"Vino
è piacere..." all'Impruneta ... ed è proprio il caso
di dirlo!
22-23 Settembre 2001. Seconda Parte
Quel
valentiniano cerasuolo d'Abruzzo di cui vi dicevo in conclusione della
prima parte, per il suo stare a mezza strada tra la leggiadrìa
tipica dei vini bianchi e l'impronta maschia del tannino, mi è parso
il vino ideale per traghettarmi sulle rotte in rosso di quei giorni
là, immerse e coccolate, sotto forma di bottiglie, nell'affascinante
cisterna medievale sottostante la basilica dell'Impruneta, accogliente
e calda nel suo voluttuoso abbraccio circolare di pietra. Lì
mi soffermo a lungo, meditando e valutando come mai mi era riuscito
in occasioni simili, e ne esco soddisfatto. Lì il percorso gustativo
per la verità non ha seguito l'andamento "canonico" nord-sud, e ve ne
accorgerete ascoltandolo.
Nel
frattempo il Lagrein Riserva 1998 di Castel Sallegg
(25m) con cui apriamo le danze - prima annata ad apparire sul mercato
- si presenta rubino scuro e compatto mentre composito ti appare lo
spettro aromatico, disteso su una base peculiare di frutti neri del
bosco, fior di rosa, caffè e china. In bocca è corposo e di buona densità
tattile su sostanza tendenzialmente morbida e sensibile astringenza.
Il passo e la fittezza mi indicano che la strada è buona.
Il
San Leonardo 1997 della Tenuta San Leonardo (65m) è rubino
scuro e fitto. Al naso ci regala profumi intensi e leggermente esacerbati
sulle note vegetali, accompagnati da peperone e caffè, per un amalgama
non armonioso ma fine. In bocca si mostra ancora vivido nel nerbo acido,
di buon spessore, lungo, con una materia tannica verde a fronte di una
sostanza fruttata che, vista la vendemmia, mi sarei aspettato più fulgida.
Resta comunque un buon bere, che io proverei ad attendere.
A ben pensare devo dire che mi ha sorpreso positivamente, perlomeno
più di quanto mi aspettassi, il Pinot Nero Riserva 1997
di Hofstatter (30m), soprattutto per quanto riesce ad offrire
in bocca. Al naso infatti si presenta "caldo" e di discreta finezza,
giocato su note fruttate un po' troppo mature sia pur su risvolti floreali
eleganti, a donare un quadro non profondissimo ma composto, screziato
da leggere imprecisioni. In bocca invece, se lo attendi, riesce a convincere
grazie alla fittezza, al buon sostegno acido, al corpo, che ne fanno
un bicchiere molto piacevole a cui mancano la freschezza del frutto
e quel pizzico di magia in più.
Un
vino da rimembrare lungamente è il Marzieno Rosso 1998 (40m)
della Fattoria Zerbina, che proviene direttamente dalla Romagna.
Associa profumi di rara finezza (frutti di bosco, china, grafite) a
una bocca di notevole spessore e souplesse che a lungo sa rendersi accattivante
e profonda, pur presentandosi in uno stato evolutivo non propriamente
compiutosi. Ancora una volta si dimostra uno dei vini italiani che a
parer mio valga la pena di provare.
Dalla
Toscana non canonica, o non ortodossa, derivo un altro assaggio benaugurante;
il Borro del Boscone 1997 de Le Calvane (48m) è un cabernet
di eccellente stoffa che realizza oggi un'armonica suggestione ed offre
a lungo sensazioni di piena compiutezza e profondità, senza tracce vegetali
al contorno: rubino cupo e denso, porta in sé l'essenza saporita dei
frutti rossi e neri del bosco, i riflessi mentolati e cioccolatosi di
rimando, dentro un quadro ampio e degnamente fuso. In bocca sfodera
spessore e tensione gustativa di prim'ordine al punto tale da apparirmi
di eccezionale caratura.
Offre
spunti interessanti anche l'ennesimo super toscano che l'azienda Il
Palagetto, di stanza in San Gimignano (possiede anche poderi in
Bellarina, giù a Montalcino), ha varato di recente, su base di sangiovese
e cabernet, e che ha chiamato Sottobosco. Il Sottobosco 1999
(28m) è rosso rubino di bella cromaticità e mostra profumi non banali,
assai profondi, carnosi, con note vegetali e di sottobosco (appunto!)
ad accompagnare frutti rossi e bacca selvatica. In bocca rivela sostanza,
dolcezza e piacevoli ricami floreali, e si comporta bene, soprattutto
per l'equilibrio che ne ricavi all'assaggio, sia pur su quadro non troppo
complesso e con un cabernet a cui vanno "affilate" ancora un po' le
armi.
