Cronache
dal Winecellar Day di Johann Innerhofer: i vini italiani
Questa è la seconda
parte della cronaca del Winecellar Day (svoltosi al Park Hotel di Affi
(Vr) il 4 Aprile, giorno precedente l'inizio di Vinitaly) che, ricordiamo,
è la giornata nella quale Johann Innerhofer raduna le aziende
da lui selezionate per andare a far parte di Winecellar (www.winecellar.it).
Abbiamo già presentato nella prima
parte le nostre impressioni sull'offerta straniera della selezione,
e passiamo dunque qui a descrivere qualche vino "nostrano",
iniziando però da una imprevista parentesi gastronomica. In una
giornata di degustazioni assai tecniche stemperate da qualche austero
crostino, ecco infatti un'incursione toscana a portare scompiglio.

"La Garfagnana alle pendici delle Dolomiti!": con questo grido di battaglia
arriva infatti Andrea Bertucci, dell'Osteria del Vecchio Mulino
di Castelnuovo Garfagnana, portando con sé delle bellissime torte
di farro e di farro e patate. Noi lo veniamo a sapere in anteprima e
ne seguiamo con attenzione il percorso: sono lì, incartate; poi
scompaiono, le stanno tagliando. Ed eccole che finalmente arrivano nel
clima serio e composto della sala dove colgono di sorpresa prima, ed
entusiasmano dopo, i partecipanti alla giornata.
Ma
torniamo al vino, raggiungendo l'angolo "bolgherese" della sala con
Piermario Meletti Cavallari e il suo Bolgheri Superiore Grattamacco
1998. Questo vino ha subìto profonde trasformazioni nel corso
della sua storia. Le prime versioni del '90 e '91 erano un assemblaggio
paritario di cabernet sauvignon e sangiovese, mentre la versione attuale
vede accanto ad un 50% di cabernet sauvignon, un 25% di merlot e un
25% si sangiovese. E questo Grattamacco 1998 è veramente un bel
vino. I profumi sono intensissimi e di inesauribile persistenza, e allo
stesso freschi e spontanei; si affacciano via via viola, ciliegia ed
amarena; sensazioni balsamiche e mentolate; leggerissima liquirizia.
In bocca, coerente, colpisce per la sua bevibilità e per la sua
tensione gustativa che dura per tutto il tempo dell'assaggio; non è
un vino spesso e concentrato, ma succoso e aromaticamente spinto al
massimo, fino ad un finale che si addolcisce e che rimane a lungo.
Lì
a fianco c'è il Sassicaia 1997, risultato di un assemblaggio
dell'80% di cabernet sauvignon e 20% di cabernet franc. In questa annata
vino si mostra al naso pervaso da note marcate di frutta matura, rossa
e anche nera, con accenni di cioccolato, e rimane ben percepibile una
nota vegetale che invece nell'annata successiva abbiamo trovato pressoché
assente: si sa, un grande vino cambia ogni anno. In bocca ci sembra
smentire in questa annata la fama di essere più elegante che
muscolare a causa di una consistenza pastosa, concentrata e quasi cremosa,
e con una persistenza finale assolutamente incredibile, che raramente
ritroviamo in un vino andando indietro nella nostra memoria.
È proprio vero, gli appassionati del vino sono gente capricciosa,
e se le bottiglie di Sassicaia (1997!) se ne stanno lì, spesso
sole solette, su Andrea Franchetti della Tenuta di Trinoro
si accentra in taluni momenti l'attenzione di una piccola folla. Questa
azienda risiede nella val d'Orcia (nei pressi di Montalcino), una zona
dal clima molto caldo e dai terreni spesso disposti su terrazzamenti
rocciosi. I vitigni coltivati sono cabernet sauvignon, cabernet franc,
merlot, petit verdot, cesanese d'affile e uva di Troia, con una densità
poco inferiore alle diecimila piante per ettaro. Il cesanese d'affile
è un vitigno autoctono laziale molto aromatico, che può
addirittura essere scambiato all'olfatto per un'uva bianca; l'uva di
Troia invece è più neutra, ed è rimasta dalle prime
sperimentazioni in vigna. A chi si preoccupa che il cabernet franc possa
conferire un carattere vegetale al vino, Franchetti risponde tranquillo
che basta raccogliere tardi ed eliminare da metà ai due terzi
dell'uva; e poi fornisce un efficace metodo pratico per capire quando
l'uva deve essere raccolta: "ad un certo momento l'acino ha la buccia
di una susina verde e dentro sa di miele; poi si fracica. Ecco,
bisogna raccoglierla subito prima che si fracichi".
Ma
veniamo ai vini. Niente Palazzi di Trinoro, l'eccessivo calore
prima della vendemmia 2000 ha "bruciato" il merlot, dunque assaggiamo
il Tenuta di Trinoro 1999, ottenuto da 70% di cabernet franc,
20% merlot (quello "sopravvissuto"), 5% petit verdot e 5% cabernet sauvignon.
Il colore è rubino cupo medio-fitto; i profumi sono di ciliegia
ed amarena. In bocca è saporitissimo, di corpo pieno, e presenta
un finale che è veramente esplosivo e lungo (anche se meno del
Sassicaia '97, assaggiato poco prima, che però, ribadiamo, deve
essere considerato un po' un caso a parte). Il campione di Tenuta
di Trinoro 2000 ha un uvaggio diverso (in prevalenza cabernet sauvignon
e cabernet franc), come da filosofia bordolese nella quale la miscela
delle uve può cambiare di di anno in anno. Il colore è
assai cupo e fitto e al naso presenta caratteri terziari ancora prevalenti
(caffè, cioccolata, liquirizia) anche se affiancati da belle
sensazioni di marmellata di prugna, che si confermano in una bocca concentrata
e potente. Infine il Cupole di Trinoro 2000, cabernet franc con
un po' di merlot, un 5% di cesanese d'Affile e un 5% di uva di Troia,
che si presenta più aromatico, con bei profumi di ciliegia matura.
