Trentatre trentini (o forse più)
a Bologna
Il Trentino dei Vignaioli all'Hotel Carlton il
30 aprile 2001
Ogni promessa è debito. Nella introduzione alla prima parte - quella
dedicata ai bianchi - avevamo annunciato di passaggi in rosso e, sul
far della sera, di un dolce finale. E così sarà. Qui d'appresso i nostri
assaggi, le nostre sensazioni, i nostri piccoli incontri, i passaggi
ed i finali, certamente non esaustivi (il tempo ahinoi) ma probabilmente
esaurienti per tentare conclusioni.
Tutto sommato il "blocco" dei bianchi ci è apparso di generalizzata
buona caratura, di sentita tipicità, con punte fulgide di bellezza.
Caratteristiche queste che sono un po' più da ricercare nel panorama
in rosso trentino, ma non per questo assenti; anzi, quando le scopri,
o le percepisci, avrai a che fare con qualcosa da ricordare. Infine,
per quanto attiene ai vini dolci o da meditazione, riteniamo che i trentini
possano contare su due vitigni, nosiola e moscato, che possono elevare
veramente la regione per peculiarità e pregnanza: basta perseverare
e siamo sicuri che troveremo, ora e domani, splendenti moscati rosa,
solari vini santi.
Intanto
da Castel Noarna arriva al banco d'assaggio il Romeo
1997, un Trentino DOC che unisce in sé i contributi di cabernet
sauvignon (50%), cabernet franc (30%) e merlot (20%) e che ci appare
di veste rosso rubino con unghia viola, cupa e densa. I profumi sono
intensi e penetranti, sentitamente vegetali ed erbacei, con cuoio, spezie
fini, leggeri cenni di cioccolato, menta, liquirizia e terra al contorno,
a regalare un quadro di discreta finezza. In bocca mostra materia estrattiva
e corpo ma non sostanza fruttata come ci si aspetterebbe; sicuramente
caldo, procede a lungo screziato sul cammino da note amare che lasciano
il segno fino a riprendersi forse solo nell'estremo finale con un ritorno
di menta dolce.
I vitalissimi fratelli Cesconi sono in compagnia del
loro Merlot 1999, un Vigneto delle Dolomiti IGT dal
rubino cupo, violaceo e denso, e noi approfittiamo di tale compagnia.
Buona la chiarezza espositiva e dignitosa l'espressione aromatica, che
non ci pare percorra strade variegate e profonde ma si lascia comunque
apprezzare nella veste tipica che gli compete: piccoli frutti del bosco
rossi, risvolti floreali e vegetali, cioccolato; il tutto per un risultato
di degna finezza. In bocca il vino procede caldo e fruttato, di corpo
medio, passo non superiore ma di precisione e fattura indiscutibili
che portano ad un vino succoso e suadente al palato, con un retrogusto
finale dolce e media lunghezza. Forse resta penalizzato da un'annata
non propriamente al top.
Reincontriamo, con piacere, il giovane Alessandro Fanti;
ci conduce all'assaggio di un rosso da tavola che, se estro, perseveranza
e vendemmie non mancheranno, avrà belle carte da giocarsi per il futuro:
il Portico Rosso 1997 di Giuseppe Fanti intanto
(merlot 60%, cabernet 40%) è rubino assai cupo e denso. Rivela un naso,
se lo ascolti bene, di non comune profondità, anche se attualmente non
ti appare nitidissimo: tappeto di piccoli frutti del bosco, note vegetali
di foglia di pomodoro, peperone, risvolti cioccolatosi, leggero tostato,
il tutto coesiste e progredisce degnamente senza smaccature di sorta.
In bocca è oltremodo coerente e avanza corposo su sviluppo lungo ed
articolato, solo un po' troppo amaro nella estrazione tannica e tendenzialmente
"verde" nella sensazione tattile vegetale, comunque con una bella quantità
di frutta da offrire ed un finale lungo. Se si affilano le armi sarà
da tener d'occhio. Davvero.
