Aglianico: Vulture e Sannio a confronto
di Fabio Cimmino
Due
realtà così diverse ed un solo vitigno, o meglio, più
cloni di uno stesso grande vitigno: l'aglianico del Vulture e quello
del Sannio. Al convegno organizzato da Giulia Cannada Bartoli
in occasione dell'anteprima di "Elementi", la nuovissima
manifestazione enogastronomica che si terrà a Napoli il prossimo
dicembre, c'erano personaggi illustri a parlarne: Gerardo Giuratrabocchetti,
che oltre ad essere titolare delle Cantine del Notaio e presidente
del Consorzio Qui Vulture (uno dei pochi consorzi, se non l'unico,
per far parte del quale non basta produrre vino ma bisogna avere i vigneti)
è anche competente agronomo ed enologo; il Presidente del Consorzio
Samnium, anche lui, oltre ad essere presidente della più
grande cantina cooperativa in Campania, quella del Taburno, esperto
agronomo ed enologo; Angelo Pizzi, enologo di numerose cantine
impegnate sul fronte dell'aglianico, nel Sannio (Fattoria La Rivolta
e Fontanavecchia), a Taurasi e con la Cantina Eubea, della
famiglia Sasso, nel Vulture; la bravissima Antonella Bevilacqua,
preparatissima sommelier e degustratice partenopea, che ha introdotto
la differenza di stile tra i diversi aglianico prodotti in provincia
di Benevento e di Potenza.
Gli
intervenuti non hanno avuto difficoltà a trovarsi subito d'accordo
su una prima considerazione di fatto: la qualità media dei vini
prodotti con l'aglianico del Vulture è mediamente superiore a
quella dei vini provenienti dal Sannio. Nessuna ipocrisia nè
alcun inutile campanilismo hanno permesso da subito di chiarire che
al di là di cloni e tecniche colturali e di vinificazione, il
terroir del Vulture può contare su fattori pedoclimatici, nonchè
su una tradizione storica di produzione di qualità, già
da tempi non sospetti, tali da sancirne un inequivocabile e meritata
posizione di superiorità. La degustazione ha visto la conferma
di tutto ciò nel bicchiere.
Il
primo vino ad essere degustato è stato un aglianico del Taburno
Rosato 2005 prodotto da Libero Rillo a Fontanavecchia. Un
vino che dimostra le potenzialità enormi dell'aglianico vinificato
in rosa quando gli vengono dedicate le stesse attenzioni e cure di un
rosso. Un vino fragrante, dal fruttato dolce di ciliegia matura e speziato:
fresco ed allo stesso morbid,o rimane una delle miglior interpretazioni
dell'aglianico in rosa e forse della tipologia rosato tout court. A
seguire una batteria da tre vini composta da due aglianico del Vulture,
il Synthesi 2003 ed il Repertorio 2003, ed uno del Taburno,
il Lucchero 2004 della linea premium Janare prodotta dalla
Cooperativa La Guardiense. Tutti vini concepiti per una beva
meno impegnativa pur senza rinunciare ad una certa struttura. Il Synthesi
di Paternoster evidenziava ricordi di bacca acerba, frutto probabile
di una raccolta anticipata rispetto alle uve destinate alle etichette
più blasonate, ed una buona, anche se a tratti scollegata, freschezza
d'impianto; il Repertorio di Cantine del Notaio, dopo una prima bottiglia
che presentava qualche problema di pulizia olfattiva, mostrava qualche
aspirazione in più, senza limitarsi ad una semplice ricerca di
frutto e maggiore freschezza ma cercando di salvaguardare anche una
più definita ed ampia precisione aromatica; il Lucchero ritornava
su uno schema più scontato e beverino caratterizzato da un frutto
scuro e maturo.
