Trentatre trentini (o forse più)
a Bologna
Il Trentino dei Vignaioli all'Hotel Carlton il
30 aprile 2001
Ci
fa sempre piacere assistere e dare testimonianza di riunioni delle associazioni
di piccoli produttori, cioè di produttori i quali, superando
ovvie ragioni di competizione commerciale, decidono di dar vita a delle
entità che compatte si presentano al pubblico. Ci fa piacere
perché è l'ulteriore conferma, se ce ne fosse ancora bisogno,
che il vino è una realtà del tutto particolare, e i soggetti
che contribuiscono a crearla non si associano necessariamente per rivendicare
qualcosa, ma per proporre una visione forte ed unitaria del loro operato.
Anzi, arriviamo a dire che partecipare a queste riunioni ci fa sentire
come i visitatori delle mostre nelle quali gli artisti di una corrente
pittorica presentano sì le loro opere, ma dove in primo piano
viene messo il movimento complessivo. E il vino è qualcosa da
mettere in mostra, e il territorio è qualcosa che unisce, che
dà unità di background sul quale si innestano gli
stili personali di realizzazione dei prodotti.
Sì, in effetti erano un po' di più di trentatré
i trentini, o per essere più precisi, i vignaioli trentini, usciti
per la prima volta dalla loro Trento (applaudiamo questa scelta) e scesi
sul campo "neutro" di Bologna (ma anche su quelli di Milano e Torino
nelle settimane successive) a presentare compatti la loro produzione.
Sono venuti fin qui nel nome appunto di una associazione tutta nuova,
che li unisce nell'intento comune, semplice, bello, ma allo stesso tempo
importante e impegnativo, di qualificare il territorio su cui lavorano.
Semplice.
E quindi eccoli qua, loro, i vignaioli, uomini e donne, a ciascuno il
suo tavolo, tutti uguali senza distinzioni, nell'ampio salone (oggi
sì finalmente ampio) dell'Hotel Carlton, direttamente provenienti
dalle alture e dalle valli trentine, dal Campo Rotaliano alla Vallagarina,
dai colli di Faedo alla Valle Isarco, uomini e donne di bella speranza
o consolidata spalla e tradizione. Regola del gioco, presentare al massimo
quattro vini, cosa che per un attimo dispiace, ma poi solleva anche
il degustatore da dolorose esclusioni, vista la ricchezza dello spettro
produttivo che spesso caratterizza le aziende trentine.
L'atmosfera rilassata e vivibile, supportata dall'accoglienza attenta
premurosa e simpatica dei produttori, i bicchieri Spiegelau finalmente
all'altezza, le delicatessen varie a spuntare qua e là
per allietar palati, hanno concorso alla buona riuscita dell'evento
regalando una buona manciata di ore agli addetti ai lavori, ai giornalisti
e ai curiosi ad invito, per degustare ed annusare l'aria che tira, più
o meno mitigata dall'ora del Garda!
L' infaticabile redazione nostra, con due alfieri in campo, per quella
manciata di ore sui vini presenti ha dedicato appassionata l'attenzione,
e qui sotto vi rimette le impressioni d'assaggio vissute, vestite di
bianco (con qualche sporadica bollicina), poi di rosso, per chiudere
in dolcezza sul calar della sera. Molte good news incontrate
nel cammino confortano l'impressione generale: si tratta di una realtà
in pieno sommovimento, con potenziale in divenire, che potrà
giocarsi carte importanti dal punto di vista del terroir, con qualche
notevole capacità autoctona di stupire e con un discreto e peculiare
inserimento di uve e stili foresti, di cui a tratti sa fornire impronta
personale e non reiterata scopiazzatura. Solo in tal modo potrà
crearsi un bagaglio, uno stile, un viatico, un trampolino e una certezza
in più. Per il Trentino tutto.
Bianchi percorsi
E
cominciamo bene suvvìa a parlar di vino, con i giovani rampolli
Cesconi da Pressano che ci offrono all'assaggio l'Olivar 1999
(22m), un Vigneto delle Dolomiti IGT che si avvale del contributo di
diverse uve quali chardonnay, pinot bianco, pinot grigio e sauvignon.
Il suo giallo ha riflessi verdolini, luminoso e di discreta densità
e quando lo porti al naso ti appare eccezionale per finezza ed eleganza
infuse: profumi floreali (fiori gialli soprattutto), e fruttati (banana),
speziati, vegetali, aromatici, balsamici, si rincorrono e si compenetrano
regalando ampiezza e compiacimento al degustatore. In bocca non tradisce
le aspettative, lì si concede sapido ed espressivo, dolce all'attacco,
potente ma fresco, lungo ed accattivante, di sviluppo, passo e peso
sicuri, senza tentennamenti, e quello che più colpisce, senza
quasi speziature né ammiccamento alcuno. Bel viatico e bellissimo
vino.
