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Di Nobili respiri. Valdipiatta.
Il cuore dell'azienda, la direzione commerciale e le cantine si trovano a qualche chilometro da Montepulciano, in una valle boscosa piuttosto bassa rispetto al paese, mentre le vigne non rappresentano un corpus unico: "ne abbiamo 8 per circa 25 ettari complessivi, e si trovano tutte tra i 350 e i 450 metri sul mare. Un po' meno della metà hanno ancora il vecchio sesto di impianto; le altre sono state reimpiantate con una densità di 4.000 ceppi per ettaro, principalmente con cloni di sangiovese e canaiolo, ma anche con merlot e cabernet." Un'azienda che, volendo utilizzare il binomio ormai un po' scontato di innovatrice-tradizionalista, metteremo tra le "innovatrici con giudizio". Se chiara infatti è l'intenzione di continuare a puntare sul Nobile di Montepulciano quale vino caratterizzante la produzione (un altro cru, oggi che vi parliamo, è alle porte), se moderata potremo ritenere la densità di impianto, d'altra parte non si disdegna la sperimentazione dei nuovi "ritrovati" tecnici: attenta selezione dei cloni, affidata all'Istituto di San Michele all'Adige, interessante utilizzo dei fermentatori tronco-conici in rovere per la macerazione delle uve destinate alla riserva e ai supertoscani, decisamente trendy - ma quanto mai importante e rivoluzionaria - verifica della maturazione fenolica al momento della vendemmia. E infatti:
Ancora un altro IGT Toscana, il Trefonti
1998, da uve sangiovese e cabernet sauvignon in parti uguali più
un 20% di canaiolo, che vendemmia permettendo ha già fatto "drizzare"
le papille a ben più di un degustatore "che conta" nel
corso della sua storia. Il colore è rubino intenso e i profumi
assumono toni di vaniglia, iris e confettura di frutti di bosco, leggi
amarene e cassis. Nessun cenno vegetale nonostante la percentuale sostanziosa
di cabernet, presente il chicco di caffé. "Ma allora è
proprio vero che è il territorio a comandare?" chiediamo a
Giulio. "Guardate, prima abbiamo provato ad innestare il cabernet
su dei ceppi di uva bianca, poi l'abbiamo reimpiantato, e non c'è
stato versi, alla fine sapeva sempre di sangiovese!" La speziatura
del rovere è sentìta pure qui anche se la troviamo un po'
meno elegante al gusto, per via di quegli accenni di legno secco, un po'
amari, a screziare la trama. Per il resto bella la bocca, non c'è
che dire, di discreta tensione gustativa, diffusa e mai arrogante.
Per l'immediato futuro c'e' un cru in dirittura di mercato, l'ennesimo, Vigna d'Alfiero il suo nome, che uscirà con i tempi del nobile base, magari solo con un affinamento un po' più lungo in bottiglia. Non l'abbiamo incontrato quel giorno, ma qualche mese più tardi, finalmente in bottiglia, sì. Vendemmia 1999. Semplicemente il miglior nobile d'annata (leggete le suggestioni di primavera sulla nostra AcquaBuona). Si fanno evidenti, grazie a lui, gli sprazzi di eleganza ben oltre la potenza ed il carattere, doti quest'ultime mai lesinate in Valdipiatta. Il rispetto del territorio, l'interpretazione personale del vigneto, la coscienza coscienziosa di un vignaiolo perspicace, insieme a scienza e conoscenza, stanno facendo attraversare un guado importante allo stile di questi vini, e con essi alla cantina tutta. Progressivamente, ciò che anni addietro si intuiva dietro la coltre vigorosa e aggressiva dei tannini poliziani, ora traspare limpida: una naturale, elettiva sostanza, tale da spingere vini e cantina - gioco forza - verso un respiro nuovo, più limpido e armonioso. In odor di cielo. Ah, Miriam, Miriam....che vini! Luca Bonci
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