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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
La disfida dell'aglianico: undici etichette a confronto!

di Fabio Cimmino

Degustare alla cieca è sempre molto istruttivo ed importante. Istruttivo perchè ci si concentra solo ed esclusivamente sul vino, importante perché, spesso, anche inconsciamente, quando si conosce l'etichetta possono innescarsi scelte pregiudiziali, preconcetti e quant'altro non permetta una valutazione pienamente obbiettiva. Questa opportunità di degustare ben 11 diversi Aglianico di varia provenienza territoriale mi è stata data dalle Cantine Giardino di Ariano Irpine, direttamente coinvolte nel banco d'assaggio con due loro etichette. Dal Cilento all'Irpinia, dal Taburno al Vulture, con un intruso, uno Chateauneuf du Pape di un produttore biodinamico francese, Domaine de La Vielle Julienne, che, pur facilmente individuabile, si anch'esso rivelato molto interessante.

Passiamo subito ai vini, tutti figli dell'annata 2003, ad eccezione dell'intruso francese prodotto nel millesimo 2001. Il Cenito di Luifi Maffini è un vino decisamente incentrato sul frutto. Aromi di bacca rossa matura e di confettura di piccoli frutti di bosco dominano il quadro olfattivo che, forse, risulta un pò statico sulla distanza. L'Aglianico Cinque Querce di Molettieri mostra, invece, un naso combattutto tra sentori di frutta matura ed una sensazione verde, quasi acerba, un nonsoché di vegetale secco (pomodoro essiccato?), mentre al palato rivela un tannino ed un'acidità irruenti ed ancora un pò scomposti.

Il Grave Mora di Fontanavecchia è stata la prima grande delusione. Supermoderno per concentrazione, finisce per la sua esuberanza col sopprimere qualsiasi riferimento riconducibile al vitigno o al terroir. Il Poliphemo di Lugi Tecce è la novità nella novità. Si tratta, infatti, di un ex conferitore della stessa Cantina Giardino che ha deciso di mettersi in proprio. L'espressività appare ancora piuttosto compressa e bisogna andare a pescare sotto la superifice, sul fondo nel bicchiere, per cogliere le sfumature e le cose più interessanti che il vino ha da dire. Il Rossocupo delle Cantine Manimurci è, invece, un pò come il Cenito di Maffini, nuovamente giocato sul frutto (amarena dolce) anche se sembra un attimo più complesso, più speziato e dinamico nel suo sviluppo gusto-olfattivo.

Il campione numero sei era il Nude di Cantina Giardino, un vino da vigne di ottanta anni di età coltivato ancora con il vecchio metodo della raggiera avellinese, dalla mineralità profonda anche se leggermente segnato dal rovere. Le iniziali note di ridotto potevano essere viste negativamente dai più, ma lasciato a respirare nel bicchiere questo vino sfoggia sulla distanza una personalità che prende il sopravvento. Stesso discorso anche se in chiave più sussurrata e sottile per il campione numero sette, l'altro vino di Cantina Giardino, il Drogone, da vigne meno vecchie (siamo qui intorno ai trenta anni di età), chiaramente riconoscibile nell'impronta stilistica votata alla naturalità più estrema voluta dall'enologo Antonio di Gruttola.

Un'altra ottima performance è venuta dal campione successivo il Salae Domini di Antonio Caggiano. Più profumato dolce e fruttato di altri ma assolutamente composto nel suo incedere al naso come al palato. Decisamente più rustico e caratterizzato da note animali, invece, l'Irpinia Aglianico di Di Prisco, un vino dal carattere più sanguigno, forte e territoriale. A seguire l'altra grande delusione della serata: il Naima di De Conciliis. Note di smalto al naso ed una certa scompostezza al palato lasciano pensare ad un utilizzo un po' fuori registro del rovere e fanno rimpiangere le vecchie annate.

Ultimo campione della serie, infine, il Rotondo di Paternoster. Ecco questo è uno di quei vini che quando lo bevo in degustazione palese parto, spesso, prevenuto, tendendo a rapportarmi a esso con una certa distanza e perplessità. Ebbene il vino alla fine non solo non mi è affatto dispiaciuto, anzi, quelle note affumicate, polverose, così interessanti fin dalla prima "nasata" mi hanno, una volta scoperta l'etichetta, subito fatto correre con la mente al Vulture e alla natura vulcanica dei suoi terreni. E quasi, addirittura, mi è sembrato avesse rubato un pizzico di austerità ed aristocrazia all'altra etichetta di casa Paternoster quel Don Anselmo da me sempre preferito. Insomma, di tanto in tanto, fa bene anche ricredersi. Come dice un bravissimo degustatore ed amico romano: "Mi piace l'idea di cambiare idea!"

7 febbraio 2006

 
 
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