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Grasso è bello.
Azienda Agricola Elio Grasso - Monforte d'Alba
di Fernando Pardini


Quando spunti dalla boscaglia e vedi che la strada inizia a declinare decisa verso il basso, stai concentrato al volante e alla guida, non confonderti, perchè se allunghi gli occhi sul panorama attorno, dopo l'iniziale sbigottimento visivo, rischi l'incanto e ciò può essere pericoloso. Si arriva così, con uno stato d'animo che si tramuta d'un botto in allegro e sognatore, alla Cascina Gavarini di Monforte d'Alba. Di questo luogo vanto ahimé poche frequentazioni (ben altro ci vuole per trarne un vero racconto), ma a quanto ne so è legato a doppio nodo alle sorti e alle fortune di una famiglia sola, vignaiola, naturalmente autoctona, quella di Elio Grasso, che lo abita e - da par suo - lo racconta.

Intanto se hai posteggiato, se hai messo i piedi a terra, hai il diritto, anzi il dovere, di guardarti attorno, con calma, e ricominciare a volare. Si fa presto a dire balcone, terrazza..... qui il panorama è immenso. L'ampia magione, solida, ben tenuta, elegante, silenziosa, che sovente in Langa chiamasi cascina, si protende sul silenzio attorno, quello verde della vigna, splendida, monfortina. Per la verità puoi spaziare ben oltre in un batter di ciglia, per esempio al Bricco Rovella, alla mitica Bussìa, e, laggiù verso nord (il suo richiamo, una sirena) alla Vigna Rionda di Serralunga. Le prospettive cubiste dei geometrici filari - lo sapete - confondono viandanti e infondono bellezza;quando appaiono i nuovi germogli poi tutto il brutto del mondo ti sembra meno brutto; scontata quindi l'immedesimazione, così come la malinconia, che già prevedi alla partenza. Da abitare, caspita, da vivere un posto così! i racconti avrebbero ben poco bisogno di parole quando sai che alla loro trama basterebbero i colori, le pietre e le cose.

D'istinto ho compreso, ancora una volta ho compreso, il forte richiamo della terra e di come confidando in questo solo grande amore si possa piegare un destino; davanti a questo mare dirupato e verde son riuscito persino a immaginare cosa deve esser passato per la testa ad Elio Grasso una ventina di anni orsono: lasciare la città (Torino), il lavoro (la banca), la sicurezza e tutto l'intrìco social-amoroso che costituisce l'ossatura di una vita vissuta, per ritornare al paese natìo, o meglio, alla casa natìa, ha l'aura della scommessa forte, decisiva, una giocata di prima mano senza possibilità di ritorno, che ha dalla sua però la bellezza dei posti, per lunghi tratti inenarrabile, a cui ogni animo contadino -con naturalezza- resta attaccato fin dall'infanzia ed inevitabilmente attratto nell'età matura.

Per tentare cosa poi? di far risplendere - luce nuova- le vigne storiche attorno alla Cascina:per esempio la ripida Chiniera e i suoi terreni poveri e sabbiosi; oppure, nella collina di fronte, alla Ginestra monfortina, la Casa Matè e i suoi terreni ricchi, fertili, argillosi. Così é stato, e sono passati molti anni. Oggi ti trovi davanti una famiglia intera dedita alla esclusiva, vitale, impegnativa attività di produrre vino. Ti trovi davanti si fa per dire: Elio è ben difficile da scovare, perchè da quando ha lasciato la città si é talmente immedesimato nell'ambiente da viverlo perennemente nei vigneti, in simbiosi, in ascolto. Alla Cascina ti attende, con tutti gli onori, la moglie Marina, mentre il giovane figlio Gianluca, anima nuova e futuro, stai tranquillo che è giù in cantina, in ascolto pure lui. Loro, i Grasso, un per uno, sprigionano simpatia, semplicità e senso dell'accoglienza spiccati e veri, da signori contadini.

