|
Vignaioli trentini in tournée, prima parte Suggestioni di primavera. Di bianco Le anteprime '99 della Costa degli Etruschi Le presentazioni dei Consorzi toscani: Chianti Classico 2000 e Riserve '99, parte prima e seconda; Chianti Classico '99 Brunello di Montalcino, parte prima e seconda; Vino Nobile di Montepulciano Il banco d'assaggio Heureka Il Brunello delle donne Pisa Vini 2001 Toscana Di Vino, prima e seconda parte La Giornata degli Champagne a Firenze "Vino è piacere..." : prima e seconda parte Si fa presto a dir Vin Santo! Girovagare enoico a Villa Le Corti (prima e seconda parte) Cronache dal Winecellar Day di Johann Innerhofer: i vini esteri e gli italiani In archivio
|
Blasone per blasone, evento nell'evento, è sceso in campo pure Castello di Ama, cosa assai rara. Me ne compiaccio, anche se subito il ricordo va ad un occasione vissuta in fattoria e per esclusiva mia colpa mai raccontata. Bellissimi ne conservo però - immutati - i ricordi e le sensazioni, compreso il senso di pace terrena che mi pervase quel giorno e il culto dell'ospitalità per l'ospitalità, tastato con mano. Discendente dalle estremità climatiche dei suoi splendidi vigneti, il Chianti Classico Castello di Ama 1998 sembra risentire maggiormente dell'annata difficile e sconta così qualche grado di compiacimento in meno rispetto al vino dell'esordio, targato 1997. Comunque elegante l'esposizione aromatica, molto tipica, rarefatta, gentile, giocata e bilanciata su note fruttate, floreali e speziate. Bocca di coerente impostazione, sapida e speziata, di media polpa e bel portamento. Nel finale si concede a lungo senza troppe asperità ma senza neanche il guizzo del campione.
Riterrei buono anche il Chianti Classico Riserva Torre a Destra 1998, molto interessante grazie alla precisa esposizione aromatica e alla brillantezza fruttata che ne ricavi all'ascolto, pure laccata, su cui si innestano diramazioni di violetta e sottobosco. Morbido e felpato nell'incedere di bocca, mostra peso e discreto carattere dilungandosi in un finale coerente e consistente.
Infine, a proposito di prove d'autore, degno di tal nome mi è apparso il Pietraforte 1997, ancora di Carobbio, un cabernet sauvignon in purezza dal colore impegnativo e carico, dall'olfatto marcato e intenso, dal grande impatto aromatico: marmellata di frutti rossi e neri, come la mora e il ribes, poi liquirizia e menta.In bocca la stoffa è di quelle buone, avvolgente e masticabile. Lungo il finale, dove ne apprezzi il tannino nobile, ingombrante e muscoloso, a suggellare un incontro abbagliante per materia e sostanza, a cui manca- per l'appuntamento con il pieno cielo - un niente , tipo qualche sfumatura sfumata, tipo un plasmare pacato, meno irruento. Magari, alle sfumature e al plasmarsi, basteranno il tempo ed il riposo. Sempre in materia chiantigiana devo dire che così come provai sostanziale delusione (rispetto alle aspettative riposte nell'annata e nella cantina) nell'avvicinarmi alla riserva 97 di Nittardi non così dovrò dire del Chianti Classico Nittardi Riserva 1998 che sin dal colore non accenna a cedimenti. Il naso si conferma variegato, di sostanza fruttata lodevole e di ottima fusione con il rovere, a cui posso solo rimproverare una certa mancanza di focalizzazione. In bocca è incisivo e fitto, dagli aromi raffinati e di bella presenza, con un tannino maturo e diffuso e una nota piacevole di caffè tostato. Finale da grande chianti, con il quale guadagna spazio nella mia personale scaletta dei prediletti. Quale occasione poi, e quale privilegio, potersi accostare a una delle poche magnum in circolazione di Poggio Granoni Castello di Farnetella 1995, un blend di sangiovese, cabernet sauvignon, merlot e sirah con cui la Fattoria di Felsina di Beppe Mazzocolin intende sollazzare, nelle annate ritenute degne, i palati degli estimatori! Il Poggio Granoni 95 ha un colore ancor presente nonostante l'età, vivo e fitto così come i suoi profumi, questi ultimi ampi e maturi senza lasciare briglia sciolta alle nuances eteree, ben intrisi di marasca matura, umor di sottobosco e spezie. La bocca ha la grinta e lo spessore, l'equilibrio e il fascino della piena maturità; la solida beva, indubitabilmente toscana, è in odor di vigoria ed asciuttezza. Ha razza interiore, senza dubbio, con accenni di aristocratica virtù e rarefatta armonia. Lascio "la diritta e radicata via" dello stile chiantigiano narrandovi breve il mio Montecalvi 1998, anch'esso blend di sangiovese (70%), cabernet, merlot e sirah che viene - esclusivo dell'azienda omonima di estri transalpini - dall'alta valle della Greve. Ebbene, continuo a non entrare pienamente in sintonia con il suo vibrare che qui mi si mostra ancor acceso all'occhio ma non così nitido e comunicativo nell'espressione aromatica, alla cui base cospicua di frutto (amarena e mora ad esempio) fanno da contraltare sentori di ghianda selvatica, cipria e botte non finissimi. In bocca è senz'altro caratteriale e corposo, di sostanza innegabile e vigoria tannica, ma il retrogusto sconta quelle sbavature nelle quali, pur non essendo affatto un fanatico della precisione, non posso non notarvi un offuscamento dell'eleganza espositiva, un appesantimento della leggiadria aromatica. Vino e stile che meritano comunque attenzioni sopra attenzioni, che manterrò da par mio - di certo - nel futuro. Lasciare la main road chiantigiana o "delle denominazioni dominanti" ha voluto significare stavolta fare un intermezzo diverso, tentare un'esplorazione di strade alternative che, sia pur sotto la luce di riflettori meno potenti e abbaglianti, il viandante enofilo - e il curioso, va da sé - iniziano a intravedere nette. I vini e gli estri che rilucono in esse sono tutto meno che aleatorietà e passaggio. La mia curiosità è stata così attratta da alcune suggestioni di percorso, scoperte nei meandri bassi e sotterranei, peraltro bui e tendenti al freddo, dell'affascinante museo archeologico senese. Lì sotto, silenziosi e premurosi, uomini e donne di vigna dell'altra Toscana attendevano…..
