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Tenuta Valdipiatta

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Di Nobili respiri. Valdipiatta.


Miriam, Miriam ... non riusciamo a ricordarci di preciso la prima volta che l'abbiamo incontrata, oltre tre anni fa comunque, ma fin da subito ci colpì la sua spigliata autorevolezza nel presentarci i vini dell'azienda familiare, la Tenuta Valdipiatta dei grandi Nobili e degli intriganti supertoscani. Ci sembrava una bimba all'epoca ed ora - d'un botto - la ritroviamo con ben salde in mano le briglie della conduzione, sotto lo sguardo vigile e sornione di Caporali babbo Giulio, della vigna ancor'oggi il re.

Il cuore dell'azienda, la direzione commerciale e le cantine si trovano a qualche chilometro da Montepulciano, in una valle boscosa piuttosto bassa rispetto al paese, mentre le vigne non rappresentano un corpus unico: "ne abbiamo 8 per circa 25 ettari complessivi, e si trovano tutte tra i 350 e i 450 metri sul mare. Un po' meno della metà hanno ancora il vecchio sesto di impianto; le altre sono state reimpiantate con una densità di 4.000 ceppi per ettaro, principalmente con cloni di sangiovese e canaiolo, ma anche con merlot e cabernet."

Un'azienda che, volendo utilizzare il binomio ormai un po' scontato di innovatrice-tradizionalista, metteremo tra le "innovatrici con giudizio". Se chiara infatti è l'intenzione di continuare a puntare sul Nobile di Montepulciano quale vino caratterizzante la produzione (un altro cru, oggi che vi parliamo, è alle porte), se moderata potremo ritenere la densità di impianto, d'altra parte non si disdegna la sperimentazione dei nuovi "ritrovati" tecnici: attenta selezione dei cloni, affidata all'Istituto di San Michele all'Adige, interessante utilizzo dei fermentatori tronco-conici in rovere per la macerazione delle uve destinate alla riserva e ai supertoscani, decisamente trendy - ma quanto mai importante e rivoluzionaria - verifica della maturazione fenolica al momento della vendemmia. E infatti:

"Come enologo ci segue Paolo Vagaggini, ma abbiamo anche la consulenza esterna di Yves Glory da Bordeaux. Arriva quì due giorni prima della vendemmia ed esamina vigna per vigna, lasciandoci poi i diagrammi di fermentazione. Sono quattro anni che procediamo in questo modo e i vini sono cambiati da così a così..." ci dice Giulio Caporali, accompagnandosi col consueto ruotare della mano. E mentre parliamo raggiungiamo le cantine, scavate nella roccia, anzi, allargando quell'anfratto che già prima rappresentava un naturale e perfetto luogo di conservazione per i prodotti alimentari: il Trincerone, che ha poi dato il nome a uno dei vini più importanti della Tenuta Valdipiatta. Trecento barrique e trenta tonneau sono i contenitori in cui maturano le oltre 100.000 bottiglie prodotte, e su alcune di queste notiamo la scritta <<Seguin Moreau - Chêne Russe>>, "quercia russa?" chiediamo un po' sorpresi, "eravamo abituati al rovere francese, tedesco, americano..." "Sì," risponde Giulio, "ma non è una stranezza moderna, già nell'ottocento i francesi utilizzavano il rovere russo, poi con la rivoluzione d'ottobre vennero chiuse le importazioni, che sono ricominciate solo recentemente." Vedi un pò come parlando di vino, e dei prodotti della terra in generale, si finisca spesso col parlar di Storia, come naturale conseguenza del sedimentarsi dell'opera umana in questo genere di alimenti, cresciuti e perfezionatisi nel passare dei secoli.

Ma torniamo ad oggi, e torniamo a noi, che siamo seduti di fronte alle belle bottiglie contenenti i rossi liquidi poliziani. Il primo assaggio ha a protagonista proprio il Trincerone 1999, un IGT Toscana da 13 gradi e mezzo composto da un blend quasi paritario di canaiolo e merlot. Il suo colore varia dal rubino intenso al porpora cupo, e profondi sono i suoi profumi, inizialmente floreali e vanigliati, poi, ad ascolto più attento, di mora e mirtillo, dinamicamente fondenti, a regalare un quadro gentile ed aggraziato, percorso da una sottolineatura speziata come da legno di taglio fresco. Dopo averlo a lungo odorato - e lo merita - vi scopriamo una bocca fruttata e piacevole, piena e gustosa, diritta e fusa, merlottata ma vivida, chiusa da tannini non indifferenti, forse soltanto un po' asciutti.

