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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855

 
 
Vini dal sud del mondo: Sula Winery, India

di Fabio Cimmino

Ero a Francoforte la seconda settimana di gennaio per visitare, come ogni anno, la fiera più importante al mondo per il settore della casa: Heimtextil. Dall'anno scorso ero entrato in contatto con una azienda indiana il cui titolare era venuto a trovarmi anche a Napoli. In quell'occasione, avendo adocchiato alcune bottiglie in bella vista nel mio ufficio, mi aveva confessato la sua grande passione per il vino ed in particolare per l'Amarone. Caso volle che avessi alcune botrtiglie del mitico Amarone, millesimo 1997, di Bertani e, dunque, decisi di fargli un gradito omaggio. Da allora penso di essere letteralmente entrato nelle grazie del mio amico indiano, tanto che ogni qualvolta ci sentiamo o ci incontriamo per lavoro non perde l'occasione per parlare di vino.

La mia visita al suo stand in fiera, di qualche settimana fa, è stata anch'essa l'ennesima occasione per parlare di vino ma questa volta, inaspettatamente, "indiano". E non solo parlare, anche degustare. Aveva infatti con se alcune bottiglie di Sula Winery, una cantina piuttosto famosa (se non la più famosa) in India. Già a novembre 2002, l'autorevole rivista americana Wine Spectator dedicava uno speciale di cinque pagine a Sula. I suoi vini sono oggi esportati negli Stati Uniti e in Europa, e ho scoperto, al mio rientro, che Gaja Distribuzione sta ora importando questi vini perfino in Italia.

Non c'è d'altra parte da meravigliarsi, dal momento che la cucina indiana è ben diffusa ed apprezzata in tutto il mondo: suppongo che questi vini abbiano trovato, così, un primissimo e facilitato sbocco proprio presso la ristorazione indiana all'estero oltre, naturalmente, a sollecitare la curiosità di molti appassionati di vino. La produzione vinicola in India, del resto, è un’arte antica che risale a più di 400 anni fa, quando gli imperatori Moghul intrattenevano i viaggiatori europei facendo loro degustare i vini provenienti dalle vigne reali. Molti ritengono, pertanto, che produrre vino in India non sia solo una moda originale e stravagante.

I consumi sono in netta ascesa con incrementi al ritmo di un 20% all'anno. Le importazioni sono, attualmente, in crescita da tutti i paesi produttori (tra cui l'Italia) eppure potrebbero registrare ben presto, o in un futuro non tanto lontano, una drastica contrazione. Insieme alla domanda interna cresce infatti anche l'offerta. L’India dispone già di una superfice vitata di dimensioni assolutamente rispettabili, anche se attualmente solo una piccola parte dell'uva prodotta viene trasformata in vino (parliamo di ben 50.000 ettari di vigna di cui solamente l'1% è destinato al vino). Alcuni governi locali hanno, da poco, intrapreso una nuova politica di sostegno alla produzione vinicola, sia per dirottare verso il vino l'attuale consumo di liquori ad alto tasso alcolico sia per migliorare la qualità stessa delle colture a vite.

Ma torniamo a Sula, ai suoi vigneti ed alla incredibile storia del suo proprietario, Rajeev Samant, che è considerato il pioniere del vino in India. La sua scalata verso il successo ha inizio nel 1990 ma in tutt'altro campo, diventando, in poco tempo, il manager più giovane dell’area finanziaria di una delle più importanti società della Silicon Valley. Quando nel '93 un appezzamento di terra di proprietà della sua famiglia sta per essere venduto riceve una sorta di illuminazione. E' l'inizio di una nuova avventura e su quelle immense distese di verde decide di coltivare di tutto all'infuori dell'uva. Non per molto. Siamo nel distretto di Nashik l’area viticola più estesa del subcontinente indiano e quella più vocata insieme al distretto di Sangli. La passione per il vino, maturata negli Stati Uniti, è più forte e Samant si convince presto ad impiantare vigneti ed a produrre le prime bottiglie. Siamo a circa 600 metri di altitudine e le condizioni climatiche della regione sono similari a quelle di altri paesi produttori di vino come Spagna, California e, soprattutto, Australia. Fu deciso di piantare varietà innovative per l'India: sauvignon e chenin blanc.

Ma passiamo ai vini che ho avuto modo di degustare grazie all'amico indiano. Mi è dispiaciuto non poter assaggiare i bianchi che sono il vanto della cantina. Abbiamo, invece, brindato con un metodo classico (sì, avete capito bene, un metodo champenoise) il Sula Brut, un blanc de blancs, ottenuto da tre diverse varietà provenienti da otto vigneti selezionati. Uno spumante dal profilo organolettico semplice e beverino, eppure niente affatto banale e scontato nel suo sviluppo gustativo. Molto interessante la riuscita combinazione tra i profumi di frutta matura ed esotica e l'acidità rinfrescante al palato.

Una personalità meno decisa nel Dindori, un syrah in purezza, o meglio uno shiraz visto il tentativo di scimmiottare anche nello stile i vicini australiani. Piccoli frutti rossi e qualche nota erbacea al naso con una speziatura non così evidente come mi sarei aspettato dal varietale e, piuttosto, legata al passaggio in rovere. Al palato è morbido, rotondo, con un tannino praticamente risolto anche in questo caso dalla permanenza in barriques. L'uso del legno mi è sembrato, comunque, abbastanza ben dosato rispetto ad altre amenità del nuovo mondo da me assaggiate.

Mentre la fiera chiudeva siamo rimasti praticamente solo noi, lì, al tavolino, a bere, con l'amico indiano che raccontava le bellezze architettoniche e paesaggistiche di Sula Winery, promettendomi che quando andrò da lui mi porterà a visitarla. Nel frattempo Sula non è più una cenerentola. In questi ultimi anni, nello stesso distretto di Nashik, sono nate ben 17 nuove cantine e più di 60 sono in corso di fondazione. Già vi lavorano enologi e tecnici provenienti dalla Francia e dall’America, il futuro è già realtà...

18 gennaio 2006

 
 
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