Molto
buono, ed è un ripetere un giudizio memorizzato di già in occasione
del mio primo assaggio tardo-primaverile, il Carbonaione 1999
di Poggio Scalette (90m), un Alta Val di Greve IGT firmato, di
nome e di fatto, da Vittorio Fiore. Intanto, rispetto a qualche mese
fa, assai più fuso e composito ti appare al naso, con il frutto in primo
piano e la completa e perfetta integrazione del rovere; in bocca mantiene
sostanza innegabile e dolcezza, rinvigorita da una sapida vena. È
veramente un piacere sorseggiarlo, sapendo esso unire istintività a
profondità.
A proposito di sangiovese, molto affascinante e dinamico io giudico
il Leone 1997 di Carobbio (40m), rampante cantina di Panzano
in Chianti, che sfodera un naso sopraffino e profondamente fruttato,
ben fuso con i richiami di viola mammola e pepe nero. In bocca offre
tensione gustativa e corpo tutti toscani. Pure equilibrio, ed è un bel
bere.
Così
come bello e grande - a volte c'è poco da andare a cercare - è e resta,
ancora una volta, il Vigneto Rancia 1997 di Felsina (40m),
una Riserva di Chianti Classico che ha fatto la storia della denominazione.
Molto fine e persistente il quadro aromatico che ne trai: frutti rossi,
bacca selvatica, ginepro, umore di sottobosco. Splendido e ritmato il
palato, che offre uno sviluppo e uno spessore invidiabili, nel segno
del puro riconoscimento e del sogno.
Altro vino, altro nome che conta: il PuroSangue 1999 di Livernano
(60m) ti si offre color rubino compatto, limpido e assai denso. Molto
affascinante e garbato al naso, ti pervade con un frutto maturo, un
mazzo di fiori e degli accenni di cipria, su sottofondo speziato. Al
palato mostra contrasto e buona articolazione su massa tannica non imperiosa
ma ben estratta. Sa rendersi continuo e molto appagante, anche se non
così complesso come vorresti.
Di certo più imponente e solido ti appare il Chianti Classico Riserva
Casasilia 1998 di Poggio Al Sole (50m). I profumi sono di
grande impatto e saldezza, fondati sui frutti neri del bosco, la china,
la grafite, il pepe e le spezie ancor più fini, a realizzare una delle
migliori articolazioni aromatiche percepite oggi. In bocca è sapido
e caldo, potente e denso, continuo e interminabile. Di nuovo un grande
"moderno" classico, sia pur in versione '98.
All'insegna
del frutto e della virulenza, il San Martino 1998 di Villa
Cafaggio ha molte frecce al suo arco per poter soddisfare gli appassionati
e i gaudenti: concentrazione - di colore e di materia-, spirito - chiantigiano
- profumi ben esposti e fruttati, molto dolci, con sensazioni profonde
di more di rovo, caffè e liquirizia, progressione potente e densa, grande
vigore, passo, tensione, tannicità, masticabilità e spezie fini. Un
sangiovese della nuova generazione a quanto sembra, derivato dallo studio
e dall'approfondimento sul campo dei cloni nuovi.
In verticale, il San Martino 1996 (58m) ha un apporto di frutto
più disteso e meno esplosivo al naso del fratello minore, con ritorni
di bacca e sottobosco evidenti e note di pepe al contorno. In bocca
è sapido e tendenzialmente asciutto, più austero e compassato del precedente,
ha carica alcolica evidente e mantiene, con il ritmo e il vigore, più
vivida tipicità.
Il cabernet di Toscana chiamato Cortaccio, sempre da Villa
Cafaggio, è a dir poco una bomba nella versione 1998.
Il colore è nerastro, lo penetri mica tanto ed è oltremodo denso.
Il naso si esprime fitto e profondo, elegante e ampio, con sentori di
frutti neri, essenze balsamiche, liquirizia, rabarbaro. Al palato è
di eccelso vigore e conserva lungo tutto lo sviluppo una grande aromaticità
con un rovere da assorbire ancora, un tannino che morde e allappa e
un frutto rigoroso e presente, a regalarci una splendida, prepotente,
carismatica sensazione d'insieme.
La
parentesi ilcinese invece mi ha fruttato 4 soli appuntamenti, limitati
di proposito per il fatto di essere memore da recenti incontri e degustazioni
sul tema. Ve li presento nell'ordine: il Brunello di Montalcino
1996 de La Poderina (45m) si propone al naso con una
sostanziosa base fruttata accompagnata da tocchi di grafite, per uno
sviluppo assai duraturo, ben fuso con il rovere. Bene la bocca: è
sapida, serrata, calorosa, piena, aitante. Buono davvero per essere
un 96; io lo inserisco nel gruppo dei migliori.
Assai meno brillante ho trovato invece il Brunello di Montalcino
1996 di Tenuta Valdicava (60m) dal naso mineral-fruttato
abbastanza compresso, accompagnato da note di bacca. In bocca mantiene
garbo e portamento ma non sorprende per passo e peso. La cantina si
riscatta però con il Brunello di Montalcino Madonna del Piano Riserva
1995 che assume tipica e ampia olfazione, legata alla terra, alle
bacche, alle spezie, al minerale, e una accurata esposizione. In bocca
palesa doti di spessore e vitalità e "brunelleggia" da par suo, non
lesinando in vigore e personalità.
