La disfida dell'aglianico:
undici etichette a confronto!
di Fabio Cimmino
Degustare alla cieca è sempre molto istruttivo ed importante.
Istruttivo perchè ci si concentra solo ed esclusivamente sul
vino, importante perché, spesso, anche inconsciamente, quando
si conosce l'etichetta possono innescarsi scelte pregiudiziali, preconcetti
e quant'altro non permetta una valutazione pienamente obbiettiva. Questa
opportunità di degustare ben 11 diversi Aglianico di varia provenienza
territoriale mi è stata data dalle Cantine Giardino di
Ariano Irpine, direttamente coinvolte nel banco d'assaggio con due loro
etichette. Dal Cilento all'Irpinia, dal Taburno al Vulture, con un intruso,
uno Chateauneuf du Pape di un produttore biodinamico francese, Domaine
de La Vielle Julienne, che, pur facilmente individuabile, si anch'esso
rivelato molto interessante.
Passiamo
subito ai vini, tutti figli dell'annata 2003, ad eccezione dell'intruso
francese prodotto nel millesimo 2001. Il Cenito di Luifi Maffini
è un vino decisamente incentrato sul frutto. Aromi di bacca rossa
matura e di confettura di piccoli frutti di bosco dominano il quadro
olfattivo che, forse, risulta un pò statico sulla distanza. L'Aglianico
Cinque Querce di Molettieri mostra, invece, un naso combattutto
tra sentori di frutta matura ed una sensazione verde, quasi acerba,
un nonsoché di vegetale secco (pomodoro essiccato?), mentre al
palato rivela un tannino ed un'acidità irruenti ed ancora un
pò scomposti.
Il
Grave Mora di Fontanavecchia è stata la prima grande
delusione. Supermoderno per concentrazione, finisce per la sua esuberanza
col sopprimere qualsiasi riferimento riconducibile al vitigno o al terroir.
Il Poliphemo di Lugi Tecce è la novità nella novità.
Si tratta, infatti, di un ex conferitore della stessa Cantina Giardino
che ha deciso di mettersi in proprio. L'espressività appare ancora
piuttosto compressa e bisogna andare a pescare sotto la superifice,
sul fondo nel bicchiere, per cogliere le sfumature e le cose più
interessanti che il vino ha da dire. Il Rossocupo delle Cantine
Manimurci è, invece, un pò come il Cenito di Maffini,
nuovamente giocato sul frutto (amarena dolce) anche se sembra un attimo
più complesso, più speziato e dinamico nel suo sviluppo
gusto-olfattivo.
Il
campione numero sei era il Nude di Cantina Giardino, un
vino da vigne di ottanta anni di età coltivato ancora con il
vecchio metodo della raggiera avellinese, dalla mineralità profonda
anche se leggermente segnato dal rovere. Le iniziali note di ridotto
potevano essere viste negativamente dai più, ma lasciato a respirare
nel bicchiere questo vino sfoggia sulla distanza una personalità
che prende il sopravvento. Stesso discorso anche se in chiave più
sussurrata e sottile per il campione numero sette, l'altro vino di Cantina
Giardino, il Drogone, da vigne meno vecchie (siamo qui intorno
ai trenta anni di età), chiaramente riconoscibile nell'impronta
stilistica votata alla naturalità più estrema voluta dall'enologo
Antonio di Gruttola.
Un'altra
ottima performance è venuta dal campione successivo il Salae
Domini di Antonio Caggiano. Più profumato dolce e
fruttato di altri ma assolutamente composto nel suo incedere al naso
come al palato. Decisamente più rustico e caratterizzato da note
animali, invece, l'Irpinia Aglianico di Di Prisco, un
vino dal carattere più sanguigno, forte e territoriale. A seguire
l'altra grande delusione della serata: il Naima di De Conciliis.
Note di smalto al naso ed una certa scompostezza al palato lasciano
pensare ad un utilizzo un po' fuori registro del rovere e fanno rimpiangere
le vecchie annate.
Ultimo
campione della serie, infine, il Rotondo di Paternoster.
Ecco questo è uno di quei vini che quando lo bevo in degustazione
palese parto, spesso, prevenuto, tendendo a rapportarmi a esso con una
certa distanza e perplessità. Ebbene il vino alla fine non solo
non mi è affatto dispiaciuto, anzi, quelle note affumicate, polverose,
così interessanti fin dalla prima "nasata" mi hanno,
una volta scoperta l'etichetta, subito fatto correre con la mente al
Vulture e alla natura vulcanica dei suoi terreni. E quasi, addirittura,
mi è sembrato avesse rubato un pizzico di austerità ed
aristocrazia all'altra etichetta di casa Paternoster quel Don Anselmo
da me sempre preferito. Insomma, di tanto in tanto, fa bene anche ricredersi.
Come dice un bravissimo degustatore ed amico romano: "Mi piace
l'idea di cambiare idea!"
7 febbraio 2006