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Una mattinata a San Benedetto di Lugana da Zenato
di Mario Crosta

I vigneti di Zenato si trovano a San Benedetto di Lugana, appena fuori Peschiera sul Garda, proprio sulle dolci colline della riviera meridionale del lago di Garda. Fondata negli anni ’60, l’Azienda Vitivinicola Zenato è una ditta a conduzione famigliare e per il suo fondatore e direttore Sergio Zenato è diventata un’autentica passione che ha saputo trasmettere, grazie alla moglie Carla, anche ai figli Alberto e Nadia, che con grande entusiasmo lavorano con loro. Uomo di idee molto chiare e di imprenditorialità indiscussa (e come ogni grande uomo ha accanto una grandissima donna), ha saputo sposare la tradizione vitivinicola dei monaci benedettini che abitavano da queste parti e quella dei suoi genitori con la modernità delle più avanzate tecnologie enologiche. Cosa che non era assolutamente normale quarant’anni fa nel generoso Veneto della campagna più genuina, quando rischiare da soli voleva dire scommettere con la sorte ed essere capaci anche di non farsi mangiare dalle banche. Loro ci sono riusciti.

Oggi alla famiglia Zenato appartiene l’Azienda Agricola Santa Cristina con i suoi suggestivi vigneti ai piedi del borgo di San Benedetto, sul fianco meridionale, il cuore stesso dell’anfiteatro morenico del Lugana, circa 40 ettari dai suoli di straordinaria qualità. Nel particolare microclima di questo piccolo altipiano, in una posizione protetta alle spalle dalle basse colline rivierasche, le viti danno grappoli stupendi. Negli anni ’70 la ditta ha cominciato ad esportare in Europa e negli anni ’80 anche verso gli USA e attualmente questi vini perfetti sono sulla tavola dei più prestigiosi ristoranti di tutto il mondo, dal Brasile al Giappone fino alla Polonia. Nonostante la presenza piuttosto recente sui mercati internazionali, i vini di Zenato sono già riconosciuti tra i migliori e non solo del Veneto, come risulta dalla quantità di premi e riconoscimenti ottenuti a tanti concorsi, nonché dagli elevati punteggi assegnati dalle riviste specializzate anche straniere nel corso degli ultimi anni, quelle che riconoscono i risultati spettacolari della tecnologia e dell’organizzazione moderna in cantina quando sono unite all’esperienza ed alla passione.

In effetti, come dice spesso Alberto, il figlio maggiore che si occupa personalmente dei vigneti e della vinificazione, da tre generazioni in famiglia si applica una regola non scritta che è insieme punto di partenza e scopo del lavoro di ciascuno: ottenere una tale qualità di vino che possa rendere tutti fieri di ogni singola bottiglia che lascia la cantina. Questo vuol dire attenzione continua, particolare rispetto, amorevoli cure e grande ordine in vigna, le rose all’inizio dei filari, la rucola ai piedi dei ceppi, zappature frequenti, anche più di tre o quattro volte l’anno, come sottolinea Nadia, piante un po’ più basse per trasmettere meglio il tepore dei suoli agli acini, perfino un impianto di riscaldamento sotterraneo per il vigneto, durante i mesi del gelo. Inoltre, la selezione primaverile dei grappoli (che lascia soltanto i migliori sui ceppi), un’ottima densità di piantumazione e le costanti cure e pulizie delle parti vegetali assicurano la raccolta di uve sanissime con rese più basse. La scelta dei lieviti, la pulizia e l’igiene sono mantenuti con crescente attenzione in tutta la cantina, si avverte la ventilazione naturale anche fra le file delle barriques e non ci sono muffe in nessun angolo tra le volte a mattoni. Il processo di vinificazione, che avviene sopra la cantina di maturazione, tutto acciaio inossidabile con controllo di temperatura, è un modello di ordine e di decoro.

