L'appunto al vino di Fernando Pardini
Il vino: Barbaresco
DOCG Gaiun Martinenga 2000 - Tenute Cisa Asinari dei Marchesi di Gresy
Sotto-zona/cru: Vigneto
Gaiun, alla Martinenga di Barbaresco (CN)
Data assaggi: novembre
2005
Il commento:
Il
rosso granato, di mirabile consistenza e lucentezza, ha molte trasparenze
dalla sua e sa come farle brillare. Senza spiegarmelo, quel bicchiere
mi infonde tenerezza già al primo sguardo. Il naso sfaccettato
e dinamico poi, finissimo e floreal-speziato, denso di marasca e sfumato
da nobili desinenze fumé, si fa struggente, caldo e soavemente
malinconico via via che respira aria. Aumentano così spessore
e profondità. Me ne accorgo da quando riesco a cogliervi imperiose
le note di bacca di cipresso, menta, liquirizia, noce moscata e scorza
d'arancio. Me ne accorgo dalla confusione beata e dal coinvolgimento.
Dopo di lui una bocca di seta e razza, che esplode a mezza via e si
dilata, diffondendosi con un abbraccio forte su scia di liquirizia e
goudron. I tannini preziosi e croccanti, il rovere che docile si smussa
in una sensazione via via più carnosa e dolce, la maturità
del frutto piena e sotto controllo, la tessitura e il portamento, concorrono
alla bellezza di questo bicchiere nebbiolesco classico e sentimentale,
di irraggiungibile eleganza e seducente complicità. Forza e purezza
di spirito, vocazione e identità: i quattro pilastri di un privilegio
li potrai avere a prezzi non amichevoli di 50 euro o giù di lì.
Ma questo è vino delle feste, per di più nobile e saggio.
Val la pena concedersi. Di ritorno ne avrete un intimo arricchimento.
Come cogliere un bagliore di purezza in mezzo a tanta confusione.
La chiosa:
Immaginate
di inventare una storia vignaiola contemporanea facendola interpretare
ad un nobile rampollo di altrettanto nobile casata, di quelle che han
fatto la storia di un territorio, tipo Grésy. Fatelo innamorare
della propria terra e dei suoi significati (non è difficile).
Sinceratevi però che si tratti di un nobile atipico e poco omologabile
(e qui le cose si complicano), al quale per esempio stiano stretti i
salamelecchi e le ingessature del bon ton ma che abbia nelle sue corde
uno "scanzonato" understatement e una simpatia quasi "popolare",
da trasformarsi d'incanto in indefessa serietà al solo trattare
delle cose della terra. Poi mettetelo alla testa di una maison vinicola
storica e importante, a fare e brigare. Affiancategli uno staff funzionale
e accorto, ché la terra è tanta, capitanato da un giovane
enologo generoso, appassionato,timido e cordiale, senza prosopopea,
magari autoctono, infine cospargete il tutto con un mare di vigna elettivo,
disposto alla bisogna in una conca beata.
Bene,
non avete inventato niente che non esista di già. La storia esiste
eccome, ha i suoi bravi protagonisti reali e non la racchiudi di certo
nello spazio di una chiosa. Perché, a ben vedere, è storia
con passato presente e futuro, difficile da svicolare e passare oltre,
figuriamoci da chiosare. I nomi per questa storia ce li abbiamo: Alberto
di Gresy è il nobiluomo "poco pacificato", Marco
Dotta è l'enologo indigeno, Martinenga il cru del
privilegio, con il cuore di marna azzurra. La terra madre è quella
di Langa, sponda Barbaresco. Tutto il resto fate che diventi esperienza.
Ne varrà la pena. Non affidatevi alle parole magre di uno scribacchino
ingenuo e
invaghito.
Provate, camminate, parlate, conoscete ed assaggiate. Da quei vini ne
ricaverete una idea di raffinatezza dai mille rimandi che ha pochi eguali
nel panorama langarolo. Lì dentro vi troverete una nobiltà
espressiva rara e preziosa, una impalpabile eppur chiarissima trasposizione
di umori, un'appartenenza conclamata ai voleri del terroir. Non una
sovraesposizione, non una sfocatura. Lì dentro vi attenderà
una affascinante storia nella storia. Merita di più viverla che
non raccontarla. Con vini così, senza più parole, si tratteggia
il futuro. Come un segnale che passa fra le fitte disillusioni e le
strabiche derive del mondo mio amato vitivinicolo, è un futuro
che "sente" la strada e non la disperde.
27 dicembre 2005
Nelle foto: la parcella Gaiun alla Martinenga; Alberto di Grésy
(a sinistra) e Marco Dotta; panoramica dal Monte Aribaldo.