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Un Fiore tra i ronchi.
Azienda Agricola Castelluccio di Modigliana (Forlì)
di Fernando Pardini
Lo
ammetto. Non credevo che le colline forlivesi fossero tanto belle. Certo
ero partito fiducioso, ben disposto, rilassato. Trascorrere un paio di
giorni tra utile e dilettevole nella poco praticata Romagna mi aveva infuso
un pacifico senso di calma già prima di mettervi piede. Però
non avrei mai creduto in una così forte immedesimazione, non avrei
mai pensato che quelle terre sarebbero state in grado di far "pesare"
il loro richiamo. È stato un richiamo intriso di generosità,
di genuinità, di accoglienza, di natura e naturalezza, di quelli
a cui so resistere ben poco, al punto da rimuginare già su un prossimo
ritorno. Insieme al paesaggio e ai luoghi però, ha influito positivamente
(e questo ben prima di partire) la consapevolezza di un incontro certo,
pianificato ed ambìto, quello con la mitica Castelluccio ed il
suo corso nuovo, targato - a quattro mani - Vittorio e Claudio Fiore.
Eh
già, difatti lo spunto per andare me lo ha fornito (e di questo
non sa quanto gliene sia grato) un giovane romagnolo di bella speranza,
a me sconosciuto fin'allora, Marco Bonanni, il quale dalla sua
Santarcangelo ha pensato bene di unire in auspicabile matrimonio l'arte
e l'enologia della sua terra, proponendo ed organizzando una intera giornata
en plain air lassù sui ronchi di Castelluccio, in piena
via dei Gessi, facendo incontrare vini e vignaioli di una cantina che
si appresta a percorrere un futuro nuovo e radioso con un nutrito gruppetto
di pittori locali, unitisi amichevoli e compatti in movimento, "La
Santarcangelo dei Pittori", al fine di poter derivare, essi pittori,
da quei vignaioli, da quei luoghi, ma soprattutto da quei vini, suggestioni
e stimoli capaci di far muovere il pennello, agitare i colori, animare
le forme, turbinar le tavolozze. Interpretazione, presa di possesso, introiezione
e messaggio: ci sono molti stimoli, e molte cose belle, anche in un piccolo
evento; se riesci a viverne le sfumature, se sei pronto ad accogliere
e ad ascoltare, se il tutto si avvicina all'istintiva naturalezza della
condivisione, ebbene anche da un piccolo evento puoi trarne forza e bellezza,
come pittore da una tela.
Quel
piccolo evento infatti è stato in grado di farmi capire da un lato
la volontà e la giovanile determinazione, alimentata pure da vini
autenticamente belli, rivelatami nei modi e nei gesti da Claudio e
Veruska Fiore, le anime vere della Castelluccio di oggi; dall'altro
di farmi intuire l'importanza dell'amicizia e del sentirsi uniti, sfiorata
negli sguardi, nella risata genuina e sorniona, nella allegria contaminante
e nella sensibilità di quei pittori romagnoli, dai cui dipinti
- e non li conosco - traspare limpida, senza filtri, la voglia di comunicare
la semplicità e il dono grande della vita in sé per sé;
da quei dipinti ho la terra, la gioia, l'incanto e una sottile, salutare
vena malinconica, da viversi in sintonia con le cose care, con tutti quei
particolari, o quegli oggetti, all'apparenza usuali ma che si ammantano
di valore e sapienza al solo prestargli ascolto, al punto tale da acquisire
immensa dignità.
Io
mi ricordavo bene di Castelluccio, ma non per esservi già stato
prima, no; é un ricordo di letture, che scandivano a volte talune
mie serate ragazzine. Erano letture che parlavano di vino e che mi raccontavano
della piccola rivoluzione romagnola fatta da un lungimirante appassionato,
scopertosi vignaiolo, nella metà degli anni 70. Gianmatteo Baldi,
fortemente influenzato dalla qualità vinicola d'Oltralpe ma altrettanto
curioso e bramoso di sperimentare in proprio, piantò filari su
in alto, nei ronchi calcarei forlivesi che disegnano oblique geometrie
tra le colline, rendendole insieme spoglie e suggestive; ma le piantò
secondo un concetto destinato a divenire un modello per tutti coloro che
avrebbero preteso, ricercato almeno, la qualità spinta a partir
dalla vigna: decise di adottare impianti fitti e di adoprarsi con basse
rese.