Tappa
d'obbligo nel mondo del teroldego: spesso, ancora oggi, parlare di questo
vino significa "scomodare" il nome di Elisabetta Foradori. Il
Teroldego Rotaliano Foradori 1999 (che passa al 60% in barrique
usate al secondo e terzo anno) è rubino nitido non troppo carico e di
apprezzabile densità. Non molto incisivo né intenso ci appare nella
proposta aromatica, basata sul tipico frutto, qui assai composto e "in
sé" per la verità, sugli eleganti risvolti floreali, sulle ripetute
nuances vegetali (rabarbaro). In bocca procede asciutto, di buona fruttuosità,
con carica tannica di livello non superiore, chiudendo un po' amaro.
Insomma, non certo un vino esplosivo, ma fresco e fruttato che si beve
bene. Dolce l'apporto aromatico del rovere. Invece il Teroldego Rotaliano
Foradori 2000, campione di botte, ha colore sgargiante e vivido,
di sentita densità. Più presente e "vivace" il quadro aromatico che
se ne trae, sicuramente con maggiore consistenza fruttata nonché con
qualche "acerbità" di troppo da assorbire ancora, che tende ora a renderne
"selvatico", o perlomeno impreciso, l'approccio. In bocca mostra corpo,
vena fruttata sentita e, soprattutto, un passo ed un peso che restano;
vengono confermati i toni eleganti e non pesanti, ma c'è più frutta
che nel '99. Bello. Per chiudere, non potevamo mancare l'assaggio al
Granato 1999 (in questo momento affina in bottiglia, uscirà a
Settembre), con il suo rubino cupo e denso, pure violaceo. Nei profumi
(che vanno ancora un tantino "scavati") scorgi sincera l'eleganza e
la compostezza della proposta, così come ottimamente laccato percepisci
il frutto, tale da risplendere e compiacersi nelle note intense della
ciliegia. Non puoi non trovare quel quadro fine. In bocca offre profondità
e stoffa, avvolgenza e dolcezza, equilibrio e spalla e ancora qualche
crudezza del legno. Di grande avvenire. Avviso ai naviganti: il '99
è superiore al '98, ma il 2000 sarà una bomba...
Marco
e Rosanna Manica possiedono e dirigono l'azienda agricola Longariva
in quel di Rovereto; sono passati 22 anni eppure Marco si rivela, all'approccio,
un personaggio che non si monta la testa e che non ti fa apparire le
cose per quello che non sono. Sostiene che su quel tavolo non ci stanno
le sue cose migliori, come ad esempio il pinot nero che -a sentirne
parlare - sembra essere un vero e proprio orgoglio di famiglia. Di lui
-ahinoi - niente possiamo dirvi. Però vi possiamo parlare del Marzemino
1999 Longariva, derivato dalle pergole dei vigneti Ai Dossi e Reviano,
situate entrambi nel comune di Isera. Lo vedi rubino vivido e di media
densità. I profumi sono intensi, fruttati e floreali, con richiamo prepotente
di viola, assolutamente nitidi e franchi, vinosi, senza meraviglie ma
piacevolissimi. In bocca mantiene intatte le aspettative di godibilità.
Con una spinta acida ben imbrigliata, è immediato, "femminile", non
dotato particolarmente in caratura tannica e struttura ma non per questo
non puoi non definirlo bellamente simpatico. Il Tovi 1997 di
Longariva invece fa parte della linea alta della produzione. Deriva
le sue uve - è merlot in purezza - dal vigneto omonimo situato in Longariva
e sconta pure un lungo affinamento nei carati (16 mesi), tanto da chiamarsi
Riserva. Nel bicchiere il rosso è ancora rubino vivido e di apprezzabile
densità. I profumi sono intensamente fruttati e vegetali, leggermente
erbacei sullo sfondo, dai risvolti cuoiosi. Ci senti il peperone e li
trovi di discreta finezza, con il rovere ben integrato. Di peculiare
speziatura poi lo percepisci al palato, dove procede di buon passo,
di corpo sicuro e, soprattutto, con portamento elegante e con una bella
quantità di frutta da mettere in mostra. Buona la sostanza, non c'è
che dire. Moderatamente nella tipicità, manca forse di finezza e di
quel "guizzo" in più, per poter sorprendere ed affascinare appieno.