Il
"grande vecchio" della nuova viticoltura trentina, Fiorentino Sandri
- si fa per dire vecchio ché è tutto fuorché persona
anziana, ma d'altronde sono quasi trenta gli anni di "apprendistato"!,
e gli ettari passati da 2 a 24 - ci guida alla prima tappa di bianco
vestita in casa Pojer & Sandri, conosciutissima cantina (e distilleria)
di Faedo. La Cuvée Extra Brut Pojer&Sandri NM (30m fc)
ha in corpo un 2/3 di chardonnay ed 1/3 di pinot nero delle annate 1995
e 1996, è stata tre anni sui lieviti ed è stata sboccata
nell'autunno del 1999. Oggi si presenta in abito giallo chiaro cristallino
di scorrevole densità e di buona spuma, fitta e fina. I profumi
assumono tipiche fragranze legate ai lieviti, alla crosta di pane, ai
fiori bianchi del campo e alla mandorla dolce, sensazione quest'ultima
che si fa tattile al palato assieme alla banana che lo fa varietale,
dove il nostro fila dritto gustoso e coerente, senza meravigliare, su
approccio secco di degno portamento, certamente pas dosé,
con frequenti rimandi minerali verso un finale non lunghissimo.
Sempre intrigante - ce lo ricordiamo spesso come uno dei bianchi tradizionalmente
meglio riusciti da parte di questa cantina - ci è sembrato il
Müller-Thurgau Palai 2000 che nasce appunto a Palai dalle
sue belle pergolette aperte alla trentina. Il giallo è scarico
di media densità ma i profumi sono intensi ed invitanti per via
della spiccata fragranza e della aromaticità propria del vitigno,
sviluppati su fitto fruttato bianco di mela e pesca, proseguiti su fior
di sambuco e foglia di fico, completati da note d'agrume. In bocca si
compiace delicato, saporito e dolce, molto tipico, ma nel proseguio
trova qualche discontinuità e tende a scivolar via troppo in
fretta e un po' "seduto", pur rimanendo di riconoscibile piacevolezza
aromatica.
Lucia
Letrari vien da Rovereto, è giovane ed insieme alla famiglia
gestisce 23 ettari di vigna lì attorno, lei è pure l'enologa
di casa, ed oggi ci presenta il Brut Riserva Letrari 1996 composto
da un 60% di chardonnay ed un 40% di pinot nero. Buono intanto lo spettro
aromatico, che si concede caldo ed invitante su base di frutta fresca
e mallo di noce, iodio e succo d'ostrica, con solo qualche rimando leggermente
metallico a raffreddare il tutto. In bocca è secco, succoso,
quasi asprigno e mostra, insieme al portamento, una progressione morbida,
sia pur non strabiliando per complessità o persistenza ma mettendo
in mostra una certa eleganza più che estroversione fruttata.
Più deciso e decifrabile l'Incrocio Manzoni Letrari 2000,
che è un Vigneto Dolomiti igt, è giallo netto e assai
denso. I profumi sono marcatamente intensi e precisi, di impronta aromatica,
fruttata (pera per esempio) e speziata, fini e tipici, che ben progrediscono
all'aria. In bocca è coerenta all'attacco e assume all'inizio
un carattere di piacevole dolcezza per virare poi verso un finale lungo,
con sentori di mandorla in corpo saldo e qualche nota pungente. Molto
interessante.
Dalla
cantina ricavata nei locali di un antico forte austriaco, riconvertiti
quindi a sorte pacifica, e dalle mani del proprietario Piero Zabini,
ci avviciniamo al Maso Cantanghel, azienda che si può
considerare ormai "storica" visto che opera dagli anni '70, 3 ettari
di proprietà e altrettanti in affitto in alta Val Sugana, e al
suo Chardonnay Vigna Piccola 2000 (13m fc) che sta cinque mesi
in barrique. Il colore è quanto mai invitante e luminoso, carico
fino a sembrare oro, mentre assai atipico ci appare nell'aspetto aromatico
dove i sentori mutuati dal rovere sembrano tarpare le ali al frutto,
almeno per ora. In particolare curiose ci appaiono le note di castagna
bollita, di marron glacé e di spezie che ne accompagnano, persistenti,
lo sviluppo. In bocca mostra la stessa impronta aromatica, è
sapido, strutturato, tendenzialmente morbido, di innegabile sostanza
fruttata, ma oltre maniera boisée e questo ne fa un vino
di poca freschezza che comunque presenta un finale lungo. Più
convincente ci sembra invece il Sauvignon Solitaire 2000, brillante
nel colore e dove all'olfatto percepisci sotto uno spettro di buona
composizione, che può andare in profondità, peculiare,
fatto di fiore di tiglio e miele, agrumi, frutta esotica e pietra focaia
oltre ad una buona nota varietale. Di bella dignità ci appare
in bocca, dove forse abbisogna di tempo per trovare giusta articolazione
ed equilibrio mentre la tenuta aromatica ed il passo appaiono di già
sicuri, bella è la fluidità e le note agrumose, ed il
rovere non troppo aggressivo.
