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Beppe Rinaldi. La forza dell'Idea
di Fernando Pardini
Prima
dei vini l'uomo. E insieme all'uomo le idee, la storia, i paesaggi -o
i passaggi- di una Langa che cambia, la rabbia e l'impegno, le radici
e le ragioni di un praticar la vigna. Giuseppe Rinaldi, da Barolo,
detto Beppe, di antica famiglia vignaiola, è un uomo che non puoi
dimenticare e di cui bisogna parlare prima ancora che dei suoi vini. La
sua personalità, di contadina avvedutezza, e la sua figura si stagliano
forti nei contorni netti e fulminanti di un limpido tramonto invernale
vissuto en plein air nei luoghi del suo agire. Intelligenza, ironia,
corrosività, determinazione sono componenti ineludibili di quella
personalità.
Conoscere Beppe Rinaldi significa averne di ritorno propedeutici racconti
di vita, visioni di ciò che la Langa è stata, di ciò
che si appresta a divenire, con le sue meraviglie e le sue storture, visioni
che servono maledettamente a lenire lo struggimento di ogni curioso viandante
enofilo, quello della non appartenenza ai luoghi belli che frequenta e
sfiora. Beppe Rinaldi non ha peli sulla lingua e non si nasconde dietro
un dito per far capire le sue radicate convinzioni. Il suo eloquio poi
è scandito da parole che fluiscono lente, sospese, ben distanziate,
periodo dopo periodo, quasi dovesse fissare bene in testa i concetti nell'attimo
esatto in cui gli stessi se ne escono, prendendo forma e suono di parola.
Spesso, in quegli attimi, chiude gli occhi, ed è così che
ho avuto d'incanto la sensazione che la mia capacità di ricezione
ne risultasse amplificata. Come se i pensieri che ti sei fatto nella testa,
confusi e restìi alla parola, d'un tratto fossero stati finalmente
fissati, chiariti, rivelati, liberati. Di quel giorno infatti- e sono
già passati due mesi - ricordo quasi ogni suo gesto, ogni sua occhiata,
ogni sua frase, senza niente avermi appuntato. Non capita così
sovente. Se poi ci unisci l'istantanea immedesimazione per la sua risata
singhiozzante, felina, sorniona beh, diciamo che è impossibile
resistere alla simpatìa magnetica del personaggio.
Nei suoi pensieri, e nei concetti, c'è il rispetto, sì,
soprattutto il rispetto. Questo mi è parso il leit motiv del suo
parlare contadino. Rispetto di ciò che la Langa è stata,
e che in parte non lo è più, basti pensare all'abbandono
della promiscuità colturale (che è anche abbandono della
promiscuità culturale, oltre che strategia agricola rischiosa e
monotematica) ad esclusivo favore della vigna, o peggio, allo scempio
che pezzi di Langa stanno subendo, in luoghi improvvidi e magari poco
vocati per regalarci vigne incerte, con i vecchi boschi uccisi, gli equilibri
spezzati. Rispetto della natura, questo è. E rispetto degli uomini
che hanno fatto la Langa vinicola. Sì, pretendere rispetto e provare
orgoglio per ciò che si è saputo fare e creare in Langa.
La forza del territorio sta nell'unione di intenti- come l'istituto della
docg - e in un nome che si pronuncia -nel mondo intero- Barolo; la forza
sta nel cercare rabbiosamente- ieri come oggi- il massimo dalle proprie
vigne, nella bellissima lotta quotidiana per crescere uve nebbiolo sane
e ricche. Ben vengano gli stili diversi, agronomici od enologici, non
dimenticandoci però della peculiarità la più grande
dei vini barolo: la capacità di invecchiare con orgoglio, e nella
"vecchiaia" esplodere, di resistere alle insidie del tempo per
rivelarsi sempre vivi. Lì si misura la differenza, lì sta
forse l'unicità.