Senza voli pindarici è comunque un vino che vale la meditazione, come
da meditare è l'ottimo prezzo, 12500 lire più iva in cantina.
Remo
Tomasi è il proprietario-enologo del Maso Bergamini, un azienda
conosciuta, almeno dai sottoscritti, per via di un peculiare e dolcissimo
Moscato Rosa del quale, in chiusura - ultima annata
- vi parleremo. Però di non solo moscato rosa si vive, così dal Maso
vengono prodotti anche una serie di vini bianchi e rossi provenienti
dai vigneti di proprietà situati tutti in alta collina, a nord di Trento.
Apriamo una piccola sezione dedicata ai Pinot Neri trentini partendo
da Remo Tomasi in persona -en attendant il moscato rosa Ð del quale
assaggiamo il Pinot Nero Maso Bergamini 1999, dal colore rubino
pieno tendente allo scarico, dall'approccio olfattivo gradevole e profumato
ma non intensissimo, a cui mancano la complessità e la profondità dei
grandi. Meno interessante ci appare al palato, dove sconta una progressione
non entusiasmante su struttura e peso di media "stazza".
Immediato il confronto con il Pinot Nero 1998 di Maso
Cantanghel, che fa un anno di barrique. I profumi sono più netti
e definiti (rosa, lampone e note di china) anche se di media intensità.
Anche in bocca ci appare un tantino più potente e saporito fin dall'attacco,
nell'ambito di un corpo medio e di un finale in cui prevalgono le note
legnose di vaniglia e crema di caffè.
Il Pinot Nero 1998 di Pojer e Sandri, che fa
un anno di legno piccolo non tutto nuovo, ci è parso dai profumi tenui
al naso, ma in bocca si riscatta essendo saporito (note nette di lampone)
e caldo.
De La Cadalora assaggiamo il Pinot Nero Vignalet 1998,
che sta un anno in legno piccolo al 50% nuovo. é il vino dal colore
più carico della tipologia, e non sorprendono dunque fino in fondo le
note di frutta matura (ciliegia soprattutto) che si percepiscono chiare
al naso, accompagnate da una copertura dolce e da cenni di rabarbaro.
In bocca, che si presenta di media struttura, queste peculiarità si
confermano arrivando ad una carattere quasi "cotto". Molto intrigante
l'altra proposta dell'azienda, il Majere 1998 composto da casetta
(70%) e cabernet sauvignon. La casetta è un'uva autoctona coltivata
nella media Vallagarina ormai da solo due produttori, ed è quasi "da
museo": 4-5 ettari in tutto. I profumi sono assai peculiari e poco catalogabili.
Nell'ambito aromatico si situa (e in questo accogliamo il suggerimento
del produttore) fra il barbera e il syrah, dando dunque buone sensazioni
di frutto e speziature fini. Questo vino ci sembra abbia buona carte:
colore fitto acidità e buona struttura e un tannino dalla buona trama.
Terminiamo con un accenno al Pinot Nero 1998 di Graziano
Fontana, dai delicati profumi di rosa e, dello stesso produttore
con il Lagrein ... dal naso un tantino rustico ma di bella carica fruttata,
dominata da note di amarena.
Il
nome Lunelli, se parliamo di vino, non ha certo bisogno di tante
presentazioni, anche se nell'immaginario collettivo non c'è questo nome
sotto quello, arci-noto, di Ferrari. Insomma, è chiaro che i
Lunelli di cui parliamo sono gli stessi del Ferrari spumante. Ebbene,
l'Azienda Agricola Lunelli ha acquisito diversi Masi sul territorio
per produrre vini diversi accomunati dalla cura particolare riservata
nella scelta delle uve e nella conduzione agronomica nonché, perlomeno
negli intenti, dall'essere, o dal poter diventare, dei grandi vini.
