L'appunto al vino di Fernando Pardini
Il vino: Toscana
Rosso IGT Petit Verdot Lienà 2004 - Giovanni Chiappini
Sotto-zona/cru: Bolgheri
(LI)
Data assaggi: Maggio
2006
Il commento:
Qui
hai un colore importante e un seducente cromatismo; qui gli aromi profondi,
imperativi e circuitori dei piccoli frutti del bosco e delle spezie
orientali. Qui il vortice garbato degli umori in sintonia, umori freschi
e carnosi, che fluttuano all'aria senza necessità di "urlare"
la loro presenza. Tu non puoi farne a meno: li cerchi e li odori, e
non ti viene da smettere, per il timore di perderne un passaggio. Dalla
scia floreale che emerge sulla via intuisci la finezza e il chiaroscuro,
dal fondo del bicchiere la purezza dei gesti.
Una bocca melodica e sentimentale ti scuote e interroga: "possibile
una tale bellezza?". Eppure, a ben vedere, sei sicuro della tessitura,
che è tessitura da giorni di festa, in odor di seta, così
come di quel timbro tannico giovanile e croccante, di una dolcezza elegiaca.
E sei pure certo, nella confusione beata che ti prende lì per
lì, di sentire le erbe aromatiche unirsi alle suggestioni di
macchia, ed il sapore acquistare nettamente in calibro e pienezza, quale
compendio ispirato di frutto e solarità. E ti accorgi pure di
masticare succo d'uva, per averne di ritorno una espressività
senza filtri, accattivante, irresistibile, dove non c'è posto
- guarda un po' - per la fisicità. Eppure sei qui, in compagnia
di un vino generoso e forte, da cui è facile intuire la saldezza
e l'attributo virile. Sai cos'é? E' una sorpresa fulgida questo
bicchiere, per maturità, complessità e portamento, e la
felicità di un incontro fortunato mi spinge all'inimmaginabile:
che in lui dimori l'anima bolgherese finalmente rivelata, al punto tale
da acquisire un senso. Sì, un vino che se ne frega della costituzione
varietale, di autoctonie e internazionalità, e che più
lo "ascolto" più lo sento parlare livornese.
Ad un prezzo che non so (ma suppongo non troppo amichevole), con una
tiratura di 1000 pezzi, ecco un piccolo esempio di beltà senza
confini.
La chiosa:
Sono
andato a Bolgheri, una volta ancora, a curiosare. Stavolta, vedi un
po', ho incontrato un contadino. Sembrerà strano ma è
così. Nella sua generosa timidezza, nel suo sincretico parlar
chiaro, tutta la fatalità e il pragmatismo dell'uomo vero di
campagna, di colui cioé che per discendenza e necessità
la campagna suda e lavora. Lontani mille miglia gli svolazzi mediatici,
i salamelecchi e le idealità del parvenu intellettualizzato.
Da Giovanni Chiappini tutto appare fortemente dipendente dall'emergenza
assoluta di dover primaditutto asservire il lavoro, declinato come si
ritrova nel nome della funzionalità, prima ancora che della bellezza.
Solo l'ambiente attorno, se vogliamo, si ribella in qualche modo alla
razionalità del racconto. Perché in silenzio ti trafigge:
con gli emblematici suoi tagli di luce, il mare sullo sfondo, la macchia
selvaggia e la collina di Castiglioncello lassù in alto, a disegnare
i contorni di un paesaggio essenzialmente emozionale. Lui invece, Giovanni
Chiappini da Ripatransone, contadino da famiglia contadina, ti riporta
ai fatti e alla solidità della sua storia: approda a Bolgheri
con la sua famiglia negli anni '50. Pochi grilli per la testa, solo
la necessità di lavorare. D'altronde fu uno fra i tanti di una
pacifica migrazione interna che in quei tempi là portò
diversi marchigiani sulla sponda ovest toscana. A loro in larga parte
è dovuta la pratica della orticoltura nell'entroterra livornese,
e la riscoperta di quelle terre alla coltivazione. E coltivare ortaggi
non è uno scherzo, se stai alle parole di Giovanni: la giacitura,
i terreni, il rispetto assoluto dei tempi di semina, le attenzioni e
il lavorio di un raccolto mirato niente hanno da invidiare - quanto
a difficoltà - alla vite, anzi..... E' stato così che
con tanta voglia di mettersi alla prova e -diciamolo- l'intento di sfruttare
l'onda montante di un presumibile nuovo Eldorado del vino, verso la
metà degli anni '90 inizia un'altra scommessa, un'altra coltivazione.
