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Testata registrata presso il Tribunale di Lucca - ISSN 1592-2855 |
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Novità campane
al Vinitaly
di Fabio CimminoCome ogni anno ho dedicato una giornata intera del mio Vinitaly per conoscere ed approfondire i vini di aziende nuove esordienti o emergenti. Quest'anno le novità erano ben 18 in barba ai venti di crisi che vorrebbero un mercato asfittico e stagnante. Quella campana continua ad essere una realtà dinamica ed intraprendente, almeno nel settore dell'enogastronomia. Wartalia è una nuova azienda fondata a Guardia Sanframondi da 14 soci ex conferitori della locale cantina sociale. "Warta" indicava per i sanniti il posto di vedetta mentre "-lia" è un semplice un suffisso rafforzativo. I soci possono disporre di circa 50 ettari di vigna, dalle più giovani di 5-10 anni d'età ad alcune più vecchie che vanno dai 25 fino ai 40 anni. L'impostazione grafica e l'immagine sono dichiaratamente moderne ma i vini alla fine mi sono apparsi più moderati e sobri di quanto si potesse presagire. Vini, tutti figli dell'annata 2005, di semplice fattura, senza grilli per la testa, pensati per il consumo quotidiano. Kikkoi bianco è un uvaggio con una percentuale dominante di malvasia anche se dal profilo olfattivo decisamente poco aromatico ed espressivo non si direbbe. Danae è una Falanghina IGT che mi è parsa meglio definita nella sua connotazione floreale e lievemente speziata rispetto alla versione Sannio Doc, entrambe ancora condizionate da un frutto bianco fermentativo che ricorda la mela e la pera. Considerazioni molto simili si ripetono in maniera inversa per il Fiano ed il Greco etichettati come Sannio doc. Il primo appare ancora piuttosto sfocato con vaghi ricordi iodati e salmastri mentre il secondo è decisamente meglio delineato, verticale e fresco. Il Kikkoi rosso rappresenta l'alter ego del bianco esprimendosi su un registro di semplicità ed immediatezza anche se un pò rustico. Interessante la scelta di vinificare in questo IGT il sangiovese, così diffuso nel beneventano, in purezza. L'Aglianico IGT ha un naso decisamente più complesso ed ambizioso ed è maggiormente apprezzabile anche al palato in termini di struttura acida e tannica. Ciro Picariello ha le sue vigne tra Summonte, vicino a quelle del mitico Marsella, e Montefredane, dove operano Vadiaperti, Villa Diamante e Pietracupa. Due terroir d'eccezione per la produzione di Fiano d'Avellino. Se aggiungiamo la scelta coraggiosa e vincente di aspettare l'autunno successivo la vendemmia per presentare il suo vino non dobbiamo meravigliarci se il suo Fiano di Avellino 2004 è stata tra le sorprese più piacevoli dell'ultima kermesse veronese. All'aromaticità intensa e floreale del naso fa eco un palato di apprezzabile sapidità. Se proprio dobbiamo trovargli un limite un filino di alcol ancora sopra le righe. Vincenzo Polito produce nel suo Cilento un numero nutrito di etichette che spaziano dai bianchi ai rossi. Il Roccaventa 2005 è un blend di malvasia e trebbiano di poche pretese che si lascia apprezzare per la spontanea sincerità d'espressione. Il Saracè 2004 è un Fiano caldo, molto diverso da quello più spiccatamente minerale che troviamo in Irpinia. Un'interpretazione varietale che punta più sul frutto, giallo e maturo, dalle sfumature a tratti esotiche. Emblema e Corsaro sono le due diverse versioni d'aglianico la prima affinata in solo acciaio, la seconda in legno. Emblema propone un approccio più facile ed un profilo più aperto offrendo una discreta complessità al naso ed una certa rotondità al palato. Corsaro dopo la folata di vaniglia iniziale svela una materia prima interessante che riporta alle suggestioni della versione non barriccata. Il rosso che però mi ha colpito maggiormente è stato il Tramici, una barbera in purezza. Chi non è campano si meraviglierà nell'apprendere della presenza del vitigno piemontese in provincia di Salerno, come forse leggendo più sopra ci sarà stata sorpresa per il sangiovese nel beneventano. Ne ho assaggiate diverse di barbera prodotte nel cilento, quasi mai in purezza e quasi mai senza nessun intervento del legno. Qui c'è dietro una vigna di 45 anni ed una attenta vinificazione in solo acciaio, così che il vino ritrova un'inaspettata felicità d'espressione varietale. La Casa Vinicola Setaro porta il peso di un nome che ha fatto la storia della pasta artigianale in Campania. Si tratta in realtà solo di parenti. Questo ramo della famiglia è impegnato a produrre i vini tipici del Vesuvio. Sia il Lacryma Christi bianco che il rosso, entrambi 2005, mi sono sembrati apprezzabili per la ricerca ed il rispetto di una tipicità per anni smarrita. Vini che non cercano il colpo ad effetto: niente effetti speciali nè improbabili sovraestrazioni. La coda di volpe (chiamata caprettone sul Vesuvio), vinificata con un piccolo saldo di falanghina, dopo essersi liberata da iniziali note volatili, un pò fastidiose, si rivela fruttata, sapida e minerale. Il piedirosso dal canto suo si propone in una veste fresca, agile e dinamica puntando le sue carte sulla facilità di beva. Serra degli Ilici