Confidava
istintivamente poi in quegli autentici lieux-dit chiamati ronchi, che
con il tempo e l'esperienza si sarebbero dimostrati capaci, un per l'altro,
di contribuire spesso ad un unicuum elettivo e distintivo in senso microclimatico.
Decise poi, altro fatto innovativo, di produrre per cru, ottenendo vini
da singolo ronco. La scelta delle uve cadde sul sangiovese per le rosse
e sul sauvignon per le bianche. Pensò da subito all'impiego dei
carati e così cominciò, cercando con tanta buona volontà
di perseguire quella che per lui era un'enorme, inevitabile passione.
L'attenzione che richiedeva questo tipo di approccio lo portò ben
presto a richiedere l'apporto di una professionalità per niente
praticata in campo agro-enologico a quei tempi: il consulente. Fu così
che nel 1979 ai Ronchi di Castelluccio fece la sua comparsa un personaggio
che oggi come oggi (ma neanche ieri) non ha certo bisogno di presentazioni:
Vittorio Fiore.
Fu
grazie al buon Vittorio se l'azienda intraprese decisamente la strada
della visibilità, strada che nella Romagna di allora ( ma in un
certo qual modo alcune "sensibilità" non è che
siano cambiate più di tanto neanche adesso) suscitò molti
interrogativi da parte degli addetti ai lavori locali, il cui concetto
di vigna e di vino era lontano mille miglia da quello proposto su ai ronchi.
Poi, dopo una decina d'anni di collaborazione fruttuosa e propositiva,
Vittorio lasciò. Non sono sicuro, ma dalle sue parole di oggi il
primo amore - come suol dirsi - non si scorda mai e penso che a Vittorio
quella scommessa affascinante e ardua di elevare dal silenzio e dalla
ovvietà una vitivinicoltura con molti lati ed aspetti da scoprire
e valorizzare, gli sia rimasta nel cuore. Questa la ragione forse che
lo ha visto accorrere di nuovo a Castelluccio- corroborato nella missione
dalla forza nuova familiare chiamata Claudio, figlio ed enologo anch'esso-
nel 1999 per rinvigorire un'immagine via via leggermente appannatasi.
La famiglia Fiore entra da quell'anno direttamente nella società
come proprietaria e ne prende le redini della gestione agricola-enologica
impiegandovi a tempo pieno il giovane Claudio e la moglie Veruska (autenticamente,
veracemente toscana nonostante il nome).
Si gira pagina quindi, e si investe: in
cantina, in tecnologia, in vigna. Oggi ne apprendo i primi risultati liquidi
e ne resto ammaliato. Quei vini sembrano aver assorbito, d'incanto, tutti
gli insegnamenti che Vittorio da molti anni cerca di trasporre liquidi:
la personalità e l'equilibrio, l'eleganza espositiva, la complessità
unita alla istintiva bevibilità. Li percepisco limpidi ad ogni
nuovo bicchiere, su su, dai base ai cru.
Non
nascondo l'emozione nell'avvicinarmi al mitico Ronco del Re, un
sauvignon in purezza elettivo e diverso, da molti anni chicca, lustro
e vanto di questa fattoria, che proprio Vittorio salvò dall'oblìo
(fine 70 primi anni 80) accorgendosi che tre o quattro barriques contenenti
le prime prove di affinamento - già destinate ad allietare le fatiche
della vendemmia ai contadini del luogo - contenevano in realtà
qualcosa di sorprendente. Oggi mi incontro con il Ronco del Re 1999
e lo trovo sgargiante e denso nella sua veste gialla, con profumi molto
personali e raffinati, in cui elegiaca mi appare la liason tra frutto
e rovere, e dove cangianti si rincorrono le suggestioni: le erbe aromatiche
e la frutta esotica, la limoncella e i fiorellini bianchi in mazzo,i riflessi
di mandorla e lo struggente fumé. Con l'aria, se le attendi, rifulgono
appieno le fresche note balsamiche e verdi. Ne apprezzerai il sincero
ammiccamento minerale così come i rintocchi mai banali di vaniglia
e burro d'arachidi. In bocca rigorosa è la stoffa, percuttiva la
sapidità, piena la sostanza. Caldo e secco, di avvolgente progressione,
ci senti la terra e ti senti bene.
