L'appunto al vino di Fernando Pardini
Il vino: Mâcon-Chaintré
Vieilles Vignes 2000 - Domaine Valette
Sotto-zona/cru: Chaintré
- Dipartimento Saone et Loire - Bourgogne
Data assaggi: marzo
2006
Il commento:
C'é
un giallo vivido e intenso che "si muove" nel mio bicchiere
di oggi, mediando i candidi pallori lunari di una giovinezza intuibile
con le "insolazioni" luminose di un frutto ben maturo. C'é
un naso vivo, intrigante e riflessivo che mi pervade in continuo divenire:
sa unire in mirabile abbraccio suggestioni di grano ( e qui il mio Luigi
Veronelli avrebbe portato il bicchiere al cuore), roccia calda, frutta
esotica, timo, pietra focaia e miele, spulciandole lentamente, senza
fretta, a realizzare un intrìco aristocratico e sfumato. Il gioco
dei rimandi continua per ore, svicolando volentieri su sbuffetti di
frutta secca, fiori bianchi e balsami fini.
C'é una bocca succosa, tutta verve e giovinezza, dalla complessa
e profonda spina acida, che mi porta a immaginare. C'é uva matura
sotto ai denti, e tiepida solarità, e una scorrevole grassezza
a gratificare, slanciata dalla vena sapida e dal nervo. Di rimando la
bocca si tende e si profila, in continuo degradare, fino a rendersi
pulita e asciutta in quel finale trascinante di sale e mandorla. C'é
un vino "artisan" che non si risparmia lo sforzo di far sentire
l'appartenenza alla sua terra, ecco cosa c'é. Profonde naturalezza,
rigore, fascino discreto, razza. Richiede tempo e ascolto attento, questo
sì. Se glieli concederai, saprà ricompensarti con una
personalità vibrante e nient'affatto urlata, di quelle che non
perdi.
La chiosa:
In
principio fu la Roche de Solutré. Da lei, dalla sua maestosa
alterigia di roccia e mito, dal suo segnare il tempo, la prima concreta
avvisaglia che il mio viaggio stava arrivando alla meta. La mia prima
Borgogna cominciò da lì. Sono passati dodici anni. Provenendo
dai monti verdi e pacifici del Beaujolais, la visione che mi si parò
dinnanzi agli occhi è una di quelle che non scordi, tanto da
essere ancor'oggi immune da dimenticanze. Ricordo pure che in quegli
istanti ho persino intuito la possibilità di essere felice. Poi
seguì il mio soggiorno a Cluny - apriti cielo - e il pellegrinaggio
verso i vigneti fantastici del Maconnais, fino al primo bicchiere di
vino locale, sorbito davanti al castello di Pouilly-Fuissé. Altri
ne seguirono. Da allora mi si aprì un mondo fatto di archetipi
e fatalità contadine, gesti e parole "piccole", e frutti
liberati, e "inattaccabili attaccamenti" alla propria terra
e alle proprie radici; un mondo nel quale far dimorare il giusto e il
bello e che nella mia dimensione di viaggiatore, consapevole della non
appartenenza, non avrei dovuto che corteggiarlo per la vita restante.
Da allora, ben oltre i cambiamenti, la beata ossessione che solo dalla
terra una strada sia possibile ancora mi sorprende e prevarica. Il bicchiere
di oggi non fa che riscoprire il nervo dolente delle mie ultime mancate
frequentazioni, lasciando intatto il senso di purezza che ho respirato
da quella campagna insieme a una maledetta, bellissima malinconia, che
spinge a tal punto da rendere necessario fermare il ricordo. D'altronde,
qualche giorno fa, i gesti e i sorrisi della signora Valette mi hanno
riportato indietro negli anni. D'incanto ho intuito la stessa fatalità,
la stessa genuinità contadina che in molti occhi e in molti sorrisi
di campagna ormai non incontro più. Il vino che ne è seguito
non poteva che assomigliare a quegli occhi. Il vino che ne è
seguito non poteva che sorridere. Grazie a bicchieri come questi può
avere un senso rimanere ingenui e attaccare ad un ricordo la voglia
di continuare.
26 aprile 2006