Saranno forse piccole cose, in fondo il vino è un prodotto naturale, ma ognuna di queste umili attività, quando è condotta con il massimo dell’intelligenza lavorativa, anche se incide notevolmente sui costi ripaga sempre in termini di alta qualità del vino. Ci vuole un coraggio da leone ad investire cospicue somme in risorse tecniche ed in formazione del personale per prodotti che daranno dei risultati economici soltanto alcuni anni più in là, per i nuovi vini non si sa nemmeno come incontreranno il gusto degli appassionati... Ma quando si lavora con tale spirito di padre in figlio, la clientela sa riconoscere in questi vini che consuma con grande piacevolezza quel grande valore che tradizione, passione e tecnologia hanno messo nella bottiglia. Si sente il fresco buon profumo della terra e della vegetazione, del sole e dell’uva, il vino non si nasconde sotto altri aromi che non appartengono né alla varietà da cui è generato né al territorio che lo ha allevato, anzi si sposa meglio con le fragranti pietanze della straordinaria cucina cui è destinato, come il Ripassa per la costata alla fiorentina ed il Lugana Riserva per i crostacei.

Bisogna dire subito una cosa, che lascia il segno in chiunque arrivi alla cantina. Sono gente dal cuore molto grande, generoso, schietto, alla mano, nasce una sintonia immediata. Camino acceso nella saletta rustica del podere Massoni, quattro camere pronte per gli amici che giungono da lontano, atmosfera famigliare d’altri tempi, certamente la stessa in cui vissero i nonni, di cui si avverte la presenza anche quando se ne parla appena, sui volti si notano gli occhi lucidi, si pensa subito a quali fatiche e sacrifici furono necessari per poter emergere con la qualità del vino in un mondo che fino a pochi anni fa premiava soltanto i furbi.

Quando si parla di queste generazioni di umili, ma autentici, fondatori della nostra patria, viene subito immediato chiedere il perchè di una bottiglia di Amarone già aperta e portata appositamente lì e messa sulla tavola con sentimento. Questi Amarone sono più buoni quando sono aperti il giorno prima, forse anche due, suggerisce Sergio. Due anni e mezzo in botti medie di rovere di Slavonia e un anno in bottiglia non sono uno scherzo per vini che amano l’aria aperta e la libertà ed esprimono il meglio di se stessi in questo modo singolare, ben noto agli anziani, che ne consigliano anche una temperatura di beva che possa variare da quella di cantina a quella da tavola, in modo da sprigionare in successione ordinata tutti gli aromi ed i gusti di cui sono capaci, un fiore dopo l’altro.

Una vera sorpresa l’Amarone Riserva Sergio Zenato bevuto in questa maniera, osiamo pronunciare un termine che non si può più, maledetti francesi, cioè l’eccellenza, il „cru” da cui si ricava anche il Ripassa Riserva Sergio Zenato (vigneto Sant’Ambrogio, collina sui 200/250 metri s.l.m., 3000 piante per ettaro, 19 gemme per ceppo). Il Ripassa è figlio prediletto dell’Amarone, in quanto è un vino Valpolicella già pronto che a febbraio preferisce passare sulle stesse vinacce che in quel mese sono state appena pigiate (dopo l’appassimento in piccole cassette, grappoli soltanto affiancati ad un solo strato) per fare l’Amarone. Quindi rifermenta ancora cinque giorni e si riscalda il cuore, prendendo tutti i colori, i profumi ed i sapori della frutta a grappolo, matura altri 18 mesi, parte in grandi botti di rovere di Slavonia e parte in barriques, poi almeno sei mesi di affinamento in bottiglia. Intenso, fine, armonico, vellutato, persistente, corposo, una vera goduria.

Se i rossi scatenano meraviglia e ci riportano a ben altri tempi, alle castagne ed alle pannocchie arrosto, è con i bianchi che il futuro appare più bello, almeno per le trasparenze adamantine ed il sapore cristallino dei meravigliosi vini bianchi dell’Azienda, a partire da un fragrantissimo Chardonnay. Buono il Lugana Riserva Sergio Zenato (invenzione della moglie Carla e della figlia Nadia, assicura Sergio), molto richiesto e premiato, nato per soddisfare il gusto del mercato americano, ma noi anzianotti, si ride e si scherza, continuiamo a preferire il Lugana di San Benedetto normale, quello con il gusto pulito della tradizione famigliare.

