Rassegna
 
 
Spinofiorito 2002

Vignaioli trentini in tournée, prima parte

Suggestioni di primavera. Di bianco

Le anteprime '99 della Costa degli Etruschi

Le presentazioni dei Consorzi toscani:
Chianti Classico 2000 e Riserve '99, parte prima e seconda;
Chianti Classico '99
Brunello di Montalcino, parte prima e seconda;
Vino Nobile di Montepulciano

Il banco d'assaggio Heureka

Il Brunello delle donne

Pisa Vini 2001

Toscana Di Vino, prima e seconda parte

La Giornata degli Champagne a Firenze

"Vino è piacere..." : prima e seconda parte

Si fa presto a dir Vin Santo!
Girovagare enoico a Villa Le Corti (prima e seconda parte)

Cronache dal Winecellar Day di Johann Innerhofer:
i vini esteri
e gli italiani

In archivio

"Vino è piacere..." all'Impruneta ... ed è proprio il caso di dirlo!
22-23 Settembre 2001. Prima Parte


Agli svariati appuntamenti di piacere che costellano le colorate stagioni di Toscana se ne è aggiunto di recente un altro, oltremodo qualificante, di cui vi vogliamo narrare, brevemente narrare. Le intenzioni sono di quelle buone: favorire la conoscenza e la comprensione del vino come "piacere, cultura, tradizione e forte legame alla convivialità", questo a detta degli organizzatori.

Quell'appuntamento è stato chiamato, guarda un po', Vino è piacere... e vorrei pensarlo primo di una lunga serie. Quale migliore occasione infatti, e quale piacere, presentare in selezione attenta vini d'Italia insieme a comprimari di lusso, che di quella tradizione, di quella cultura, costituiscono ineludibili complementi, come l'olio extravergine d'oliva ("vero", va da sé) e le squisitezze gastronomiche di terroir! Noi, da appassionati viandanti enoici, abbiamo così potuto percorrere, in una due giorni settembrina, differenziati sentieri del gusto e godere di un panorama di estri distintivo, che per il sottoscritto ha sortito l'effetto voluto: portare acqua al mulino della curiosità e meditare sulla straordinaria vocazione delle nostre terre. Caso mai ce ne fosse bisogno.

La scenografia dell'evento non lascia indifferenti, proprio no: gli ambienti tardomedievali, già in odor di rinascimento, offerti all'occhio (e all'anima, per chi lo desidera) dalla basilica dell'Impruneta, a due passi da Firenze, ci mettono del loro per calare appassionati, addetti ai lavori e giornalisti nel senso profondo del tutto. Due elegantissimi chiostri hanno ospitato rispettivamente prelibatezze "solide" e vini bianchi mentre in una cisterna medievale sottostante, di rara magia (ironia della sorte deputata un tempo ad ospitar l'acqua con cui abbeverare le genti dell'Impruneta), hanno trovato spazio i vini rossi e gli oli.

Siccome ho diverse cose da raccontare sul mio girovagare tra chiostri e cisterne medievali a curiosar di vino, anticipo subito gli onori e i ringraziamenti verso chi ha reso possibile tutto ciò, scenografia inclusa. La "Formigli family" non ha certo bisogno di presentazioni ma a me piace sottolinearne una particolarità che la rende peculiare nel panorama del mercato del vino, perlomeno di quello italiano, perlomeno a parer mio. Mi piace sottolineare come, a distanza di undici anni dalla fondazione di quella scommessa (ora non lo è più) che si chiamava, e si chiama ancora, Selezione Fattorie, gli intenti, la filosofia di fondo, il senso di appartenenza, condivisione e innamoramento verso un mondo sì affascinante siano del tutto leggibili in questa famiglia e costituiscano ancor'oggi il vero messaggio futuribile e pregnante per tutti coloro che intendano confrontarsi, e lavorare, con i prodotti della terra.

