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Il vino verso un consumo globalizzato:
bastano davvero territorio e riconoscibilità?
di Riccardo Farchioni
Il
mondo del vino si interroga spesso su come fronteggiare il problema di
un numero sempre crescente di soggetti che si affacciano sul mercato,
che sconvolgono vecchi schemi e rendite di posizione anche secolari. Riflettendo
su questi temi, ormai lo slogan che ricorre più spesso è:
puntare su vini riconoscibili, diversi, che riflettano il territorio,
insomma mettere in bottiglia terra, storia e cultura, come
per esempio titolava un articolo sul domenicale de la Repubblica
del 27 marzo. Ma è proprio sicuro, o è ormai una rassicurante
canzone che conosciamo a memoria e che per questo ci piace?
Un recente convegno tenutosi presso lAzienda Agricola Casafrassi
(www.casafrassi.it) in occasione
della riunione di un gruppo di piccole aziende chiantigiane associatesi
nella onlus Chianti e non solo (www.chiantienonsolo.it)
e protagoniste dellevento Chianti da scoprire
aveva come tema linflusso che può avere il mercato sul paesaggio.
Interessanti spunti di riflessione sono venuti da parte del presidente
del Consorzio del Marchio Storico del Chianti Classico Giovanni Ricasoli,
da Leonardo Raspini (agronomo e direttore della Tenuta dellOrnellaia),
del prof. Enrico Menduni, coordinatore del Master in comunicazione
dellenogastronomia dellUniversità di Siena che ha fra
laltro osservato come un nuovo sviluppo dei boschi a seguito della
specializzazione della coltivazione agricola abbia donato al paesaggio
del Chianti un carattere gotico che non aveva al tempo della
coltivazione promiscua della terra. Spunti interessanti, dunque. Ma, a
calare come una mannaia su tutti i discorsi ricorrenti è stato
lintervento del prof. Fabio Taiti, presidente del Censis
Servizi di Roma. Vediamo perché.
Territorio,
riconoscibilità
siamo proprio sicuri? Prima di tutto una
riflessione: il consumatore è diventato un soggetto razionale.
Se una volta il consumo di vino era diviso tra lo sfuso di bassa qualità
(per molti) e la bella bottiglia (per pochi), gradualmente lo spazio intermedio
è stato riempito da vini medi ma di buona fattura, gradevoli se
non buoni, e per tutte (o quasi) le tasche. E il consumatore si è
emancipato, è diventato appunto un soggetto razionale, che inserisce
consapevolmente la bottiglia di vino fra i piaceri del tempo liberato,
concetto sempre più importante in uno stile di vita nel quale si
tende a cambiare più raramente lauto per concedersi qualche
fine settimana in più in campagna.
Come si comporta questo consumatore razionale? Ebbene, la
risposta è che si comporta come chi deve comprare una lavatrice
o un televisore. Decide quanto vuole spendere, valuta le caratteristiche
in modo freddo, e solo dopo si rende conto da dove proviene il prodotto,
come sempre di meno sono quelli che comprano a priori unauto
o un televisore perché di marca italiana. E il consumo razionale
ha fatto sì che per la prima volta dopo anni non governa più
lofferta ma la domanda. Se prima la via del successo era tracciata
dal concetto "fordista" della catena del valore,
ossia la cura della produzione a monte del consumatore (investimenti
in vigna, in cantina, ecc.), oggi sta nel modo in cui ci si muove nella
ragnatela del mercato, che inizia dal consumatore in giù.
Il territorio conta, certo, ma non perché dà un certo accento
al profumo e al sapore di un vino, cosa che incanta il professionista
con una grande memoria gustativa ma che sfugge ai più; può
contare solo in quanto brand, in quanto marchio globale evocativo,
alla mente di un consumatore mondiale, di un complesso di fattori quali
paesaggio, chiese, alberghi, e che va portato avanti tutto assieme, senza
arroccamenti, particolarismi, e probabilmente abbandonando (purtroppo?)
tante specificità.
Spunti su cui riflettere, magari dissentendo, ma coscienti del fatto che
nelle realtà vitivinicole le nicchie sono difficili da salvaguardare
in un mondo che ama sempre di più fusioni, monopòli, e accentramenti.
Nelle foto:
Giovanni Ricasoli
Fabio Taiti, Enrico Menduni, Leonardo Raspini
5 aprile 2005
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