Fra tutti i grandi vini di Zenato, vorrei spendere una parola proprio per quest’ultimo (last but not least), che a mio parere rappresenta meglio questo territorio e la sua gente, anche per la mia dichiarata simpatia per tutti i vini che non sono artefatti per esigenze commerciali, quei vini che forse non riceveranno i premi della cosiddetta critica impegnata (dedita ormai ad applaudirsi fra vini che solo i collezionisti possono permettersi), ma che sono più graditi certamente in tavola.

Questo piccolo tesoro forse non avrà l’abito da sera e la gioielleria di marca, ma le sue scarpe portano lontano, nella sua semplicità c’è dentro tutto il sogno di chi ha deciso a suo tempo di fare grossi sacrifici per metter su cantina e farsi strada anzitutto fra i severi critici del posto, abituati ai sapori della tradizione, alle ragazze dalle gote rosse, ai bambini in triciclo in mezzo alle oche ed alle feste di campagna con la fisarmonica. Perciò: Lugana di San Benedetto 2001 Zenato. La sua produzione è limitata. Ha un colore giallo paglierino con riflessi verdognoli, profumo delicato e gradevole, sapore fresco, morbido, carezzevole. Gradazione minima 12%. Vitigno: trebbiano di Lugana al 100%. Altitudine media dei terreni: da 60 a 80 metri s.l.m. Tipologia del terreno cretaceo-argilloso, sistema d’allevamento guyot semplice o doppio ma corto, densità d’impianto da 3700 a 4000 piante per ettaro, resa massima 100 quintali d’uva per ettaro. Raccolta manuale e vendemmia fra l’ultima decade di settembre e la prima decade di ottobre. Pressatura orizzontale soffice e fermentazione in acciaio inox a temperatura 18/20°C.

È un vino di grande piacevolezza, adatto con i pesciolini fritti, i pesci del lago ma anche quelli provenienti dall’Adriatico, soprattutto le anguille, niente male con le salsicce, i salumi ed il pane sfornato, i formaggi freschi, tutti i primi piatti delicati e genuini della cucina campagnola. Questo Lugana è vino di compagnia, un bell’aperitivo che ci fa poi dimenticare, un bicchiere dopo l’altro, che ancora si deve pranzare, il vino bianco più sincero che ci si possa augurare. Tutto Sergio, compreso i suoi simpatici capelli bianchi e la sua cordialità.

La moglie e la figlia si sono coalizzate invece (ah! benvenute donne del vino...) per il bel vestito del Lugana Riserva, dalle viti più vecchie del podere e con una produzione limitata a 70 quintali per ettaro. Una raccolta leggermente tardiva, fermentazione in barrique per circa 3 settimane, dopo i primi 3-4 giorni in serbatoi inox, maturazione in barriques nuove per circa tre mesi, affinamento con ritorno per sei mesi in serbatoi inox e per altrettanti in bottiglia, prima della commercializzazione, vino per lo più destinato ai ai gusti cosiddetti internazionali. Il colore è oro chiaro con riflessi brillanti. Al naso si evidenziano profumi più intensi e fini note floreali, anche di cedro e di frutta esotica. Il gusto si presenta ben equilibrato, con persistente percezione aromatica, evidente lo spessore cosiddetto internazionale rispetto al primo, sembrano proprio due generazioni simpaticamente in conflitto. Adatto ad innumerevoli abbinamenti gastronomici, specie di pesce, crostacei, frutti di mare, è superbo anche da solo. Però con Sergio ci strizziamo l’occhio, checché ne dicano i mercati d’oltreoceano, il nostro Lugana San Benedetto senza fronzoli è ancora un buon fratello maggiore, per niente antiquato e soprattutto non è caro, se ne può bere di più.

Scusate se è poco.

15 aprile 2003

 

   

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