetrabile, la consistenza mostruosa, è un vino
che fa paura per la polposità e la persistenza lunghissima: il
frutto non è intenso ma è netto e preciso, pur uscendo dalla
barrique dimostra già rotondità, lattacco tannico
è lieve lieve, quattordici gradi e mezzo e dodici giorni di macerazione,
tanto per capire lannata splendida che è stato il 2000.
Si parla anche di tappi, per i quali Panigada mette volentieri mano al
portafoglio perché con il sughero non si scherza, di sistemi di
allevamento, che per la croatina è il guyot mentre per la barbera
è il cordone speronato, ma tutto sembra così lontano dal
mondo nel quale i miei sensi si perdono per qualche minuto, in un mondo
color rubino intenso, avvolto da una carezza di frutto rosso che ha una
persistenza che non finisce mai.
Azienda Agricola Antonio Panigada
Via della Vittoria, 13
20078 San Colombano al Lambro - MI
Tel. 0371 89103
(4/10/2002)
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