Di carattere suo personale spiccato - e già piacevole per questa ragione- il Colorino 1997 della Tenuta Il Corno di San Casciano Val di Pesa si offre con un colore rubino acceso e vivido su gamma aromatica vinosa e fragrante di frutto, in prevalenza nero. In bocca si concede dapprincipio succoso e intrigante per poi irrigidirsi nello sviluppo tannico, che è tale comunque da non scadere mai in sensazioni secche o amare. La vitalità e lo spirito che ne trai ne fanno un esemplare caratteriale e affatto scontato. Carattere, e pure bontà, non lesina il Chianti Colli Fiorentini Riserva Il Trecione 1997 de Le Calvane che, a dispetto degli anni che porta, si mostra fitto al colore e di buona densità, pieno nei profumi, dignitoso e pimpante nelle sensazioni di amarena, ciliegia matura, frutti di bosco e ghianda , con appena appena un accenno di evoluto. Buona la sostanza al palato, terrosa e lunga, dove dimostra di avere carte da giocarsi per il futuro che viene. Gli aromi di bocca e la progressione sono sì convincenti da poterne trarre auspici buoni, per il vino certo ma anche per la cantina tutta, che - lo ricordo - vien da Montespertoli. E scusate se è poco.
E sempre passeggiando per Arezzo e dintorni, rinnovo i complimenti e il compiacimento per il D'Ovidio 1998 di San Luciano che mostra precisione aromatica, fusione del rovere e rigore, ritmo e piacevolezza, all'insegna di un eclettico melange che ricorda il Montepulciano d'Abruzzo. Meno importante e complesso, di impianto più rigido e terroso, ma a suo modo piacevole, trovo oggi il Boschi Salviati 1999, in cui ne apprezzo la buona estrazione tannica e lo spirito sangiovesista di fondo. Dalla Maremma profonda assaggio incuriosito il San Lorenzo 1999 di Sassotondo, un ciliegiolo in purezza di cui si mormora da un bel po’. I profumi sono carnosi e dolci, di suadente composizione: amarena fresca, viola mammola, uva matura fra gli altri. In bocca è succoso, preciso, dai tannini rotondi e delicati, maturi e ben diffusi. Il risultato e l'effetto mi indicano l'assoluta piacevolezza ed il garbo, al di fuori di ogni percorso scontato, al di fuori di ogni canone imposto.
Di ritorno dalle "alterne" vie secondarie - poi mica tanto secondarie, a dar retta ai gusti miei - della stupefacente terra di Toscana, la cavalcata slow termina con qualche "nobile" assaggio; mi sono affidato cioè sul calar della sera al carattere e al rigore di un vino esemplare della territorialità, mai troppo lusingato e discusso come meriterebbe: il Nobile di Montepulciano. Lo faccio a partire da Bindella e dal suo Nobile di Montepulciano Bindella 1998, dai profumi intensi di dignitoso frutto, di prugna, minerale e vegetale. Bocca di medio impasto e lodevole spinta, con tannino ben esposto ma non a grana finissima, dal passo asciutto, austero, senza che si scada però in durezze e zone ispide. Buono e tipico, senza stupori sensoriali. Di livello certamente superiore mi è apparso il Vallocaia 1997, dove la fusione aromatica non si è realizzata completamente ma è tale da percepirci la profondità e la varietà fruttata, su fondo empireumatico ben presente. Una stoffa spessa al palato insieme ad una consistenza fruttata più nitida e brillante contribuiscono all'espressività del risultato, in cui spicca e non poco il contributo del cabernet. I tannini, pur spingendo la trama in profondità, completano un quadro che vorresti più esplosivo e teso; per questo, pur trovandolo tecnicamente ineccepibile, ti sembra come alla ricerca di calore "buono".
Di stile assai diverso rispetto all'annata precedente, che era tutta all'insegna del frutto, delle spezie e della freschezza della proposta (oltre che del rovere) mi è apparso il Nobile di Montepulciano Simposio 1998 di Tre Rose, dove anche il colore ne rivela qualche trasparenza in più. Evoluto nell'espressione fruttata, mostra articolazione e progressione aromatiche degne di nota (con spunti vegetali e terragni) mentre al palato procede vigoroso, asciutto, sapido e globalmente compresso. La prova dunque è rigorosa ma mancano i guizzi per affascinarti. E infatti assai più affascinante ho trovato il Nobile di Montepulciano La Villa 1998, ancora di Tre Rose, a cui posso rimproverare una eccessiva stucchevolezza dell'impianto olfattivo, non certo la timbrica gustativa, in cui puoi scoprirvi una progressione fitta, fresca, aromatica e speziata, con sensazioni cabernettizzanti non deleterie e bel frutto di base. Il finale è all'insegna della vigoria tannica e allappa senza ferire.
|
|||
|
prima
pagina | l'articolo |
l'appunto al vino | la
parola all'agronomo | in
azienda |
||||