Prima di passare agli ultimi due campioni di potenza pura, una seconda
batteria da quattro vini ha forse chiarito e dimostrato, senza mezzi
termini, quelle che sono le più interessanti, pur nella loro
diversità, possibilità interpretative del vitgno nel Vulture
come nel Sannio. Comincio da quello che è un vino che non è
mai riuscito a piacermi fino in fondo e meno ancora forse in queste
ultime annate: La Firma 2003 delle Cantine del Notaio. Un rosso
di ispirazione chiaramente moderna ed internazionale che pur non risultando
di certo un vino barocco, eccessivo o oltremodo ruffiano, non può
non considerarsi neoclassico nella sua espressività intensa,
matura, morbida, rotonda, dolce e fruttata. A seguire l'aglianico d'annata
Taburno doc 2003 della Fattoria La Rivolta. Per chi conosce
di cose campane non c'è nessuna sorpresa nello scoprire la qualità
notevole raggiunta dai vini di questa azienda nel giro di pochi anni.
Questo è il "base", un grande rosso dal prezzo piccolo
piccolo. L'annata piovosa e difficile 2003 non lasciava moltissimi spazi
di manovra né di aspettativa. Lì dove però non
è riuscita la natura e non è arrivato l'uomo ci ha pensato
il tempo. Il frutto, confetturato, che dominava il profilo olfattivo
dell'esordio ha lasciato lentamente spazio all'insinuarsi di sentori
delicatamente speziati, terrosi e minerali. La freschezza balsamica
del sorso completa, oggi, un quadro di assoluto rispetto e valore.
Macarico è una nuova etichetta del Vulture prodotta dall'omonima
azienda che produce, al momento, due etichette, una base e questa più
importante anche nelle ambizioni che subisce un più prolungato
affinamento in rovere. E' la terza volta che assaggio questo vino ed
ogni volta ne traggo sensazioni diverse. Il primo assaggio non mi entusiasmò
per un uso sì ben dosato ma un pò banale della barrique,
nel secondo invece mi sembrava finalmente aver superato le lusinghe
del rovere ed avviarsi verso un fase più espressiva e meno scontata,
quest'ultimo, pur confermandomi un rosso di sicuro interesse e piacevolezza,
mi ha riportato alla perplessità di un profilo nuovamente condizionato
dalla tostatura del legno. Chiude questo nobile quartetto il Don
Anselmo 2001 di Paternoster. Un vino che mi sembra aver ritrovato
in questa annata l'austerità espressiva dei miei ricordi migliori.
E' il vino che più di ogni altro va aspettato nel bicchiere per
poter regalare tutte le sue diverse sfaccettature. Superata infatti
l'iniziale fase di riduzione rilascia pian piano il suo bouquet di frutta
matura, fiori secchi, tabacco e cuoio regalando un profilo decisamente
più austero, difficilmente rintracciabile in altre etichette,
soprattutto quelle di ultima generazioni, prodotte sul Vulture.
Fuochi artificiali, è proprio il caso di dirlo, infine, le ultime
due etichette in degustazione: Rhoinos 2003 e Titolo 2003.
Il primo, prodotto da Eubea, rimane un po' schiacciato sotto
le note di confettura ed una certa esuberanza alcolica che limitano
l'espressività minerale di questo rosso ottenuto da una materia
prima notevolissima in una vigna di oltre sessant'anni d'età.
"La potenza è nulla senza controllo": a ricordarcelo
ci pensa Titolo 2003 di Elena Fucci. Uno dei pochi vini
rossi che, pur non riuscendo, ideologicamente, a condividerne ed apprezzare
lo stile, sia comunque riuscito a convincermi e piacermi fino in fondo.
Potenza di frutto dolce e maturo, mai stucchevole né surmaturo.
Eleganza e finezza di sfumature completano un profilo che ritrova ampiezza,
lunghezza e coerenza al palato. Giù il cappello.
E buon aglianico a tutti.
immagini:
aglianico (immagine tratta da www.vinicampani.it)
monti del Sannio (immagine tratta dal sito www.leatammaro.it)
il monte Vulture (immagine tratta dal sito www.italiantourism.com)
24 aprile 2006