Posseggono 14 ettari vitati e ieri come oggi rabbiosa mi appare la scelta di promuovere al massimo il carattere degli amati cru: i barolo su tutti, che vedono in prima linea, oltre a Chiniera e Casa Maté, il nuovo Runcot dei miracoli, un super-barolo proveniente dall'appezzamento, ripidissimo e splendidamente esposto, che sta proprio sotto il giardino "pensile" della cascina, e che ti fa girar la testa se lo rimiri da sopra. Ma non dovete dimenticare la Vigna Martina, capace spesso di regalare splendidi risultati, in termini di finezza e sentita aristocraticità, alla barbera; oppure la Vigna dei Grassi, quella del gioviale, esuberante dolcetto. C'è pure un intruso in tutto questo profondo rosso piemontese: dalla parte alta della Chiniera infatti Elio e Gianluca ricavano uno chardonnay in purezza che é stato già capace di meraviglie. Per una persona come Elio Grasso, per le sue idee e convinzioni sulla tipicità e sulla filosofia produttiva di un langarolo doc, questa è stata un'altra prova di forza, presa stavolta con una certa ironia, a cominciar dal nome affibbiato al vino: Educato. "Come si addice a un estraneo che chiede ospitalità in casa d'altri" - mi vien risposto. Vedi un pò come a volte i nomi..... più lo assaggio e più non posso fare a meno di pensare che effettivamente é proprio educato: per come si dispone ai sensi, per l'educata grazia, per la sottile, coinvolgente pienezza, che rifugge smaccate ridondanze e fumose tracotanze, solo figlia (lo scoprirò appieno assaggiando il barolo Chiniera) di quella terra lì.

E' bello chiacchierare con Gianluca perché non smette i panni dell'umiltà, é un giovane vignaiolo che tiene a mente gli insegnamenti e le tradizioni e nello stesso tempo mantiene viva e costante la curiosità verso il nuovo, senza dar niente per scontato. Mi racconta che qui ai Gavarini tutti i vini, se togli l'Educato, si fanno la loro bella prima fermentazione in acciaio. Il dolcetto vi continua pure l'affinamento mentre i barolo Vigna Chiniera e Vigna Casa Maté prediligono stazionare nelle fascinose grandi botti in rovere di Slavonia. Solo il Runcot, di impostazione più moderna, si concede una lunga permanenza in barrique completamente nuove, come in gran parte accade alla barbera Vigna Martina.

Estreme le caratterizzazioni, lì dove Runcot, Casa Maté, Vigna Martina ed Educato ti fanno ricordare davvero il nome del loro creatore: ciascun di loro, a suo modo, è grasso, ma di "grasso bello" io parlo, intriso e coinvolto dall'elegante esposizione, dalla mancanza di ridondanze: l'essenza del Grasso. Se invece ti metti ad assaggiare il futuro che sta nelle botti di Vigna Chiniera ne scopri, sia esso 1999 che 2000, quella matrice tannica inconfondibile che ne segna le sorti: rigorosa, asciutta, austera, richiamante fortemento lo scheletro sabbioso del terroir, di cui ne respiri appieno il richiamo. Ben diverso il futuro di Casa Maté: sia il campione di botte del 2000 che quello del 1999 ti mostrano una caratteriale opulenza e una grinta tannica da monfortino puro: più dolce e disteso il 2000, tannicamente ingombrante ma assolutamente ricco il 1999.