Da
Castel Noarna tre assaggi in bianco: la Nosiola Casot 1999
è ben articolata nella proposta aromatica, dal caldo approccio;
vi percepisci fiori di campo, pomodoro, mela, miele, frutta secca. In
bocca è sapida e secca, rotonda e piena alla beva, tendenzialmente
morbida e dall'equilibrio acido rimarchevole. Il finale è dignitoso
con il suo retrogusto di nocciola. Lo Chardonnay Campo Grande 1998
è giallo/verdognolo carico, nitido e denso. Ampia la gamma espressa
al naso, ma oltremodo tostata e boisée, con chiare note
di crema pasticcera e cioccolato bianco e su fondo di sottobosco e spezie.
In bocca presenta spessore e peso inferiori a quanto ci si aspetta,
sebbene complesso ti appaia il quadro e morbido l'impianto. Certamente
l'influsso roverizzante e speziato si sente e, oggettivamente, rende
deja vu il tutto, senza mirabilia. Col progredire in bocca subisce una
diluizione anche se aromaticamente tende all'espansione. Non così
deja vu invece l'ascolto al Bianco di Castelnuovo 1998 (10% riesling,
30% sauvignon in parte in legno, 30% chardonnay in parte in legno dove
svolge la fermentazione malolattica, 40% traminer) dal giallo paglia
brillante, lucido e riflettente. I profumi si dipanano eleganti e in
amalgama, intriganti, peculiari e mai ammiccanti, screziati da sensazioni
aromatiche profonde e variegate fragranze floreali (lavanda in evidenza),
su spunti di spezie. In bocca si presenta fresco, e al contempo dolce,
maturo ed estremamente suadente, con sviluppo e peso superiore, che
lo rendono intrigante ed invitante. Dal finale lungo e da buon ricordo.
Da
buon ricordo, e anche di più, la prova offerta da una piccola
cantina che conta 4 ettari di vigna in quel di Pressano di Lavis, e
che si chiama Giuseppe Fanti. Incontriamo il figlio Alessandro,
affabile e simpatico enotecnico della casa, che con i "vicini di casa"
Cesconi e Maso Furli forma una tridente di "giovani cervelli" dal quale
ci aspettiamo risultati ancora più brillanti di quelli che già
stanno mettendo in mostra. E Alessandro ci guida all'assaggio - primariamente
- di un vino che risplende: l'Incrocio Manzoni 1999
(15m) ha profumi ben composti e di sentita eleganza, che ti portano
a pensare all'Alsazia: speziati ma anche fruttati e floreali, che mancano
forse di una completa e nitida esposizione. In bocca non lascia dubbi:
grande stoffa e corpo di prim'ordine per un bianco dal passo lungo,
morbido e grasso, dalle sensazioni tattili composite e nette, dai bei
ritorni fruttati. Diremmo grande nella sua tipologia, e non solo in
essa. Potrebbe avere dei numeri, se non fosse per una certa ingessatura
roverizzata, lo Chardonnay Robur 1998 di Giuseppe Fanti, con
il suo giallo paglia carico dai riflessi accesi, quasi dorati, e la
sua palpabile consistenza. I profumi associano il sottobosco al mentolo,
la clorofilla al tostato del rovere senza essere smaccatamente empireumatici
o stancanti. In bocca però l'eccesso di legno si fa sentire e
secondo noi lede all'armonia e al risultato d'insieme rendendolo monocorde,
stanti una struttura ed un corpo di prim'ordine ed uno sviluppo grasso,
fluido e morbido. Migliori dosaggi e potrebbe brillare di luce propria.
Nel modo in cui oggi si presenta, per buona parte dell'assaggio, è
deja vu.
Una puntata da Roberto Zeni per incontrarvi il Pinot Bianco
Sortì 2000, dal giallo chiaro di media marcatura in densità.
I profumi sono intensi e assumono carattere peculiare, quasi aromatici,
pungenti e vividi, e vi riconosci la frutta fresca come l'albicocca
e la pera su uno sfondo floreal-speziato. In bocca si concede coerente,
anche se meno impressionante, ma comunque saporito, di bella struttura,
penetrante, sapido e dolce nella sostanza e con un finale caratterizzato
da note di crema. Di godibile bevibilità ma assai atipico come
espressione di pinot bianco, per le nostre, forse limitate, conoscenze.