Invece,
il mio Ronco dei Ciliegi 1999 - sangiovese da ronco singolo che
ha una storia dietro a sè - si manifesta dignitoso e compatto in
quell'abito rubino/granato ricco ed austero allo stesso tempo. Vola rarefatto
lo spettro aromatico, su impronta quasi chiantigiana: terra bagnata, more
di rovo, ciliegia e tanto sotto bosco. La bocca è tirata nel frutto,
asciutta e vigorosa con una bella integrazione tannica, leggiadra e senza
asperità. E' bello soffermarsi con lui e masticarlo, chiudere gli
occhi e scoprirne, sincero, lo spirito sangiovesista.
Affascinante
infine il Ronco delle Ginestre 1999, anch'esso sangiovese in purezza
che mi provien dal ronco omonimo, che fin dall'approccio dimostra una
personalità olfattiva più vivace e caratteriale rispetto
all'austerità e alla struggente introversione del Ciliegi. Naso
intriso di frutto rosso maturo, pulsante, fresco, progressivo, pieno,
giovanile, a cui fanno da contrappunto la pierre à fusil, la roccia,
la striscia di vaniglia. Bocca sapida, ancor'asciutta, nobile, rigorosa,
coerente, di lunga e fascinosa diffusione, esemplare per estrazione tannica,
da ricordare per reiterato equilibrio e stile, per armonia sottesa e sfumature
sfumate. Un ineludibile incontro, che fa capire di potenzialità
e futuro. Di quanta dignità e bellezza siano capaci quelle strambe
geometrie pendenti chiamate ronchi. Di quante sorprese si possano estrarre
dal cilindro della generosa Romagna vinicola se solo la si affrontasse
con piglio deciso, rabbioso e determinato.
Alla
fine, di quel giorno ho l'assoluta certezza dei vini. Nuovi. Di razza
romagnola. Di quel giorno conservo la visione, fulgida, di una persona
umile e grande, che sa del suo lavoro e sa del rispetto, per la terra
e per gli uomini. Sono le persone come Vittorio Fiore che mi ispirano,
molto più di altre, sentimenti di viva e sincera ammirazione. Ogni
loro parola un mattoncino, un insegnamento - e lui non lo sa - per la
mia lenta, progressiva costruzione in itinere; ogni loro parola un'infusione
di passione e di saggezza.
Di quel giorno ho il sorriso e la simpatia
di Veruska, la forza e la volontà di Claudio Fiore, gli imbarazzi
e la felicità di Marco Bonanni, ideatore dell'incontro. Di quel
giorno il senso dell'accoglienza e dello scambio.
....
Giù per le strade strette ed ondulate che mi allontanavano da Castelluccio,
la luce calda e pura del sole pomeridiano metteva a fuoco prepotentemente
i dintorni: le sagome, la terra, gli alberi e le cose tutte. Davvero,
per un attimo, la dirupata vastità dei calanchi mi é apparsa
cosparsa - ovunque - di nuovi germogli. C'erano fiori tra i ronchi, e
non era stagione.
(11/12/2002)
Visita effettuata nel mese di Settembre 2002
Si ringraziano Marco Bonanni e l'enoteca-formaggeria Girometti di Santarcangelo
di Romagna (www.girometti-formaggi.web.com)
per le idee e le suggestioni golose; i pittori di Santarcangelo per esserci.
Le immagini, oltre ai calanchi forlivesi,
riproducono le opere dedicate all'evento, avute per gentile concessione
degli stessi pittori, di cui vi dico i nomi: Giorgio Boschi, Ivan Fiori,
Oliviero Baiocchi, Sergio Ruggieri, Augusto Montevecchi, Antonio Urbinati,
Franco Tanzi
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