Eh sì, occorre ascolto attento, non c'è niente da fare, perchè 'sti vini sono figli differenti - eclettici e intransigenti - di una terra sola: una delle 10000 bottiglie di Barolo Vigna Chiniera 1998 mi ha rivelato per esempio un quadro visivo denso e bello con un naso elegante e fitto: brilla il frutto dell'amarena in abbraccio intimo con la china e il minerale. Non lesina in armonie floreali, per un impianto di rarefatta eleganza. In bocca è scorrevole e asciutto, estremamente rigoroso nella sua essenziale matrice tannica, eppur fulgida e trasognante nella sostanziale introversione. Non è subitanea l'immedesimazione ma il frutto sincero che ne traspare ti accompagna lungo un percorso sensoriale intimo, sussurrato e sottilmente avvolgente. Può non essere evidente, ma ha struttura e numeri per sorprendere nel futuro.

Invece il Barolo Vigna Casa Maté 1998 (anche qui sono 10000 le bottiglie) ha un impatto più ammaliatore e travolgente, per via di uno spettro aromatico da subito profondo, intenso, ampio, caldo e carnoso dove evidenti ti appaiono le note del sottobosco, del cuoio, della ghianda, del pellame, a screziare ed "inselvatichire" la trama, sostenuta da un frutto maturo e spinto. In bocca ostenta la tradizionale sua morbidezza con un frutto che "pesa" ed un tannino che leviga. Cangiante e propositivo, non puoi non trovarlo bello, Grasso (con la g maiuscola, quasi fosse il cognome) e istintivamente confortevole nell'abbraccio. Con l'aria ne rammento uscire le note di incenso, foglia di thé e minerale, stavolta ad impreziosire.

Una pura esplosione di frutto nebbiolo, carico e solare, ecco cos'è il Barolo Runcot 1997 (7000 bottiglie). Ricco, ampio, serrato e persistente l'olfatto, dove gioca con lodevole equilibrio sulle note mature del frutto, sulla loro spinta, sulla loro dolcezza, così come grande l'impatto al palato, volumico e tridimensionale, laddove avverti un turbine di grassezza e vivace morbidezza invadere le papille tutte; estrema la coerenza del frutto- il che vuol dire ancora dolcezza e concentrazione- quasi a surclassare la vena acida dello scheletro. Sul fondo del bicchiere, presto vuoto, scorgi e rimembri struggenti note fumé, che arricchiscono i profumi a ritagliarne nuove, cangianti armonie. Impressionante.

Ma c'è di più, il Barolo Runcot 1998 ti rende l'idea di quanto espressiva ed invadente sia la presenza del frutto colto in piena, imberbe gioventù; di quanto calore infuso sia capace quella ripida vigna, al punto da apparirti - quel frutto - ancor vinoso. In bocca è teso e dinamico, molto ritmato dalla sapidità e dalla vena acida. Ottimo lo spessore, nitida la trama tannica per un vino il cui futuro lo immagini ricco di intuibili armonie nebbiolesche.

Ancora una volta, da terre povere e bianche, tanto vicine tra loro da poterle accogliere in uno sguardo solo, spunta la magia della terra di Langa: la capacità di trasporsi liquida in modi differenti e distintivi, ciascuno con egual dignità di racconto. Ne costituisce illuminante esempio proprio il vigneto Runcot, incollato alla Vigna Chiniera. L'ultimo mio sguardo è dedicato proprio a lui, anzi no, il penultimo; l'ultimo, inevitabile, é rivolto alla bellissima pianta in grande evidenza che marca fortemente il giardino pensile dei Grasso: in realtà trattasi di una sorta di enorme liana che dall'intrico progressivo del suo generoso contorcersi se ne esce fuori come un'impressionista visione modellata ad arte da madre natura. Un simbolo sottile ma forte che mi rappresenta l'unione - pur'essa naturale - di una famiglia contadina, garbata e determinata, che coltiva ai Gavarini - e non lo sa - il dono grande di dar felicità e senso in più a tutti coloro che dei vini, prima di tutto, ne ricercano l'anima e le storie.

....Arrancando sulla stradina in alto, appena dentro la boscaglia, sparisce all'occhio la cascina. E' già ritorno. E' già malinconia.

(29/10/2002)
Visita effettuata nel mese di Aprile 2002

 

   

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