Beppe conosce la sua terra a menadito e se ne allontana a malincuore,
anche se come tutti i sognatori anarchici ama la strada, la motocicletta
ed il viaggio. Mi racconta della profonda impressione ricevuta dalla Cote
d'Or borgognona, di quanta cultura e dignità abbia percepito in
quei contadini, di quanta serietà ed intransigenza nel campo loro
agricolo, e quanto questa intransigenza/rispetto sia palpabile dal solo
guardarsi attorno. Un esempio per tutti. Mi racconta soprattutto delle
pieghe secolari della terra di Barolo, dei movimenti e dei venti, delle
correnti d'aria e dei terroirs. Non è un topo di cantina, ama l'aria
aperta ed i filari, nel perenne tentativo un giorno di poterli imparare
sul serio quei filari. Naturale in inverno incontrarlo a piantar nuovi
pali al vigneto Ravera.
Coltiva con rispetto antico 7 ettari di vigna che furono del padre e del
nonno, in prestigiosi cru di Barolo: Cannubi (parcella
San Lorenzo), Brunate (già in odor di La Morra),
Le Coste - proprio sotto casa - e Ravera.
E come i padri i suoi barolo non derivano da vigna singola bensì
da diversi appezzamenti, naturalmente declamati alla bisogna nelle sue
etichette old fashioned: Brunate-Le Coste, San
Lorenzo-Ravera. Il blend a parer suo favorisce l'equilibrio,
mitiga ed esalta assieme: è così che la straordinaria maturazione
che trasmette ai grappoli il microclima delle Brunate o dei Cannubi viene
"rinvigorita" dalle uve derivanti dalle fresche zone delle Coste
o del Ravera, naturalmente più acide. Beppe Rinaldi, se gli parli
di vino, odia le parole "fruttato" e "pronto". Ti
dice: "vorrei che il mio vino non fosse mai pronto", e senti
che ci crede davvero. Lui ama i terziari, e gioventù significa,
come nella vita, ribellione agli accomodamenti, in altre parola scalpitante
ritrosia, finanche ruvidità tannica. E' quando arrivano i terziari
profondi che gli si apre il cuore. In quel momento, se ci sono, escono
fuori razza e distinzione. Per questo i suoi vini sono vini da attendere.
Sempre. O almeno questo il sogno.
Beppe Rinaldi è un vignaiolo avveduto ed un fine pensatore, molto
informato sui fatti del mondo e sempre pronto, per scuola di vita e di
pensiero, a dare battaglia per un fine condivisibile e rispettoso dei
luoghi e della identità di una Langa profondamente sentìta.
E' un ribelle consapevole di cui essergli amico è un vanto. Nella
vecchia cantina nel frattempo vi respiri un aria d'altri tempi eppure
ne apprezzi la precisione e la pulizia. Polverose bottiglie di vecchie
gloriose annate ammiccano quali sirene dagli anfratti delle fresche mura
intorno mentre dà bella mostra di sé lo stimatissimo tino
troncoconico di rovere dove passano tutti i vini ( o quasi) a fermentare.
Macerazione lunga e tanto legno grande, di stampo antico, questo l'insegnamento
ricevuto e questo il futuro enoico in casa Rinaldi.
L'ho
detto però, in cantina resiste poco. Preferisce prenderti e scorazzarti
in jeep per odorare un pò di Langa. Il tramonto luminoso che ho
ammirato quel giorno dalla sommità del vigneto Brunate è
stato l'unico momento dove ho perso il filo. Perché i pensieri
andavano troppo in fretta, ben aldilà del contingente. In quei
momenti non sono stato capace di manifestare la meraviglia che avevo dentro,
di far capire quanta me ne davano quella terra e quelle viti spoglie di
frutto, scure e silenziose nell'incipiente notte langarola, o quella compagnia.
No, Beppe non sa della mia felicità nell'averlo conosciuto né
della speranza che nutro nel reincontrarlo amico un giorno. Per adesso
posso dire che non c'è spazio per parlare dei vini, dei suoi straordinari,
terragni barolo. Per loro varrà la pena soffermarsi più
in là - con parole dedicate- attendendoli. Oggi c'è un uomo
vero di Langa da raccontare, e una filosofia di accostarsi alla terra,
percepirne i battiti, tramutarli in pensieri liquidi che richiede ascolto
e, una volta di più, profondissimo rispetto.
GIUSEPPE RINALDI
Via Monforte, 3 - 12060 Barolo (Cn)
tel. 0173 56156
Visita effettuata nel febbraio 2003
9 maggio 2003
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