D'altro canto, molti anni prima, nel 1978, la sua famiglia aveva acquisito
il podere Le Preselle, situato in quella peculiare enclave che per terreno,
giacitura ed esposizione avrebbe poi costituito il nucleo centrale,
paradigmatico, dell'essenza bolgherese. Nel 1994 il primo vigneto, nato
sotto l'egida importante di uno scasso fatto a regola d'arte, come spesso
non se ne vedono (e di cui si pagano poi le conseguenze). I ricordi
di infanzia, di Offida e dei rossi piceni, hanno portato Giovanni -
contro l'oggettiva difficoltà di adattamento - a non rinunciare
alla presenza del sangiovese in vigna. Grazie al suo apporto nasce il
Felciaino, uno dei pochissimi Bolgheri Rosso a base prepotente
di sangiovese, e il più semplice e diretto Ferruggini,
il vino base della casa, che lo declina in purezza. Le più adattabili
e generose uve cabernet sauvignon e merlot invece, nel solco della "tradizione"
dei luoghi, animano il vino più importante, quel Guado de'
Gemoli (prima annata 2000), dal 2003 Bolgheri Rosso Superiore, che
si sta stagliando sempre più nel panorama bolgherese per la sua
essenza di vino solare ed elegante insieme, ovvero quale compendio di
carattere e voluttà mai disgiunto però dai chiaroscuri
e dalla finezza, ciò che dovrebbe caratterizzare - nel migliore
dei casi - il terroir d'appartenenza ma che sicuramente caratterizza
la mano di questo vignaiolo. In cantina poche smancerie ma gesti sicuri:
lieviti indigeni, botti piccole di vari passaggi, nessuna chiarifica
nè filrazione. Ebbene, dalle ultime elaborazioni e sperimentazioni
in atto, ecco spuntare l'idea di una linea nuova, dai pochi numeri e
dalle leggibilissime ambizioni, chiamata Lienà in ricordo
del nomignolo con cui da sempre viene identificata la sua famiglia.
Questa linea vuole accogliere e sondare le potenzialità del suo
territorio alle prese con diversi vitigni espressi in versione monovarietale.
Nello stesso tempo, dalla politica dei piccoli numeri e dalla intenzione
a non aumentarli, il riallaccio alla vecchia tradizione contadina, laddove
il vino era il vino a tiratura familiare, confidenziale, tale appunto
da motivare le confidenze intime di un ritrovarsi amico. Ecco così
il merlot, a partire dal millesimo 2003; ecco così cabernet sauvignon,
cabernet franc e - appunto - petit verdot a partire dal 2004. Ebbene
sì, il petit verdot (vitigno difficile e tardivo, la cui maturità
tannica non è mai facile da raggiungersi) ha risposto da par
suo. Vino "romantico" e raffinato, di eclatante naturalezza
espressiva ed interiorità, ben si inserisce, amplificandolo,
nel solco dello stile della casa, fatto di giustezza, calibro, ricerca
continua di godibilità ed equilibrio, in barba alle ruffianerie
e ai massaggi. Ecco che la genuinità ruspante e senza fronzoli
di Giovanni trova compimento e slancio in un piccolo capolavoro liquido
livornese. Sì perché questo vino senza confine - e lo
dico con tutta la consapevolezza dell' amante integerrimo della autoctonia-
grida in faccia la sua splendente individualità, senza se e senza
ma, e forse tutta questa storia vuole significare che solo l'amore e
l'attaccamento verso una terra sono capaci del miracolo di liberare
frutti belli quanto inattesi. Frutti come segni, frutti che non perdi.
Di quelli per i quali le parole non fanno fatica a uscire, e magari
manco bastano al racconto che vorresti.
22 maggio 2006