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Prosecco e pizza margherita: qualcosa non quadra? Si tratta, ovviamente, di un matrimonio combinato, con lo scopo - neanche troppo malcelato - di fornire una vetrina meridionale, di qualità e prestigio, ad un prodotto del nord dai grandi numeri di fatturato. Purtroppo, però, nei matrimoni combinati c'è da fare i conti con l'effettiva volontà della sposa, nel nostro caso con la pizza napoletana. E la pizza napoletana, per almeno due macroscopici motivi, può legittimamente rifiutare il matrimonio che oggi qualcuno le vuole imporre. 1° motivo >> Chi scrive per quasi un decennio è stato coinvolto in prima persona nel processo di sostegno alla pizza napoletana, quel processo che, grazie ad una serie di faticosissime tappe, ha portato oggi al riconoscimento della S.T.G., "Specialità Tradizionale Garantita", una protezione accordata alla pizza a livello comunitario. Il lunghissimo percorso è iniziato con gli studi della II Università di Napoli, Cattedra di Fisiologia della Nutrizione, che ha tracciato il primo disciplinare scientifico di produzione della pizza napoletana. E' stata quindi la municipalità cittadina di Napoli nel 1998 a volere con determinazione un ulteriore sostegno alla pizza e, ritenendo che la pietanza fosse un patrimonio da tutelare nell'interesse collettivo, il Comune di Napoli provvide nello stesso anno alla registrazione del marchio di processo. Un altro stadio, importantissimo, è rappresentato dal riconoscimento della norma UNI 10791, in cui è sancito il carattere artigianale della pizza, con lavorazione a mano e con l'utilizzo del forno a mattoni refrattari alimentato a legna; parallelamente nella normativa viene ribadita la necessità di utilizzare esclusivamente olio extra vergine d'oliva, pomodoro tipo S. Marzano e mozzarella di bufala DOP campana. Ebbene, sia nelle fasi di studio delle caratteristiche "da proteggere e/o codificare" della pizza napoletana sia in quelle successive all'avvenuta codifica, si è sempre posto l'accento sul vino ideale da pizza, individuandolo in un vino fresco, leggero e profumato, come un Falerno del Massico bianco, oppure in un rosso poco strutturato e poco alcolico, di buona acidità e facile beva, quale potrebbe essere, in ambito regionale, un Gragnano o meglio ancora un vino di Lettere. 2° motivo >> In tutti i corsi di sommelier nella fase finale
si studia la tecnica dell'abbinamento cibo-vino e, sia nel caso in cui
il metodo prescelto è quello del contrasto, sia nel caso del metodo
per concordanza, il criterio-guida indiscusso è quello dell'abbinamento
regionale: piatti tipici tradizionali e vini dello stesso territorio d'origine.
Questo criterio, si badi, non è fondato su una visione empirica
o più semplicemente su privilegi campanilistici, ma è ormai
assunto come una formula collaudata di degustazione, che permette di esaltare
tutte le caratteristiche organolettiche di vini e pietanze. Nell'interattività
di cibo e vino con origini comuni, nel loro mutuo scambio di aromi e fragranze,
si ottiene peraltro un equilibrio difficilmente eguagliabile, un'armonia
che non si rischia di spezzare a causa del prevalere di uno dei due gusti
sull'altro. Cosa ci resta da dire? Beh, per quanto attiene l'attuale proposta prosecco-pizza,
c'è da attendersi un repentino divorzio, o più esattamente
un
annullamento per manifesta "impotentia coeundi" dello sposo.
5 marzo 2005 Foto tratta da: www.argacampania.it |
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