Le armi e gli estri in tale dimora non mancano di certo. Noi qui oggi
tastiamo il polso alla situazione, bonariamente si intende, senza pretese
di essere esaustivi - di un solo vino si tratta - assaggiando il Maso
Le Viane 1997, un Trentino DOC composto da cabernet franc, cabernet
sauvignon e merlot presenti in varie selezioni clonali, più - ci dicono
- da alcuni vitigni autoctoni. Proviene da un Maso situato a sud di
Trento, nei Campi Sarni, più propriamente da un impianto da 5000 ceppi/ettaro
allevato a guyot, con resa di 45 hl/ha, che per ceppo fanno 1,5 kg di
uva. Diciotto mesi dura l'affinamento in carato, altrettanto quello
in bottiglia prima della commercializzazione. Quindicimila le bottiglie
prodotte. Oggi lo percepiamo molto boiséé al naso, e se all'inizio si
percepiscono belle note di ciliegia matura e prugna, dopo breve ossigenazione
queste vengono coperte da coltre di spezie, caffè e tabacco. In bocca
ci sembra esuberante e pieno nella struttura, ha materia estrattiva
e nerbo, ma non riesce a colpire al cuore né per l'eleganza, né per
l'articolazione. Il mancato equilibrio gli fa assumere, oggi, toni cupi,
di non estrema nitidezza espositiva. Peccato, perché nasconde dei numeri.
Anzi, siamo certi che sarà un vino da tener d'occhio.
Eccoci da Letrari, dove iniziamo con un bel Marzemino
2000, fresco, beverino, fruttato, semplice. Proseguiamo con
il Cabernet 1997 (interamente "franc") che ci sembra
molto buono: infatti mostra bei profumi di menta, liquirizia e ciliegia
nera al naso, e In bocca esibisce bel calore, corpo medio-pieno, morbidezza
e buona concentrazione. Concludiamo con il Ballistaris 1998 (assemblaggio
di cabernet sauvignon, cabernet franc, merlot e lagrein) che mostra
un colore cupissimo, e profumi compatti e concentrati di frutta nera
e cioccolato. In bocca è morbido e equilibrato, forse aromaticamente
un po' frenato ma comunque pieno e maturo. Insomma, buono.
Due
le proposte in rosso di Vallarom: il Campi Sarni Rosso 1998,
un Vallagarina IGT di matrice bordolese derivato dalle uve coltivate
- cloni particolari - nei vigneti Belvedere e Secchi, ed il Cabernet
Sauvignon 1997 (che cabernet lo è per l'80%) derivato esclusivamente
dal Belvedere. Il Campi Sarni 1998 si caratterizza principalmente per
l'eleganza l'estroversione, e al tempo stesso la compostezza della proposta,
sia al naso, dove i profumi penetranti e lo spettro non richiamano a
profondità o ad articolazioni complesse ma al buon portamento (a bicchiere
fermo sentiamo di più la frutta Ð marasca Ð in rotazione vengono fuori
note caffeose), sia al palato, che avanza preciso e godibile, ben equilibrato,
su struttura di peso non superiore. Abbiamo il sospetto che il vino
abbia oltrepassato il suo momento migliore. Altra cosa, non c'è che
dire, il Cabernet Sauvignon 1997, già dal colore in
linea con quanto ci si attende da un "bordolese" aitante. Molto bello
difatti ti appare al naso, con suggestioni profonde di frutti neri (ribes)
perfettamente fuse con la nota vegetale ed accompagnate da grafite,
cuoio, menta. In bocca mostra freschezza e succosità, continuità e fittezza
su caratura tannica di livello e piena avvolgenza gustativa in un ambito
di grande frutto. Infine, è pure piacevolissimo. Tra i migliori assaggi
di oggi.
E terminiamo la sequenza dei rossi con i cugini Poli,
che sono anche vicini di stand, e che saranno protagonisti della conclusione
"in dolce". Di Francesco Poli sentiamo il Lagrein Vigna Le
Vallette 1999, che ci appare piuttosto neutro al naso ma dalla bella
presenza di frutta nera in una bocca di medio corpo. Il Cabernet
1999, non potente né concentrato ha comunque una bella esposizione
di frutto, molto diretta e franca. Di Giovanni Poli assaggiamo
il Cabernet Fuggè 1997, dodici mesi in barrique, altri dodici
in bottiglia. Non intensissimo al naso neanche lui, ha comunque una
bella bocca, stavolta anche potente oltre che fruttata con un buon amalgama
con le note vegetali pure percepibili.