Il quarto incontro della parentesi ilcinese è avvenuto con il Brunello
di Montalcino Riserva 1995 di Mastrojanni (80m) il quale,
su sfondo etereo, sfrutta una composizione aromatica giocata sul frutto
maturo. In bocca si mostra continuo e di particolare charme, distendendosi
bene nello sviluppo tannico. Di certo non è così eccelso come
blasone ed estro, innegabili, meriterebbero.
Il lungo intermezzo toscano termina a Piombino, con un appunto al Fidenzio
1997 del Podere San Luigi (40m), dal "classico" uvaggio bordolese,
a quanto sembra. Il rubino è compatto e denso, i profumi sono netti
e marcati, vi riconosci il frutto nero del bosco, le note mineral-tostate,
la liquirizia, il caffè zuccherato e gli accenni vegetali al contorno,
questi ultimi a togliere la piena armoniosità del quadro. Molto piacevole
ti appare lo sviluppo al palato, assai pastoso nel frutto, senza però
mostrare nel proseguio di beva una massa tannica importante, restando
essa oltremodo soffusa e delicata, un po' troppo delicata.
Decisamente più caldo l'approccio alla Campania e al Naima 1998
di De Conciliis (55m), un aglianico per la verità assai atipico
seppur intrigante, dalla raffinata esposizione aromatica, molto fruttata
e gentile. In bocca assume bella composizione e fragranza su sviluppo
lungo e tendenzialmente morbido, carico di polpa e tannini levigati
e fitti. Buono il contrasto e peculiare la caratteristica nota dolciastra
che ne accompagna l'ascolto tutto.
Più sorprendente e tipico mi appare però il Cenito 1999 di Luigi
Maffini (40m), blend di aglianico e piedirosso, che pare alfine
essere la combinazione prescelta anche per il futuro. Si presenta molto
fitto e intrigante al naso, con note evidenti di frutti di bosco e amarena
ad offrire progressione e calore. In bocca è suadente e solidamente
asciutto, assolutamente saporito e condito da tannini rotondi e imbrigliati
che ne allungano la beva e con essa il compiacimento del degustatore.
Ottimo.
Ma
se il Cenito conferma le potenzialità e la brillantezza già dimostrate
in precedenti annate il calabrese Vigna Garrone 1998 di Odoardi
(30m) suona come autentica sorpresa, almeno per chi vi scrive. La solida
base di aglianico con i contributi di merlot e sirah mi dà profumi intensi
e fruttati, dolci e suadenti, ricchi e fini, rimembranti sud e sole.
La bocca è coerente, avvolgente, quasi pastosa, senza alcuna asperità
ne banalità, neanche troppi ammiccamenti. Un buonissimo vino, non c'è
che dire, a denominazione d'origine Scavigna, e scusate se è poco. Viro
di brutto, a nord, per il gran finale.
Direzione:
Piemonte. Il Barolo Bricco Luciani 1997 di Silvio Grasso
(65m) è ben esposto al naso, con richiami di sottobosco e fiori secchi
su base intensa di frutti rossi. In bocca è caldo e di corpo, dal tannino
vellutato, gustoso e pure lungo. Io attendo l'amalgama ma direi che
ci siamo. Il Barolo Vigna Giachini 1997 di Corino (75m)
ha profumi intensi e penetranti, molto eleganti: fruttato, floreale,
molto fine. In bocca sfodera densità, grande spessore e levigatezza
tannica. Oltremodo fitto e ritmato, ha le carte in regola per diventare
un grande. L'ultimo vino rosso ascoltato è il Barolo Vigna La Volta
1997 di Cabutto (55m) e vi dico subito che mi appare come
il miglior prodotto sfornato da questa simpatica cantina di Barolo,
a mio modesto ricordo. Intanto è ben espresso al naso, cosparso di frutto
maturo, ben fuso, finalmente finalizzato e convincente, caratteriale
nelle sue note di bacca. In bocca si presenta coerente, in amalgama,
con un tannino soffice e suadente, che allunga la trama e, con essa,
la piacevolezza tutta.
Termino la cavalcata con una suggestione fugace quanto intensa, ricordo
ultimo di una splendida giornata di sole e vini, che mi apre nuovi orizzonti:
l'Aleatico Matto delle Giuncaie 1998 di Massavecchia mi
appare sorprendente e mi sollazza; mai avevo assaggiato un aleatico
sì espressivo e sognatore. Il piacere della scoperta mi spinge
alla curiosità, anche se in questo non c'è nulla di nuovo. Finisce sempre
così, a curiosità. E menomale!
Fernando Pardini
(30 ottobre 2001)