L'appunto al vino di Fernando Pardini
Il vino: Dolcetto
d'Acqui DOC La Muiette 2004 - Poderi Traversa Cascina Bertolotto
Sotto-zona/cru: Vigneto
Muiette - Cascina Bertolotto
Data assaggi: ottobre
2006
Il commento:
Qui
c'è un rosso rubino poco sottolineato, chiaro e luminoso, che
non si vergogna delle trasparenze. Qui c'è un naso intrigante
e finissimo, carezzevole e modulato, di terra lieve e candida florealità.
Sono suggestioni di rosellina selvatica e viola mammola, succo di lampone
e fragola; sono strie cuoiose d'accompagno e sentita mineralità.
E' un naso aereo, circuitore, irresistibile, tanto penetrante quanto
garbato nella esposizione.
Qui hai una bocca snella, agile e fresca, di gaudente bevibilità
ed ammirevole calor buono; non una sovrastruttura, non un'ostruzione,
ma una fluida succosità, una palese naturalezza, un enorme equilibrio
di vino gioviale e raffinato. E' proprio così, ho incontrato
un dolcetto acquese paradigmatico, che sa librarsi senza appesantire,
e che fa dell'agilità e del sottile intreccio aromatico le armi
legittime su cui fondare l'intrigante suo richiamo.Grazie a lui, per
una volta, mi permetto di ribaltare gli asserti di un parlare a volte
fin troppo ossequioso e prostrante: no, non è la mia Muiette
a "pinotnereggiare", casomai son certi Haut Cotes de Nuits
a " dolcetteggiare"!
Ecco qua un sorso sincero di territorio, da bere senza sosta e senza
pensieri, quale genuino compagno di ogni tavola, a 10 euro o giù
di lì nelle enoteche d'Italia. Se del caso, da ricercare con
impegno, anche se ciò comportasse di recarsi tout de suite
alla Cascina Bertolotto.
La chiosa:
Quest'estate
sono rimasto stregato dalla archetipica presenza scenica di questo Dolcetto,
ma anche dalla bellezza delle colline acquesi, appartate e ricche di
vigna. Perché pure la natura qui contribuisce a preservare una
"ingenua genuinità" negli animi dei contadini del posto,
una genuinità quasi anacronistica se solo stai alla frenesia
rampante delle moderne "strategie" agricole. Eppure, questi
luoghi non sono stati risparmiati dalle lusinghe di certe rivisitazioni
stilistiche oggi tanto in voga, da quando ti accorgi che in molti casi
la tenerezza e la suadenza dei tipici Dolcetto acquesi si è andata
vestendo di nuovi paramenti, paramenti pesanti, colorati, difficili
da indossare ma così ammiccanti da mostrare. Ecco quindi saturazioni
cromatiche, morbide vacuità, muscoli da appiccicare su corpicini
inadatti; ecco la lordure impadronirsi della scena, per affondare
carisma aromatico e leggiadria nel nome della modernità imperante.
In mezzo a questa latente confusione, c'èperò La Muiette
a sparigliare e mettere il pungolo, un dolcetto -derivato dal vecchio
vigneto omonimo in Spigno Monferrato- quale approdo sicuro per tutti
coloro che desiderano sobrietà e raffinatezza, tipicità
e naturalezza. Qui è dove la precisione del disegno non scade
mai nell'accademia, qui è dove l'acidità si fa peperina
e vibrante, il corpo sottile e la tannicità solo accennata. Qui
è dove il tempo ha ripreso a scorrere lento, eppure ne scorgi
il futuro. Solo una stonatura, del tutto formale, mi vien da ricordare:
è legata ad una controetichetta che non condivido, da quando
mi si vuol imporre questo vino come "vino da meditazione"
e la temperatura di servizio dai 18 ai 20 gradi. Dalla terza generazione
della famiglia Traversa mi aspetterei più "calzante"
la verità, perché non c'é nulla di che vergognarsi
nel proporre un vino per quello che è: in questo caso un vino
che ha nelle sue corde spensieratezza e non elucubrazione, freschezza
e non calore. Ancora, un vino portato di più alla pastasciutta
che non al selvatico cinghiale.
31 ottobre 2006