Per
concludere in dolcezza la cavalcata trentina partiamo da tre suggestioni
tre su altrettanti vini - santi - che niente hanno a che vedere con
i santi toscani. Uno eccezionale, uno molto buono, l'altro buonino.
La palma della bontà la assegniamo al Vino Santo 1994
di Giovanni Poli. Da vendemmia tardiva di sole uve
nosiola raccolte nella Valle dei Laghi dal vignaiolo e distillatore
Giovanni (il Poli del cognome lo accomuna alla famiglia trentina famosa
per le grappe, con la quale è imparentato), trova poche parole a commento
se non: straordinaria proposta aromatica e splendente tensione gustativa,
equilibrata, piena, vibrante e continua bocca, quasi solare pur essendo
bocca di un vino d'alta quota. Agrumi, frutta candita, uva passa, miele
e leggerissimo boisée ne compongono lo spettro; freschezza, ricchezza
d'estratto, equilibrio risolto tra zuccheri-acidità e avvolgenza attengono
al palato dove, a lungo, il degustatore si compiace.
Il
Vino Santo 1992 di Pisoni, anch'esso molto buono,
subisce un affinamento in legno più lungo del precedente (tre anni)
preceduto da una fermentazione in botti scolme. Oggi lo trovi brillante
nel suo colore giallo d'ambra e variegato all'olfatto- forse meno intenso
e complesso del Poli ma assolutamente preciso ed intrigante: caramello,
uva passa, frutta candita e secca, tabacco biondo... Avvolgente e lungo
in bocca, riesce a ben distendersi e ad offrirsi continuo, pur scontando
un peso leggermente inferiore rispetto al vino precedente.
Buonino,
ma poteva far meglio, Francesco Poli con il suo Vino
Santo 1994 il quale, rispetto agli altri, si mostra inferiore
nell'impatto olfattivo (accenni metallici) e piuttosto compresso nella
proposta gustativa, che non si allarga e non si espande come vorremmo.
Restano buon ricordo le sensazioni di frutta (sentiamo il cedro) candita
ed uva passa, la freschezza e l'eleganza, che non lesina. Val la pena
raccontare come nasce: da raccolta tardiva delle uve nosiola messe poi
per 5 mesi ad appassire sui graticci, che qui chiamano arele, fino allo
sviluppo della muffa nobile, successiva pigiatura durante la settimana
santa - da cui il nome - e stazionamento a lungo in barrique (almeno
due anni).
Risultato non esaltante invece per il Sole D'Autunno 1999 di
Maso Martis, dinamica azienda da 12 ettari situata subito a nord
di Trento, a Martignano, e capitanata dalla famiglia Stelzer. Non continuo
nella sua colorata doratura, questo chardonnay da vendemmia tardiva
e appassimento sui graticci si presenta con profumi certamente ampii
purtroppo screziati da fastidiose e curiose note di yogurt, che raffreddano
assai il quadro composto sui toni della frutta candita e del rovere.
In bocca ha uno sviluppo continuo e assai serrato ma è di fiato corto,
senza mirabilie, riuscendo comunque a compiacersi in un finale dolce-non
dolce.
Invece il Moscato Rosa 2000 di Maso Bergamini
sfodera come suo solito una sostanza fruttata matura e dolcissima, costellata
al naso da autentiche pennellate di fragola e ciliegia, lampone e legno
di rosa che ne rendono l'approccio particolare, al cospetto del quale
forse alcuni puristi del moscato rosa potranno storcere il naso, ma
dal quale sicuramente è impossibile non trarne un forte motivo di riconoscibilità.
Rispetto al Bergamini '99 gli associamo un corpo maggiore, qualcosa
in più di alcol, che riesce quindi a sostenere lo sviluppo di bocca
più a lungo. Sicuramente, oggi come ieri, a lui compete la medesima,
peculiare, ambrosiaca piacevolezza.
Fernando Pardini e Riccardo
Farchioni
(21 Agosto 2001)