è una nuova realtà beneventana che per anni ha rifornito con le sue uve piccole e grandi aziende della vicina Irpinia. Il suo pezzo forte, secondo me, è la Coda di Volpe, vinificata in purezza da una vigna di oltre vent'anni. Il colore di questa versione 2005 è particolarmente carico ed il naso è ricco, intenso con sentori tipici di mela cotogna e calda minearlità. La Falanghina 2005 pur buona soffre il confronto con l'esuberanza della coda di volpe che, almeno in questa primissima fase post-fermentativa, sembra avere decisamente una marcia in più. L'Aglianico 2004 completa la gamma dei prodotti aziendali: un rosso corretto, pulito,di apprezzabile precisione aromatica. Al naso è il frutto maturo (visciole e marasche) a dominare le sensazioni olfattive. Al palato buona sia le freschezza che la sapidità. Fattoria Monserrato è seguita dallo stesso enologo, Angelo Pizzi, ed opera nella zona di Torrecuso. La Falanghina risulta un pò sfocata dal punto di vista aromatico mentre il fiano risente del disinvolto passaggio in rovere. Meglio sicuramente i rossi dove troviamo due stili molto differenti. Il Barbaro 2004 è un uvaggio di Aglianico e Merlot, dolce, moderno un pò ruffiano. L'Aglianico 2003 in purezza è invece un prodotto più serio ed austero che sembra aver meglio assorbito le lusinghe del rovere ed il carattere del territorio. Colle Paladino è una cantina che pur imbottigliando in proprio solo da pochissime vendemmie ha una notevole esperienza accumulata nella produzione di uve e di vino sfuso. Il proprietario mi sembra avere le idee ben chiare sul progetto da portare avanti ispirato al massimo rispetto delle uve, del territorio e delle annate. La Falanghina 2005 affinata sulle fecce fini è un vino dalla buona personalià ancora leggermente condizionata dal frutto fermentativo. La Selva 2003 è un cru di barbetta del Sannio vinificato in purezza. Nessun refuso, si scrive porprio così, barbetta, anche se per anni è stata confusa con la barbera e così continuata ad essere chiamata in etichetta. La vinificazione in solo acciao ne preserva la purezza espressiva. Netto il sentore di frutta rossa sotto spirito con un alcol che a tratti risulta un po' invadente. L'Aglianico 2003 aggiunge alla polposità del frutto un tocco di complessità animale e speziata con un tannino ancora un po' aggressivo al palato. Il Passito 2003 di Falanghina sembra, invece, aver sofferto un pò il caldo siccitoso dell'annata e non riesce a controbilanciare fino in fondo la cremosità delle sensazioni olfattive con un'adeguata freschezza. La GEF srl è una cantina che produce solo un bianco ed un rosso da uve coltivate secondo i dettami dell'agricoltura biologica, da vigne che arrivano fino a 30 anni d'età ed entrambi sotto l'etichetta Taburni Domus. Il bianco è una Falanghina giocata sulla precisione del frutto con i suoi netti sentori di pera e di mela mature. Una semplicità espressiva che ritroviamo solo in parte nella versione in rosso da uve aglianico. In questo caso il frutto rosso maturo è impreziosito da un sottofondo speziato e minerale. Tannini ed acidità fanno sperare in un promettente futuro. L'azienda vinicola San Francesco produce a Tramonti un bianco da uve biancolella, falanghina e, soprattutto, pepella ed un rosso da uve tintore e piedirosso. Nomi suggestivi che evocano paesaggi mozzafiato con i terrazzamenti della costiera a fare da protagonisti. Il Tramonti Rosso doc 2004 è ancora work in progress e la rustica baldanza della materia prima richiede una messa a punto prima di giungere ad una veste definitiva. Il Tramonti Bianco doc 2005 è, invece, un piccolo gioiellino in grado di coniugare una florealità intensa ed elegante con sottili accenni minerali, il tutto sostenuto al palato da una buona freschezza acida e, soprattutto, una bella sapidità. Santiquaranta è la nuova avventura che vede protagonisti il re del sidro beneventano, Baldino, e De Lucia, precedentemente coinvolto nell'omonima azienda di Guardia Sanframondi. Le aree sulle quali è stato deciso di investire con 4 ettari di vigneti di nuovo impianto sono quelle di Baselice per il Moscato (la peculiarità di quest'angolo del beneventano è poco nota al pubblico appassionato) e di Torrecuso per l'aglianico. Interessante la versione secca del Moscato di Baselice affiancata ovviamente da quella più tradizionale passita e dolce. Falanghina ed Aglianico completano l'offerta di questa nuova giovanissima realtà. Immagine molto curata e vini di chiara ispirazione moderna nella loro ricerca di frutto, morbidezza e rotondità. In quest'ottica va letta la ricchezza glicerica dei vini che in molto casi aiuta in tal senso. La Falanghina 2005 risulta decisamente improntata sul frutto e la morbidezza. Il Moscato secco mostra una maggiore persistenza e finezza agrumata. L'Aglianico 2005, pur scontando l'imbottigliamento precoce e mostrando alcuni tratti ancora un po' acerbi, dimostra di avere una certa personalità. Il Passito di Moscato è un 2004 dotato di esuberante cremosità. Non ho ritenuto per il momento di riportare note e/o commenti sulle altre aziende visitate. 11 maggio 2006 |
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