Girovagare
enoico a Villa Le Corti (prima parte)
Proprio così, di
un girovagare enoico si tratterà, sia pur fra tavoli e stanze
- vigne solo virtuali- in compagnia di vini e vignaioli in buona parte
conosciuti ed apprezzati, pure amici. Di un girovagare-pretesto insomma,
l'ennesimo, per chiacchierar di vino, per abbozzar commenti, per rivelar
tendenze e stili nelle annate nuove colorate di rosso toscano.
Il tutto immerso, una volta ancora (ma non sono mai troppe le volte),
in un contesto ambientale, quello di Villa Le Corti a San Casciano
Val di Pesa, da vivere e assaporare lentamente per solo riuscire a sfiorarne
il fascino discreto e trasognante. Giammai ti riuscirà farlo
proprio. Perché a volte le parole non sono capaci di rendere
un'idea, non hanno rispetto del pensiero veloce, della suggestione
visiva, della serenità accarezzata di un attimo, sia esso attimo
solitario, sia esso condiviso.
Non so perché ma con tante parole che potrei srotolare per tratteggiare
sicuro quel luogo ce ne sarebbero almeno altrettante da aggiungere,
e non fai in tempo, e così il narratore si ammutolisce, estasiandosi.
In silenzio. Questa la mia reazione, tutte le volte che varco la soglia
del parco, di quel parco, e che mi stendo sull'erba, oppure osservo
le persone, e i colli attorno, o mi metto a pensare, quasi che la bellezza
da un certo punto in avanti non trovi più narrazione sonora di
parole, e che i luoghi, sia pur materialissimi e concreti, si facciano
suggestione o struggente astrazione onirica.
Quelle parole non dette, eppure rabbiose e sincere, che ho dentro, cerco
allora di rimetterle nei vini che commento, un volta ancora e anche
in giorni come questo, immerso come sono nelle sale di una seicentesca
villa trasudante toscanità le cui porte, con il tempo, si sono
aperte - dal centrale snodo chiantigiano - alle diramazioni liquide
ilcinesi, "montepulciane", aretine, pisane, lucchesi, maremmane sì
da offrire all'appassionato, al mestierante e al curioso un percorso
ricco di sensazioni e di ricordi. Qui sì parlati.
Perciò andrò a ruota libera, narrandovi di momenti vinosi
e di sensazioni, come sempre emozionali, come sempre mutuate dal gusto
personale, così come deve essere per tutti quanti intendano parlare
di vino, ché è come parlar di sé stessi.
Girovagare di corte
Per una volta tanto gli onori, e le parole pensate, vadano al padrone
"della corte". Sarà noto a tanti infatti che la Fattoria Le Corti
è anche - e soprattutto - azienda vinicola; situata in territorio
classico di confine ma pur sempre classico chiantigiano. Da qualche
anno a questa parte mi sorprende piacevolmente con il chianti classico
"base", dal quale apprendo dolcezza e tipicità, bevibilità
e riconoscimento, equilibrio direi.
Ad
oggi il Chianti Classico 1999 (18m) mantiene le promesse
solo a metà, o almeno a me così pare, quando ad un rubino
netto e di buona carica, ad una olfazione intensa dalla trama fruttata
e dolce (solo scalfita da alcune screziature animali non finissime)
ci associ un palato un po' avaro di frutto, più compresso e meno
nitido del solito, che non riesce a distendersi, sia pur nella apprezzabile
sapidità dell'impianto, sia pur nel dignitoso corpo. Il Chianti
Classico Cortevecchia Riserva 1997 (35m), al quale la proprietà
tiene particolarmente, assume con l'olfazione buona fittezza fruttata
su rimandi di liquirizia, raffreddata da un eccesso di rovere asciutto,
e in bocca lo senti denso, corposo, ben esposto ed equilibrato, oltremodo
potente, capace di offrire lunghezza e progressione rispettabilissime.
Resta qualche dubbio su quel sentore di legno, che si fa anche aroma
di bocca... Invece il Chianti Classico Don Tommaso 1998 (37m),
che quest'anno si è visto aggiungere alla base "sangiovesista"
un 5% di merlot, è fitto all'occhio così come nello spettro
aromatico che ti propone, di intensa profondità fruttata: vi
cogli il ribes, la ciliegia e poi il cuoio, il pepe... rimarchevole.
In bocca, oltre alla proverbiale potenza, mostra doti di finezza e prontezza
in altre annate non così evidenti, una trama tannica di livello
e un generale equilibrio espositivo a cui aggiungiamo noi un soffio
alcolico più marcato del solito ed una spigolatura amarognola
da smussare un po'.