I gesti, la passione e la serietà profuse verso la ricerca, la valorizzazione e la promozione delle cose genuine, tutte da scoprire, con un occhio volto ai piccoli produttori che credono nella qualità ed un altro al rapporto prezzo/qualità, ne accompagnano da tempo il cammino. Effettivamente la comunione di intenti, propria di una famiglia, pare riflettersi genuina nell'approccio e nei modi dei vignaioli e degli oliandoli che sono entrati via via a far parte di questa "famiglia allargata", così uniti eppure così diversi, tanto che con gli anni si sono ritagliati addosso, oltre agli effettivi meriti, un'aura semplice di simpatia e affabilità che non può essere trascurata, soprattutto in tempi votati spesso all'imbellettamento e alla mitizzazione - del tutto gratuite- del mondo del vino.

Silvano Formigli, ideatore e deus-ex-machina di Selezione Fattorie, è lungi dall'essere solo un moderno "sensale"; egli è uomo del vino a tutti gli effetti perché di quella cultura e di quel mestiere si è nutrito. La competenza in materia non si discute mentre la passione di certo fa parte del suo carattere "puro toscano" che, a conoscerlo, non si sogna davvero di nascondere. In realtà, a ben vedere, l'anima dichiarata dell'evento sarebbe la Vinoteca del Chianti, l'enoteca di proprietà gestita dal figlio Andrea, instancabile promotore di iniziative enogastronomiche che vedono il piccolo circolo sulla Via Cassia, nei pressi della Certosa di Firenze, pressoché costantemente impegnato da corsi guidati di degustazione, enologia, abbinamento, e chi più ne ha più ne metta. Ed è bene precisarla la primogenitura in quanto quello che abbiamo trovato a nostra disposizione all'Impruneta non voleva dire solo e soltanto Selezione Fattorie, anzi, amplissima era la selezione di prodotti che non "rappresentavano la famiglia".

Quattrocentocinquanta etichette, spesso cru, provenienti da tutte le regioni d'Italia e disposte in bella evidenza su tavoli dedicati e divisi per regione e tipologia, sono tutto meno che uno scherzo. Senza dimenticare i tavoli dell'olio, l'accorta selezione di grappe, i salumi della macelleria Tozzetti di Mercatale; il farro, i legumi e l'olio di qualità umbri de Le Perle del Gusto di Foligno (foto); i sottoli, i sottaceti e i paté della Tenuta Cantagallo di Enrico Pierazzuoli; i cantucci e i "brutti ma buoni" dell'Antico Forno Santi di Cantagallo; i formaggi scelti da Zummo, apprezzato selezionatore e distributore con sede ad Agliana; le olive ascolane proposte da Migliori.

Inoltre, dietro tutto questo ben di dio, l'instancabile voglia di raccontare e di comunicare di Silvano e famiglia, sempre disponibili al commento, all'aiuto, all'approfondimento, con in più il dono grande dell'ascolto. Infine, sopra tutto questo ben di dio, un magnifico sole pre-autunnale ha scandito tiepidamente una giornata a ritmi finalmente slow, sognante e ben organizzata, svoltasi all'insegna della convivialità, lontani dalla pazza folla. Alla fine di tutto, il ricordo di quel giorno mi regala sensazioni -positive- sul presente e sul futuro della nostra terra, attente meditazioni sulla bellezza che a volte distratti rischiamo di perdere, finanche pensieri ingenui sulla follia del mondo intero, in un ipotetico abbraccio universale che unisca cultori della pace, cose belle, uomini semplici, terra e vino.