Ancora un altro IGT Toscana, il Trefonti 1998, da uve sangiovese e cabernet sauvignon in parti uguali più un 20% di canaiolo, che vendemmia permettendo ha già fatto "drizzare" le papille a ben più di un degustatore "che conta" nel corso della sua storia. Il colore è rubino intenso e i profumi assumono toni di vaniglia, iris e confettura di frutti di bosco, leggi amarene e cassis. Nessun cenno vegetale nonostante la percentuale sostanziosa di cabernet, presente il chicco di caffé. "Ma allora è proprio vero che è il territorio a comandare?" chiediamo a Giulio. "Guardate, prima abbiamo provato ad innestare il cabernet su dei ceppi di uva bianca, poi l'abbiamo reimpiantato, e non c'è stato versi, alla fine sapeva sempre di sangiovese!" La speziatura del rovere è sentìta pure qui anche se la troviamo un po' meno elegante al gusto, per via di quegli accenni di legno secco, un po' amari, a screziare la trama. Per il resto bella la bocca, non c'è che dire, di discreta tensione gustativa, diffusa e mai arrogante.

Ed eccoci a un Nobile, al Nobile di Montepulciano Riserva 1998 per la precisione. Un campione di botte che uscirà in commercio solo dall'autunno 2002. Bello il naso, di frutta matura, lacca, alchermes. Compatta e sapida la bocca, che chiude con un bel crescendo, lasciando intuire un futuro luminoso. Da sempre, a parere nostro, il vino più caratteriale e caratterizzante lo stile di Valdipiatta.

E tanto per ribadire del carattere, il ricercatissimo Nobile di Montepulciano Riserva 1997 fa al caso nostro (o vostro), perché sentiamo che possa rappresentare le fondamenta di uno stile così come i propositi nuovi: é un vino dai profumi eleganti ed intensi, da attendere ancora,senza fretta, da che con l'aria letteralmente si tramutano in grondanti e profondi, fitti e calorosi. La bocca è lunga e tesa, vivida nel frutto (occorrono bottiglia e riposo per rintuzzare la spinta del rovere, ma i numeri ci sono), serrata, poderosa e tannicamente ben estratta; il finale infatti ci riserva una messe di tannini robusti ma più che accettabili con un corpo del genere. Tentativo ad alto livello di unire potenza a raffinatezza, per lunghi tratti non puoi non definirlo un "vinone", di quelli veri e sinceri però, tale da far inorgoglire vignaioli e bevitori.

Per l'immediato futuro c'e' un cru in dirittura di mercato, l'ennesimo, Vigna d'Alfiero il suo nome, che uscirà con i tempi del nobile base, magari solo con un affinamento un po' più lungo in bottiglia. Non l'abbiamo incontrato quel giorno, ma qualche mese più tardi, finalmente in bottiglia, sì. Vendemmia 1999. Semplicemente il miglior nobile d'annata (leggete le suggestioni di primavera sulla nostra AcquaBuona). Si fanno evidenti, grazie a lui, gli sprazzi di eleganza ben oltre la potenza ed il carattere, doti quest'ultime mai lesinate in Valdipiatta. Il rispetto del territorio, l'interpretazione personale del vigneto, la coscienza coscienziosa di un vignaiolo perspicace, insieme a scienza e conoscenza, stanno facendo attraversare un guado importante allo stile di questi vini, e con essi alla cantina tutta. Progressivamente, ciò che anni addietro si intuiva dietro la coltre vigorosa e aggressiva dei tannini poliziani, ora traspare limpida: una naturale, elettiva sostanza, tale da spingere vini e cantina - gioco forza - verso un respiro nuovo, più limpido e armonioso. In odor di cielo.

Ah, Miriam, Miriam....che vini!

Luca Bonci
Fernando Pardini
(10/9/2002)

 

   

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