L'azienda
Vallarom ha sede ad Avio, in Vallagarina, già "in odor"
di Garda, ed appartiene alla famiglia Scienza (sì, quella del
celeberrimo Attilio che ha ovviamente impostato i vigneti ma che ora
si concentra sulla sua azienda nel bolgherese, a metà collina
sotto Grattamacco e sopra Gaja). In questa sede ci presenta, affabile
e competente nel rappresentante di famiglia Filippo Scienza (anzi nei
rappresentanti, perché c'è anche sua moglie, detta "la
tigre") che fa gli onori di casa, il Campi Sarni Bianco 1999
(16m), blend di pinot bianco in netta prevalenza (50%), con apporto
sentito di chardonnay (30%) e, in via minoritaria, di sauvignon e riesling
renano (10% ciascuno). Nonostante l'annata che ci viene definita difficile,
troviamo ben amalgamata la proposta aromatica, elegante, fine, di stampo
floreale, con leggere nuances mielose e fruttate che richiamano
l'esotismo. In bocca mantiene buona esposizione, passo felpato ed assoluta
precisione, anche discreta grassezza diremmo, e presenza estrattiva,
per un risultato che colpisce in quanto dona pienezza gustativa pur
nella leggiadra ed aerea impostazione. Pregi da rimarcare. Dal vigneto
Casetta, Vallarom ci presenta poi lo Chardonnay Vigna di Brioni 1998,
che organoletticamente non pare discostarsi più di tanto dagli
altri chardonnay roverizzati assaggiati oggi, con quella sensazione
cupa e oltremodo boisée che nasconde frutto e chiara esposizione
aromatica e gustativa. Non manca di carattere, pur essendo "già
visto" anche questo.
Piccola
sosta anche all'azienda De Tarczal , dal nome evocante blasone
e storia di imperi passati, che ha sede (e 20 ettari di vigneto) ancora
in Vallagarina e dove assaggiamo il Pinot Bianco 2000.
Anche qui ritroviamo presente l'aspetto semi-aromatico già percepito
nel vino di Zeni, con olfatto intenso, floreale di lavanda, fruttato
di mela e lievemente speziato. In bocca è sapido, fresco e possiede
buon corpo, pur restando di medio peso e non concedendosi più
di tanto. Trasmette comunque calore ed eleganza.
Dal Campo Rotaliano, Endrizzi Elio & F.lli ci porta in assaggio
lo Chardonnay Endrizzi 2000 dal giallo nitido e dalla media densità.
Non tanto intenso ci appare nella proposta aromatica, basata soprattutto
sul floreale e sul balsamico cosicché non troppo sentita, o almeno
non quanto noi vorremmo, ci risulta la fragranza fruttata di base. In
bocca si mantiene saldo, fresco , un po' troppo scorrevole e beverino.
Non ci sono miracoli, è sottile, ma una gentile e sincera piacevolezza
possono dimorare in questo bicchiere.
Dal nostro amico Graziano Fontana di Faedo (per la verità
era presente il fratello), propugnatore del monovitigno off limits,
assaggiamo a riprova il Sauvignon di Faedo 2000. Al naso è
assai caloroso e vivace nella sua franca varietalità, intenso,
prettamente vegetale di salvia sclarea e foglia di pomodoro, che percepisci
nitide anche al palato. In bocca ha nerbo acido consistente e pure del
corpo; certo la progressione e lo sviluppo gustativo, insieme agli aromi
di bocca, non sono finissimi ma il vino ha struttura e sostanza, è
agrumoso, fresco e non lesina in carattere, quello no.
Puntiamo
dritti a sud quando si passa per Avio; l'azienda agricola Maso Roveri
dei fratelli Anzelini, dai nove ettari di proprietà ricava, tra
gli altri, il Pinot Bianco Maso Roveri 2000, che in questa versione
ci appare assai simile, nell'approccio olfattivo, ad un bianco friulano:
ben sfumato, elegante, composto anche se non tanto intenso, fruttato
di pesca e floreale bianco di campo. In bocca non presenta passo o peso
superiori, ma è pervaso di gentile fragranza e ti appare così
delicato di beva, corretto e preciso, a cui manca solo il guizzo. Infine,
sempre dal Maso Roveri, terminiamo con il Moscato Giallo 2000
in versione secca, un vino dallo spirito aromatico tipico del vitigno,
in cui si rincorrono presenze vegetali, floreali e speziate, abbastanza
fini. In bocca si mostra di aerea leggerezza e di degna sapidità.
Nella fresca impostazione acida e nella sostanza - un po' sottile per
la verità - può trovare un qualche interesse il degustatore
ma ricordo poco duraturo, perché mancano la profondità
e la pregnanza. Alla prossima, con i trentatretrentini in rosso.............
(fp&rf, 3/7/2001)