Gli assaggi

Tanto per partire dal freddo, freddo solo geografico se parli di nord, iniziamo il percorso all'insegna del tocai friulano, rinfrancati dai ventilati esiti della annosa querelle italo-ungherese che a quanto sembra non sortiranno tragici effetti sul blasone e sul pezzetto di storia - fulgida- che questo vino italiano, con il tempo che passa, si è cucito e si sta cucendo addosso. Dal Collio goriziano nel frattempo ci proviene il Tocai Friulano 1999 di Borgo del Tiglio, che appare giallo chiaro nella veste e apprezzabile nella consistenza a fronte di un naso profumato e intenso di fior di ginestra, pietra focaia e minerale. Un po' contratto invece si mostra in bocca dove, oltre la coerenza e lo spirito ammandorlato, non mostra doti di corpo e volume particolarmente "sentite", sempre se ci riferiamo agli standard usuali -elevati- di questa cantina. Caratteristiche queste che non mancano di certo al cru della casa: il Ronco della Chiesa 1999 infatti non solo presenta una finezza superiore al naso, pervaso com'è da frequenti battiti minerali e salini, finanche vegetali e aromatici, ma mantiene vivido e teso il palato dove sa offrirsi ed espandersi con assoluto portamento, regalando al degustatore lunghe sensazioni di eleganza difficilmente riscontrabili in altri vini della sua nobile categoria.

Tanto elegante è "il Ronco" quanto scorbutico e scalpitante è il Tocai Friulano 1999 di Ronco del Gelso: dal colore giallo vivo e denso ti avvolge con profumi marcati e tipici dei vini giovani di questo vignaiolo, intrisi di sentori di lievito, ginestra selvatica, fior di camomilla e, qui fastidiosa, di nafta. In bocca non lesina in corpo e materia, davvero matura; ciò contribuisce a pareggiare le sorti dell'esame e a farlo apparire a suo modo peculiare e distintivo anche se, a parer mio, qualcosa in più mi sarei aspettato, perlomeno in finezza.

All'ennesimo appello, una volta chiamato, si presenta e bene il Pinot Grigio 1999 di Borgo San Daniele che non mostra cedimento alcuno e punta dritto verso una fulgida bellezza espositiva. I richiami alpini, balsamici e vegetali intridono il bicchiere, mentre il palato, vivido in acidità, ti sembra quasi quasi da attendere ancora, con quel frutto spigliato, maturo e bello che si ritrova. Un classico nella sua particolarità d'approccio e uno dei pochi miei casi dove riesco a percepirne, tipico, il frutto distintivo.

Scattante ed elettrico se lo incontri adesso, il Sauvignon Ronco delle Mele 2000 di Venica&Venica manca ancora di fusione al naso dove il carattere intenso ed estroverso dell'esposizione ne rivela l'essenza tipica vegetale del peperone e della foglia, verde, del pomodoro unita ai sentori di salvia e di idrocarburi, il tutto ancora un po' fuori registro. In bocca è vivido e freschissimo, mostra con ardore gli spigoli "buoni" dell'adolescenza, con sensazioni verdi diffuse, ma il corpo e la spinta mi appaiono degne di attento ricordo. Da attendere senza fretta, perché merita.

Un salto al confine e alla peculiarità dei vini di frontiera lo compi se ti accosti alla Ribolla Gialla 1997 de La Castellada, che vien da Oslavia. Dà spettacolo di sé nella veste gialla intensa e densa che si ritrova e ti sorprende per la bellissima e intrigante proposta aromatica, calda, piena, "vigorosa", intrisa di sentori di fiori gialli del campo, frutta secca e miele di castagno, "insolitamente" dolce. In bocca presenta un carattere secco, in leggero stridore per ciò che di dolce hai appreso a pieno naso, e così procede lunga e composta, finanche restìa ad espandersi più di tanto, non lesinando però in forza e personalità. Per come nasce e viene coccolata, e per la serietà del vignaiolo che la cresce, questa grande ribolla italica merita un angolo di cuore e di ricordo.

All'insegna della precisione, della pregnanza e della grande bevibilità lo Chardonnay St. Valenctin 1999 di San Michele Appiano realizza un'olfazione intensa ed elegante dove splendente ti appare la fusione del rovere con il frutto; fiori bianchi, burro, mandorla dolce e vaniglia ne costellano l'impianto. In bocca è lungo e di peso, avvolgente e morbido su passo superiore, e sa unire il fascino della complessità al semplice, istintivo gesto del bere ripetuto. Appare persino non troppo costruito per piacere.