In bocca è fluido, cremoso, quasi come un dolce sciroppo di frutta
rossa.
Ed
eccoci da Bucci, produttore marchigiano per molti versi atipico:
innanzitutto, l'aspetto e i modi sono quelli di un gentiluomo d'altri
tempi; e poi, passando ad altro, ottiene i suoi vini da vigne che hanno
quelcosa come 50-70 anni; infine, usa legno grande, preferibilmente
non nuovo. Queste peculiarità ne producono una anche più
sorprendente, e cioè un vino che regge il tempo come fanno pochi
bianchi in Italia. In effetti, qui ne vengono presentate due riserve,
ma noi iniziamo dal Verdicchio dei Castelli di Jesi 1999,
dal colore giallo tendente all'oro, in cui prevalgono profumi di fiori
gialli, erbe di campo e caratteristiche note di canfora. Nella bocca
pungente si aggiungono sentori fruttati. Il Verdicchio Riserva Villa
Bucci 1997, anch'esso giallo tendente all'oro, ha profumi di fiori
bianchi ed agrumi freschi; è ampio e complesso e in bocca è
dolce, pastoso, di grande grassezza ma anche succoso e fresco. Il Verdicchio
Riserva Villa Bucci 1995 ha un naso assai complesso che spazia dalla
pesca gialla alla crema, al miele, alle note di canfora sullo sfondo.
In bocca ha ancora buona corposità e bella freschezza.
Di
quella bellissima realtà altoatesina che è la Tenuta
Manincor sentiamo il Cuvée Sophie 1999 (70% chardonnay,
15% pinot bianco, 15% viognier) tratto da vigne con rese bassissime,
di colore paglierino carico e dai suadenti profumi di frutti tropicali
e di banana. Al palato l'attacco è molto saporito anche se segnato
abbastanza dal legno, mentre nella seconda parte in bocca il vino diventa
fresco, succoso, con bella acidità a sostenerlo con note di legno
sullo sfondo sempre ben percepibili. Molto buono il Pinot Nero Mason
1998 (in legno al 50% nuovo): profumi belli e puliti di ciliegia
e rabarbaro che nel bicchiere si addolciscono rapidamente. In bocca
ha struttura media, e colpisce per un finale straordinario: ampio, saporito,
fruttato, con una nota di rabarbaro nel sottofondo, ed una grandissima
persistenza.
Dei
Poderi Marcarini, guidati dalla gentilissima Luisa Marcarini,
sentiamo i Barolo che provengono dai due grandi cru aziendali,
ottenuti con gli stessi tempi lunghi di macerazione (un mese e mezzo)
e le stesse botti grandi da venti ettolitri. Il Barolo La Serra 1997
ha un colore rubino piuttosto scarico; al naso mostra un carattere floreale
di grande eleganza, e in bocca è un vino assai piacevole, di
discreta struttura e un finale bello e soddisfacente. Il Barolo
Brunate 1997 presenta profumi spiccati (e caratteristici, ci
viene suggerito) di incenso; è meno preciso nella sua espressione
floreale e più etereo. In bocca è senz'altro più
potente, piu strutturato, rotondo, con una forte presenza di frutta
rossa e un tannino che si fa sentire ma sempre nell'ambito di grande
piacevolezza.
Il Barolo Brunate 1997 di Giuseppe Rinaldi ha
il colore più fitto di tutti; al naso è dolce e un tantino
ammiccante con dei toni assai suadenti di caramella di frutta rossa,
lampone e fragola in particolare. La bocca conferma queste sensazioni,
ed è succoso, piacevole ed equilibrato.
Di Bartolo Mascarello (accidenti, non siamo riusciti a immortalare
le locandine anti barrique e anti - candidato [in quel momento]-premier
del centro-destra....) sentiamo prima il Dolcetto 1999,
dal naso penetrante e dalla bocca piena e fruttata, e poi il Barolo
1997, di colore rubino pieno e dall'olfatto non pulitissimo.
In bocca va invece molto bene, con sentori spiccati di rosa e lampone
dolce, è un vino molto vivo e scorrevole e si beve con bella
soddisfazione.
Accanto c'è una bottiglia di Barolo Monprivato Ca D'Morissio
Riserva 1993 di Giuseppe Mascarello, e non possiamo rifiutare
l'invito. Di colore rubino scarico, ha bei profumi floreali (rosa innanzitutto).
In bocca è un vino assai vivo, spostato aromaticamente su una
ciliegia abbastanza smaccata, è dolce e un tantino tannico, con
una chiusura piuttosto rapida.
Terminiamo con il Barolo Cannubi 1997 di Chiara Boschis
(E. Pira e figli), che si mostra piuttosto ricco di toni terziari al
naso (vaniglia) comunque reso molto accattivante da bei toni di frutta
rossa dolce. In bocca conferma dolcezze che ci sembrano un po' facili,
nell'ambito di una bocca dal corpo pieno e dalle tonalità cioccolatose
che rischiano di rendere il vino omologabile.
Riccardo Farchioni
(29/9/2001)
Si ringrazia Alex Dondi per la collaborazione