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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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L'appunto al vino di Fernando Pardini Il vino: Toscana Rosso IGT Viceré - Gimonda Sotto-zona/cru: Terricciola (PI) Data assaggi: settembre 2006 Il commento:
Ecco qua una autentica sorpresa, che spariglia e rilancia, nel nome di una composizione varietale classica (sangiovese, canaiolo e colorino), un panorama vinicolo - quale quello pisano - tanto dinamico e intraprendente quanto cocciutamente incline a contaminazioni in odor di "globalizzazione". A 14 euro o giù di lì, un moderno partigiano della toscanità. La chiosa: A volte capita di imbattersi in un vino/segno e non accorgersene. A volte. Ed è un male, perchè, ben oltre l'errore di valutazione, una prospettiva tutta nuova potrebbe rimanere orfana di parole ed incoraggiamenti. A volte capita invece che il ricordo di un vino si faccia talmente insistente da renderti persino capace di lungimiranti (si fa per dire) discorsi su passato, presente e futuro della enologia di un luogo. Prendiamo la provincia pisana per esempio: mosaico fantasioso di stili ed intendimenti diversi, negli ultimi 10-15 anni ha tentato di affrancarsi da un passato fors'anche troppo rigido e "provinciale" a suon di supertuscan, che se da un lato han consentito di aprire una linea di credito verso il territorio tutto, dal momento in cui critici ed appassionati si sono accorti di lui, dall'altro, proprio in virtù del modo spesso assai diverso di interpretare i medesimi stimoli da parte dei singoli vignaioli, hanno portato la campagna ad una sostanziale, "anarchica" disomogeneità varietale. Se ci aggiungi poi le diverse tecniche colturali messe in atto e i diversi trattamenti cantinieri, ecco che quei vini, anche di un certo spessore qualitativo, non hanno mai suggerito con forza una idea "accomunante" di territorio. In breve, sebbene non possiamo di certo tacere il dinamismo e la voglia di far bene che hanno accompagnato certe storie, non è che sia poi nata una categoria o una denominazione qualitativamente importante che potesse ricondursi a "basi" comuni, ma il tutto si è ramificato in modo neanche troppo "ordinato" nel nome di una presunta (probabilmente reale) vocazione che ognuno ha poi coltivato nel proprio orticello secondo il proprio estro, e che non di rado è sfociata in vini molto diversi fra loro, concepiti peraltro con vitigni "foresti". E' pur vero che negli ultimi anni non pochi sono stati gli investimenti
in zona, e non pochi gli appetiti, con la conseguente nascita di nuove
realtà e con lo sviluppo ulteriore di quelle già esistenti;
tutte con obiettivi qualitativi indefessi. Fra queste, ecco spuntare
la Gimonda. Un ingresso in sordina, senza rimbombi mediatici e santi
in paradiso, con una nota nuova però, che cogli da quando leggi
la composizione varietale dei suoi vini: sangiovese in primis, poi canaiolo
e colorino. Nasce un Chianti, Buscheto, fiero portavoce di una tradizione
che può ancora dire la sua con ritrovata/rinnovata dignità.
E nasce Viceré, che già mi aveva fatto drizzare le orecchie
nella vendemmia 2003 (profilo potente, caratteriale, senza peli sulla
lingua) e che oggi, grazie alla benevolenza di un millesimo generoso,
ribadisce l'asserto, sfumando l'arroganza dell'annata precedente in
una silhouette più melodica ed equilibrata: da lui mi arriva
una delle sorprese toscane più belle dell'anno, da cui mi è
parso di individuare un segno, o una illusione. Invidiabile per beva
ed immedesimazione, nitidezza espressiva e "sentimento" territoriale,
è un vino questo che tenta di restituire alla magnifica campagna
pisana una ragione in più per riscoprire vocazioni sopite o forse
troppo in fretta abbandonate: una ragione perlomeno da meditare. Quanto
a me, fra qualche giorno sarò alla Gimonda, per capire di gesti
e fare alfine chiarezza, dopo che un piccolo grande vino -l'avrestri
detto mai? - mi ha beatamente stregato sul cammino. |
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