Come non ripetere poi l'esperienza trentina, profumata e intensa, offertami di già dal Traminer Aromatico 1999 di Maso Furli, dove evidente è il giallo e sensibile la densità?! Varietale e fine l'approccio olfattivo con le note di susina, rosa canina e spezie in primo piano. In bocca mostra sostanza tattile e peso su grazioso equilibrio acido-zuccherino; ciò ne facilita l'equilibrio e la gradevolezza. Sia pur nell'ardore giovanile ha il pregio di non rendersi stucchevole. Per questo è bello.

In Veneto incontro volentieri Inama per assaggiare curioso il Vulcaia Fumé 1999, che è pur sempre un'esperienza in bianco da non mancare. Il giallo, al solito, è sgargiante e vivido mentre lo spettro aromatico è ampio ed intrigante: glicine, fiori bianchi, miele d'acacia, leggera nota rotì lo compongono. All'insegna del frutto maturo e della densità procede al palato, avvolgente e caldo su base coerente e di grande, intuitivo fascino. Si gioca con gli zuccheri residui, e si sente. A questo vino, forse fin troppo maturo nella sensazione del frutto, c'è chi rimprovera di essere fatto per piacere. Sinceramente vedo pochi pericoli. Il fatto è che non può non piacere, quando pensi alla interminabile lunghezza e al fatto che, pur respirando battiti foresti che richiamano alla mente le terres fortes du Sancerrois, in realtà proviene, baldanzoso, dalle "terre forti" di Suavia.

Resto in zona e, anche se manco l'incontro, atteso, con il Ca' Visco, non rimango deluso dal Soave Classico Superiore Alzari 1999 di Coffele. Il giallo intanto è netto mentre apprezzabile è la densità; i profumi si mantengono suadenti e in bella evidenza su note fruttate in primo piano e accenni di miele e minerale a contorno. Non ci sono abissi di profondità da scoprire ma non puoi non trovarlo fine. Il portamento e la stoffa non tardano a uscir fuori quando lo disponi alle papille determinandone in gran parte la sensazione di piacevolezza e di sana tipicità, senza pecche evidenti e senza mirabilia.

Un passaggio a ovest lo facciamo volentieri ascoltando il bicchiere di Gavi di Gavi Rughé 2000 di Ernesto Picollo, nuovo cru di bella speranza che questo appassionato, piccolo produttore piemontese ha tratto da sole uve cortese. Nel ricordo conservo l'estrema gentilezza olfattiva, disposta sui toni delicati e suadenti dei fiori di campo, sui rintocchi fruttati di mela matura, sulla sostanziale franchezza dell'impianto. Nel ricordo conservo la piacevole vivacità del palato, dove si mantiene brillante e ben innestato sul nerbo acido, sia pur su passo e corpo di media caratura, riuscendo nell'intento di regalare una beva continua, senza diluizioni, semplice se vuoi ma non priva di un fascino grande, tutto all'insegna della godibilità e della spensieratezza.

Sono rimasto particolarmente soddisfatto dall'assaggio, e dalla relativa conoscenza, del Grechetto d'Assisi Vigna Maestà 2000 di Remo Sportoletti, grazie al vigore e alla forza con cui questo vino, e l'essenza grechetto che è in lui, si propongono. Intanto, come succede spesso ai vini di questo produttore, il loro giallo è sgargiante, netto, denso. Intenso é il naso ed invitante lo sviluppo, ben integrato dal rovere, estremamente nitido e fruttato, mentre in bocca ostenta corpo e continuità realizzandosi saldo e caratteriale, il che lo rende diverso dai soliti cliché e a parer mio ancor più buono. Clichè che non mancano invece nel più importante Villa Fidelia Bianco 1999, sempre di Remo Sportoletti, caloroso e invitante se lo odori ma -ripeto- con un qualcosa di deja vu nell'impianto, sia pur a fronte di un amalgama e di una accuratezza indubbi: rovere dolce, frutta bianca, miele.... Ancora una volta la bocca ti appare vigorosa e di buon contrasto, e non mancano frutto, densità e lunghezza. È meno melenso e assopito di quanto ci si attenda e per questo sa rendersi accattivante, nonostante vi siano le dosi cavalline di rovere e l'ammiccamento generale nell'impostazione tutta a "freddarne" il giudizio.

