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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Aglianico: Vulture e Sannio a confronto

di Fabio Cimmino

Due realtà così diverse ed un solo vitigno, o meglio, più cloni di uno stesso grande vitigno: l'aglianico del Vulture e quello del Sannio. Al convegno organizzato da Giulia Cannada Bartoli in occasione dell'anteprima di "Elementi", la nuovissima manifestazione enogastronomica che si terrà a Napoli il prossimo dicembre, c'erano personaggi illustri a parlarne: Gerardo Giuratrabocchetti, che oltre ad essere titolare delle Cantine del Notaio e presidente del Consorzio Qui Vulture (uno dei pochi consorzi, se non l'unico, per far parte del quale non basta produrre vino ma bisogna avere i vigneti) è anche competente agronomo ed enologo; il Presidente del Consorzio Samnium, anche lui, oltre ad essere presidente della più grande cantina cooperativa in Campania, quella del Taburno, esperto agronomo ed enologo; Angelo Pizzi, enologo di numerose cantine impegnate sul fronte dell'aglianico, nel Sannio (Fattoria La Rivolta e Fontanavecchia), a Taurasi e con la Cantina Eubea, della famiglia Sasso, nel Vulture; la bravissima Antonella Bevilacqua, preparatissima sommelier e degustratice partenopea, che ha introdotto la differenza di stile tra i diversi aglianico prodotti in provincia di Benevento e di Potenza.

Gli intervenuti non hanno avuto difficoltà a trovarsi subito d'accordo su una prima considerazione di fatto: la qualità media dei vini prodotti con l'aglianico del Vulture è mediamente superiore a quella dei vini provenienti dal Sannio. Nessuna ipocrisia nè alcun inutile campanilismo hanno permesso da subito di chiarire che al di là di cloni e tecniche colturali e di vinificazione, il terroir del Vulture può contare su fattori pedoclimatici, nonchè su una tradizione storica di produzione di qualità, già da tempi non sospetti, tali da sancirne un inequivocabile e meritata posizione di superiorità. La degustazione ha visto la conferma di tutto ciò nel bicchiere.

Il primo vino ad essere degustato è stato un aglianico del Taburno Rosato 2005 prodotto da Libero Rillo a Fontanavecchia. Un vino che dimostra le potenzialità enormi dell'aglianico vinificato in rosa quando gli vengono dedicate le stesse attenzioni e cure di un rosso. Un vino fragrante, dal fruttato dolce di ciliegia matura e speziato: fresco ed allo stesso morbid,o rimane una delle miglior interpretazioni dell'aglianico in rosa e forse della tipologia rosato tout court. A seguire una batteria da tre vini composta da due aglianico del Vulture, il Synthesi 2003 ed il Repertorio 2003, ed uno del Taburno, il Lucchero 2004 della linea premium Janare prodotta dalla Cooperativa La Guardiense. Tutti vini concepiti per una beva meno impegnativa pur senza rinunciare ad una certa struttura. Il Synthesi di Paternoster evidenziava ricordi di bacca acerba, frutto probabile di una raccolta anticipata rispetto alle uve destinate alle etichette più blasonate, ed una buona, anche se a tratti scollegata, freschezza d'impianto; il Repertorio di Cantine del Notaio, dopo una prima bottiglia che presentava qualche problema di pulizia olfattiva, mostrava qualche aspirazione in più, senza limitarsi ad una semplice ricerca di frutto e maggiore freschezza ma cercando di salvaguardare anche una più definita ed ampia precisione aromatica; il Lucchero ritornava su uno schema più scontato e beverino caratterizzato da un frutto scuro e maturo.

Prima di passare agli ultimi due campioni di potenza pura, una seconda batteria da quattro vini ha forse chiarito e dimostrato, senza mezzi termini, quelle che sono le più interessanti, pur nella loro diversità, possibilità interpretative del vitgno nel Vulture come nel Sannio. Comincio da quello che è un vino che non è mai riuscito a piacermi fino in fondo e meno ancora forse in queste ultime annate: La Firma 2003 delle Cantine del Notaio. Un rosso di ispirazione chiaramente moderna ed internazionale che pur non risultando di certo un vino barocco, eccessivo o oltremodo ruffiano, non può non considerarsi neoclassico nella sua espressività intensa, matura, morbida, rotonda, dolce e fruttata. A seguire l'aglianico d'annata Taburno doc 2003 della Fattoria La Rivolta. Per chi conosce di cose campane non c'è nessuna sorpresa nello scoprire la qualità notevole raggiunta dai vini di questa azienda nel giro di pochi anni. Questo è il "base", un grande rosso dal prezzo piccolo piccolo. L'annata piovosa e difficile 2003 non lasciava moltissimi spazi di manovra né di aspettativa. Lì dove però non è riuscita la natura e non è arrivato l'uomo ci ha pensato il tempo. Il frutto, confetturato, che dominava il profilo olfattivo dell'esordio ha lasciato lentamente spazio all'insinuarsi di sentori delicatamente speziati, terrosi e minerali. La freschezza balsamica del sorso completa, oggi, un quadro di assoluto rispetto e valore.

Macarico è una nuova etichetta del Vulture prodotta dall'omonima azienda che produce, al momento, due etichette, una base e questa più importante anche nelle ambizioni che subisce un più prolungato affinamento in rovere. E' la terza volta che assaggio questo vino ed ogni volta ne traggo sensazioni diverse. Il primo assaggio non mi entusiasmò per un uso sì ben dosato ma un pò banale della barrique, nel secondo invece mi sembrava finalmente aver superato le lusinghe del rovere ed avviarsi verso un fase più espressiva e meno scontata, quest'ultimo, pur confermandomi un rosso di sicuro interesse e piacevolezza, mi ha riportato alla perplessità di un profilo nuovamente condizionato dalla tostatura del legno. Chiude questo nobile quartetto il Don Anselmo 2001 di Paternoster. Un vino che mi sembra aver ritrovato in questa annata l'austerità espressiva dei miei ricordi migliori. E' il vino che più di ogni altro va aspettato nel bicchiere per poter regalare tutte le sue diverse sfaccettature. Superata infatti l'iniziale fase di riduzione rilascia pian piano il suo bouquet di frutta matura, fiori secchi, tabacco e cuoio regalando un profilo decisamente più austero, difficilmente rintracciabile in altre etichette, soprattutto quelle di ultima generazioni, prodotte sul Vulture.

Fuochi artificiali, è proprio il caso di dirlo, infine, le ultime due etichette in degustazione: Rhoinos 2003 e Titolo 2003. Il primo, prodotto da Eubea, rimane un po' schiacciato sotto le note di confettura ed una certa esuberanza alcolica che limitano l'espressività minerale di questo rosso ottenuto da una materia prima notevolissima in una vigna di oltre sessant'anni d'età. "La potenza è nulla senza controllo": a ricordarcelo ci pensa Titolo 2003 di Elena Fucci. Uno dei pochi vini rossi che, pur non riuscendo, ideologicamente, a condividerne ed apprezzare lo stile, sia comunque riuscito a convincermi e piacermi fino in fondo. Potenza di frutto dolce e maturo, mai stucchevole né surmaturo. Eleganza e finezza di sfumature completano un profilo che ritrova ampiezza, lunghezza e coerenza al palato. Giù il cappello.

E buon aglianico a tutti.

immagini:
aglianico (immagine tratta da www.vinicampani.it)
monti del Sannio (immagine tratta dal sito www.leatammaro.it)
il monte Vulture (immagine tratta dal sito www.italiantourism.com)


24 aprile 2006

 
 
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