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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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Vinestate 2005: le
novità di Torrecuso
di Fabio Cimmino Arrivo, come sempre, puntuale a Torrecuso (ci vuole quasi un'ora e mezzo da Napoli, rispettando i limiti di velocità ed una guida prudente) per Vinestate 2005 giunta ormai alla sua XXXI edizione. Sono le 19.00 di venerdì 2 settembre. Come al solito fervono ancora i preparativi e sono costretto ad aspettare quasi un'ora perchè gli stand diventino operativi. E' la prima serata e posso capirlo anche se la cosa non può non infastidire. Il programma che mi sono proposto-imposto di seguire è quello di recensire tutte le nuove realtà che operano nell'area. Sono le 20.30 quando mi avvicino allo stand dell'azienda Terre d'Aglianico ed alla mia richiesta di poter assaggiare i vini mi viene risposto (parole testuali): "A quest'ora devo già aprire una bottiglia..., non potrei farle assaggiare lo sfuso ?!". Non penso che ci sia alcun commento da aggiungere. Qualcuno mi rimprovera, quando mi presento agli stand, del fatto di non farmi riconoscere come addetto del settore eppure io, ancora, non capisco perchè dovrei dal momento che mi aspetto che venga riservata dai produttori la stessa attenzione sia alla stampa che ai semplici appassionati. Ad ogni modo dopo aver insistito (non poco) viene aperta la bottiglia. Nel frattempo ho assaggiato la Falanghina 2004 sfusa che mi viene detto essere la stessa che è in bottiglia e lo sfuso 2004 d'aglianico che la bottiglia, probabilmente, non la vedrà mai. Entrambi i prodottti sono abbastanza interessanti ed in linea con il varietale d'origine. La Falanghina tradisce un'impostazione volutamente più moderna e ruffiana, rotonda e fruttata, mentre l'aglianico non nasconde l'impetuosa esuberanza insita nel suo dna con tannini graffianti ed equilibri tutt'altro che risolti. Poi "finalmente" mi viene versato nel bicchiere l'Aglianico 2003 di cui non si voleva sacrificare una preziosa bottiglia. Il vino fa legno e tanto. Al naso si avvertono sensazioni burrose che ricordano la noce di cocco e coprono la materia fruttata snaturando, secondo me in maniera evidente, quella che dovrebbe essere la vera essenza del vitigno e del vino. Non saprei a questo punto quale preferire tra la versione sfusa e quella in bottiglia. I vini poco prima assaggiati presso due altre aziende esordienti e che mi erano sembrati, fino a quel momento, il risultato di una vinificazione ancora approssimativa e non priva di sbavature a volte fin troppo evidenti non mi sembrano più così male e deprecabili, ma andiamo con calma. Inizio il mio giro dall'azienda agricola Ariano Agnese che nasce nel 2004 ed è sita nel comune di Torrecuso. Può contare su circa sette ettari di proprietà: due terzi sono coltivati ad aglianico il rimanente a falanghina. I vigneti vanno dai 10 ai 30 anni di età e per il momento le vinificazioni vengono condotte rigorosamente in acciaio. La Falanghina è un pò rustica, piuttosto semplice e scontata nello sviluppo gustativo. Il Rosato d'Aglianico non si discosta molto nella semplicità d'impianto così come lo stesso Aglianico in cui si avverte la necessità di una messa a punto. Lavori in corso anche per La Masseria di Maria di Luigi Caporaso che si trova alle pendici del Monte Taburno, nel paese di Cautano, in provincia di Benevento ed è anch'essa nata nel 2004. La Falanghina è di colore giallo paglierino leggermente scarico mentre il profumo ricorda in maniera un pò sfocata la frutta ed i fiori gialli. La Coda di Volpe è più decisamente fruttata con una nota finale tipicamente ammandorlata e che ricorda la frutta secca. L'Aglianico, infine, mostra ancora tutta la sua gioventù caratterizzandosi per aromi fruttati poco complessi ed ancora in via di definizione, mentre il palato è segnato da una certa astringenza ed asprezza. Non è, invece, una novità la vitivinicola Aldo Coletta già in attività dal 1970. Sospendo il giudizio sui vini per la simpatia ed il rispetto che nutro per il personaggio. La Falanghina e la Coda di Volpe 2004 così come l'Aglianico 2001 presentavano evidenti difetti olfattivi, con volatili molto oltre la soglia di percettibilità (per usare un eufemismo). Aldo Coletta sa bene come sono i suoi vini ed afferma "...meglio sembrare se stessi! Qui c'è tanta gente che fa venire il montepulciano per tagliare i propri vini... io almeno vinifico falanghina, coda di volpe ed aglianico tutti in purezza, li faccio a modo mio, con loro pregi ed i loro difetti... la gente viene in cantina tutti gli anni a comprarmeli senza problemi... perchè dovrei cambiare ?!" E come si fa a dargli torto ?! Ho lasciato in ultimo gli assaggi presso lo stand delle Cantine Iannella che mi sono sembrati sicuramente i più interessanti di tutta la serata. L'azienda nasce nel 1920 e passa nel 1992 nelle mani dell'attuale titolare, nipote del fondatore. Solo, però, a partire dal 2000 si è iniziato a vinificare ed imbottigliare in proprio. L'impostazione è dichiaratamente moderna e pur non essendo io un amante di una certa tipologia di vini, quelli di Iannella mi sono sembrati più che validi. Quello che mi ha lasciato un pò perplesso non è stato tanto l'utilizzo del rovere nuovo sui rossi ma le gradazioni alcoliche importanti sia sulla Falanghina che sull'Aglianico. La Falanghina del Taburno viaggia sui 13.5% d'alcol: è rotonda, morbida, la malolattica ha sacrificato parte della sua freschezza per rendere il prodotto più facile ed accessibile dando vita ad un'interpretazione un pò ruffiana, mentre una maggior freschezza acida avrebbe potuto meglio bilanciare l'esuberanza alcolica. Stesso discorso dicasi per l'Aglianico del Taburno 2002, affinato 6 mesi in barriques, e la riserva Don Nicola 2004 che invece in rovere nuovo spende più di un anno e che nasce da una vigna di 70 anni d'età. Il primo arriva quasi a 14% gradi, mentre il secondo addirittura sfiora i 15%. E' un peccato perchè il legno sembra veramente ben dosato ed integrato. Nel caso della riserva si intravede sullo sfondo una mineralità stratificata che l'eccessivo grado alcolico finisce con il limitare sia in termini di complessità che di profondità. Mi piacerebbe riassaggiarla tra una decina d'anni quando tutto questo alcol dovrebbe essere almeno in parte riassorbito. Indipendentemente da ciò, sono inequivocabili i segnali positivi che emergono da questa new entry del sempre più ricco ed affollato panorama beneventano. Erano presenti, fra l'altro, per la cronaca, anche tutte le altre realtà, già affermate e consolidate, dell'area di Torrecuso (Taburno) ed alle quali non ho riservato il tempo necessario ed il giusto riconoscimento. Parlo di Fontanavecchia, Fattoria La Rivolta, Cantina del Taburno, Nifo Sarrapochiello e le emergenti Torre del Pagus ed Il Poggio. A tutte queste aziende ho già dedicato nel passato, anche piuttosto recente, ampie e dettagliate ricognizioni alle quali vi rimando per eventuali approfondimenti. Campania felix a tutti 27 settembre 2005 |
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