Sempre soffermandoci sul centro (Italia) mi ha incuriosito assai l'approccio alla cantina Massavecchia, di cui apprendo da poco filosofia ed intenti, fra parentesi da condividere appieno in tempi di vacche grasse e che grasse non lo saranno sempre, soprattutto se piene di anabolizzanti e "testosteroni". Il Vermentino Ariento 1998, da Massa Marittima, macerato e affinato in botte di castagno, è vivido e luminoso nel suo giallo, peculiare nei profumi, per la verità cosparsi da imprecisioni più o meno evidenti e fondati su un legante serrato di frutta matura, miele di castagno e nafta. Quello che convince di meno è la bocca, essenzialmente squilibrata e che sottintende il fatto che il 98 in questione abbia oltrepassato la china dell'armonia e della maturità. Di certo ha carattere, di certo incuriosisce, non tanto per il risultato odierno, ma per quello che estro, perseveranza e dedizione potranno far nascere nel prossimo futuro.

Mi sposto sul versante adriatico e vengo a conoscenza del Verdicchio di Jesi Classico Superiore Frà Moriale 2000 di Cimarelli Medoro, dal giallo paglia screziato di verde. Ancora acerbo e in attesa di fusione ti appare al naso dove vi riconosci sì i ricami mineral-floreali, tutti all'insegna della finezza, tipici di questo produttore, ma non ancora l'armonia e l'ampiezza. Promette bene comunque, e te ne accorgi al palato, dove si sostiene a lungo su materia concentrata e calorosa, elegante e matura, di cui attendiamo sviluppi, solari sviluppi.

Per concludere in bianco & in rosa con un po' di sud, vi dico di tre vini tre: il primo, campano, mi arriva, nuovo e sconosciuto, dalla Cantina del Barone, e si tratta del Fiano d'Avellino 2000. Il giallo è paglierino netto e di apprezzabile consistenza a fronte di un naso profumato intensamente, fruttato, fresco e giovanile. Vi percepisco finanche la frutta esotica. La bocca non è straordinaria per corpo e voluttà ma mostra veracità e carattere ed è rinfrancata da salutari battiti salini, spiriti di frutta secca e toni fumé. Il tutto per un bicchiere niente male davvero, assai accurato nell'esecuzione.

La seconda e la terza proposta meridionale (o quasi) provengono dalla stessa casa: il Trebbiano D'Abruzzo 1996 di Edoardo Valentini è giallo e di media densità. L'approccio olfattivo è come sempre particolare e difficile: in primo piano vi stanno le note vegetali e minerali mentre il frutto ti appare compresso. In bocca è secco ed austero, pieno di asperità e di equilibri non risolti, selvatico e mai ammiccante, con evidente sensazione di acerbità che ti fanno chiedere se anche lui, così da attendere nonostante i 5 anni suonati, ripeterà il "miracolo Valentini" di cui appassionati e curiosi di ogni dove mormorano da tempo. Vino non per tutti, che intriga, spinge a pensare, e che in quella sua veste misteriosa, così difficile da decifrare, mantiene intatta l'aura di mito che si porta, immancabilmente, appresso da molti anni. Assai più convincente a parer mio, forse perché di più facile lettura (attenzione, sempre riferendoci agli standard valentiniani!) ho trovato il Cerasuolo d'Abruzzo 1998 di Valentini, dal rosa pallido e dalla media densità. I profumi non sono molto intensi ma preciso e ben esposto ne risulta il quadro, con poche spigolature, cosparso di note fruttate gentili come di ciliegia e rimandi floreali suadenti. In bocca sfodera gran corpo e densità, sapidità e buona carica acida, e spinge sulle note di resina boschiva e di rosa. Qui si compiace a lungo e risulta persino accattivante. È caldo, dà calore, e lo riproverei volentieri.

Fernando Pardini
(12/10/2001)

 

 

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