Molto
buona la prova offerta dalla Fattoria del Cerro di Montepulciano
che propone uno dei vini più belli della giornata, intendo tra quelli
da me assaggiati: il Nobile di Montepulciano Vigneto Antica Chiusina
1997 (36m) suggella una prova di insieme per la denominazione tutta,
riferita a quella vendemmia, di notevole livello espressivo, che io
non ricordavo da tempo. Spettro olfattivo rimarchevole per profondità
e progressione, che unisce fittezza ad eleganza nonché contenuta
esuberanza: frutti rossi del bosco, fior di viola mammola, amarena,
caffè sono alcuni dei riconoscimenti rimembrati. In bocca è quanto meno
coerente e di grande afflato calorico, potente e denso, di affascinante
godibilità e carattere. Armonioso. Una sorpresa positiva mi deriva
anche dalla conoscenza del merlot -in purezza- della casa: il Poggio
Golo 1998 (32m) è finissimo all'olfazione, anche ampio, sia pur
non nitidissimo, e ci regala sensazioni fruttate tipiche e dolci con
una lieve tostatura al contorno. In bocca procede avvolgente e fitto,
con buona sapidità di base e dolcezza di fondo, che mi spinge
all'attesa. Vorrei riincontrarlo più in là, per l'armonia a venire
e che presto arriverà.
Vuole
ascolto attento il Balifico 1998 del Castello di Volpaia
- uscita prevista per l'estate 2001- con il suo rubino nitido non densissimo
e con i profumi ancora celati ma nei quali percepisci di già
la tipica aerea eleganza di questo cru d'alta quota: frutti piccoli
e rossi, speziatura, per un amalgama che non tarderà. In bocca
si presenta sapido e caldo, con screziature tattili minerali su sostanza
di media concentrazione fruttata, di sentita tipicità. Bel portamento
soprattutto, senza meraviglie, ma occorre - l'ho detto - attendere.
Meno
impressionante del previsto - il 1998 tanto per capirci è al top della
denominazione- mi è apparso il Chianti Classico Fonterutoli 1999
(27m) che mostra olfazione non concentratissima su base vinosa e fruttata
di generalizzata finezza. In bocca è senz'altro gradevole, saporito
direi, con i toni dolci in via di focalizzazione e quella vivace, leggera
pepatura a dargli brio e carattere; sconta però una progressione
ed una articolazione non proprio fitta come suo solito. Lo stesso dicasi
per il cru aziendale: il Castello di Fonterutoli 1998 (56m),
che dopo la parentesi DOC torna igt, ha in corpo pure un 20% di cabernet,
ed è rubino "spesso", sentitamente denso. Al naso riesce pure ad andare
in profondità mostrando carattere e nitidezza espositiva su sostanza
di base fruttata, su rimandi cuoiosi e vegetali. In bocca mostra densità
e corpo ma risulta un po' troppo dominato dalle note tostate e da quelle,
amarognole, della trama tannica (forse, ahimé, sua propria) che
tendono a sovrastare il frutto, non propriamente imperioso come suo
standard. Comunque è continuo nello sviluppo, questo sì.
Di
ritorno al passato si tratta quando ti avvicini al Chianti Classico
Riserva Ducale Oro 1997 (32m) di Ruffino con quel suo rosso
rubino non troppo carico, con quelle sue trasparenze, con i suoi profumi
austeri e sfumati, autenticamente tipici, di frutta matura o sotto spirito,
con la caratteristica vena eterea dell'impianto. In bocca trova passo
felpato e morbido, anche dignitoso sviluppo, nel quale il degustatore
trova compiacimento maggiore del solito, intriso di quell'aura austera
e rigorosa, se volete compressa, che si porta appresso, invariabilmente,
da tanti anni. Old style. Una via diversa verso la caratterizzazione
è quella tentata invece con il nuovissimo Modus 1998 (48m), blend
non paritario di sangiovese (50%) cabernet (30%) e merlot ricavati da
altrettante tenute, che per la verità trova poco amalgama ed
una espressione aromatica non proprio nitida In bocca mostra dolcezza
e lunghezza, soprattutto un lodevole equilibrio, ma non trova a parer
mio armonia generale. Più profondamente io vi sento una generale freddezza
nell'impianto, seppur risultino indiscutibili l'esecuzione e la precisione
"tecnica".
Ad
alto, altissimo livello, veleggia San Fabiano in Calcinaia con
le nuove annate "in corso". Molto buono il Chianti Classico San Fabiano
in Calcinaia 1999 (22m), pieno e fitto al naso, oltremodo composto
e non sguaiato, coerente al palato e di grande piacevolezza; in netto
miglioramento rispetto al passato pure il Chianti Classico Riserva
Cellole 1998 (36m), dal rubino sentito e bello, dal naso pervaso
di fragranze chiantigiane e frutti laccati, sia pur non nitidissimo,
dalla rigorosa bocca, che si articola bene ma che chiude soltanto un
po' amara. Soprattutto di grande avvenire ci appare la monumentale consistenza
del Cerviolo Rosso 1998 (50m), un blend quasi paritario di sangiovese,
cabernet e merlot dal rubino scuro e denso, a tratti nerastro. I profumi
mostrano grandissime intensità e profondità su basi complesse
ed in amalgama di frutti rossi e neri, spezie e nuances empireumatiche
variegate. In bocca è superbo per corpo, avviluppo, densità e
tensione gustativa, e trova pochi eguali nel panorama di oggi alle Corti.
Almeno nel mio panorama.
(fp, 17/7/2001)